Si intitola “Gli spazi di Italo Calvino”, lo scrive Virginia Giustetto ed è l’ultimo volume uscito per la collana Carocci del Laboratorio Calvino. Considerato il mio percorso di esplorazione ormai più che decennale non tanto e non solo di Calvino, quanto del suo rapporto con lo spazio, potevo permettermi di farmi sfuggire questo studio? Risposta ovvia: no. Quindi eccomi qui a fare il punto su questo volume che affronta con un approccio critico peculiare il rapporto tra Calvino e lo spazio.

Che Calvino abbia usato lo spazio come coordinata principale, spesso intrecciandone le declinazioni alla questione dello sguardo e dell’osservazione è un dato noto e affrontato da tanti studi, mia tesi dottorale, per quel poco che vale nella critica generale, inclusa. L’introduzione di Gli spazi di Italo Calvino sbandiera un po’ di questioni a fondamento di questo rapporto dell’autore con lo spazio: l’attenzione alla percezione della realtà, ai suoi meccanismi che dipendono dallo spazio e dalla vista che lo abbraccia, il fatto che questo approccio presupponga una riflessione sulla conoscenza, riflessione che si fa anche metaletteraria. Ancora, l’immagine della mappa: una letteratura che vorrebbe mappare il reale e cambia forma, rapporti e distanze per cercare di farlo.
L’idea della mappa e centrale non solo in Calvino, ma in questo studio di Virginia Giustetto, che prende avvio da una metodologia di analisi presentata proprio nel volume con una serie di tavole. È un approccio – oserei dire calvinianamente – visivo, che parte cioè da infografiche che organizzano visivamente, sullo spazio orizzontale della pagina, dei dati. Questi dati sono riferiti agli spazi nella narrativa di Calvino (fin qui, stesso focus del mio lavoro di tesi), in particolare alle ambientazioni, quindi agli spazi dove si muovono i personaggi. La mia ricerca andava invece verso un orizzonte semiotico, cercando di capire come l’organizzazione e descrizione degli spazi nel testo desse conto di meccanismi di senso, e naturalmente della poetica di Calvino.
La categoria critica della “spazialità” in Calvino, qui, viene analizzata proprio a partire dalle tavole della data visualization: una mappatura degli spazi di ambientazione nel corpus narrativo di Calvino. Una proposta, certo a suo modo interessante, che permette diverse letture – l’autrice ne darà conto nei capitoli – e diverse ipotesi sulla dinamizzazione di queste ambientazioni rispetto a focus e rispetto al tempo. I dati, in pratica, si fanno strumento per tornare a guardare l’opera di Calvino, e quindi interrogarla, perché no scoprendo degli aspetti ulteriori, mettendo in luce nodi, portando fuori in altre prospettive qualcosa di già intuito dalla critica. Per esempio la frammentazione dello spazio, la forma dei movimenti dei personaggi, la relazione con la città, forma spaziale ricorrente, e così il rapporto tra lo scrittore e la complessa questione del mondo scritto e di quello non scritto.
Le ambientazioni e gli spazi in Calvino
Variano le ambientazioni in Calvino, e in quarant’anni di scrittura variano anche gli approcci a questi spazi rappresentati. Le tavole di dati hanno il pregio di individuare “a colpo d’occhio” i nuclei temporali e i cambiamenti, si evidenzia per esempio la presenza di tanta Liguria, riconoscibile, nei primi racconti, fino al graduale passaggio allo spazio cosmico di Qfwfq, si passa dalla Torino operaia di Marcovaldo alla metropoli sconfinata che si fa città invisibile. Anche la data visualization aiuta a capire che, come ricorda l’autrice:
L’interesse di Calvino per lo spazio muove sempre dal tentativo di trovare la giusta distanza da cui osservare la superficie del mondo, con il proposito, mai completamente soddisfatto, di poterlo afferrare
Ho trovato affascinante il capitolo di apertura, dedicato a una disamina dello spazio, che un po’ tira le fila della questione spaziale in Calvino. Lo fa prendendo il via da una poesia intitolata “Spazio” del giovane Calvino e chiudendo su “Dall’opaco” (se, dopo avermi già letta e riletta, aveste ancora dubbi sull’unicità di questo racconto-narrazione, questo studio critico la ribadisce ulteriomente). In mezzo, qualche utile nota biografica che riporta agli “spazi” vissuti da Calvino, e poi una rassegna di teorie sul senso dello spazio cambiato nel corso del Novecento, e sulla storia e il rapporto con una realtà che diventa progressivamente nebulosa, frammentata, difficile. Questo ragionamento, che qui partiva da tutt’altro presupposto, coincide molto con quello che fa Margherita Parigini in un altro bel volume della collana Laboratorio Calvino, Calvino nella nebbia, che ho trovato utilissimo per il mio intervento al convegno “Natura partigiana” di Imperia dello scorso ottobre 2025.
Si affacciano così sulla scena i fantasmi cibernetici e l’archeologo, entrambe istanze impegnate a cercare di affrontare questa realtà discontinua, uscita da una combinatoria, magazzino di accumuli e tracce da decifrare. Come tenere insieme tutto questo labirinto? Ci sono personaggi come Palomar che sembrano riunire le due istanze, e poi c’è “Dall’opaco”, che si interroga sul rapporto di chi osserva con un paesaggio, e che rappresenta una svolta in Calvino, mettendo insieme elementi concreti e astratti che danno conto del complesso rapporto con la realtà. Il salto, qui, è al livello metaletterario che permette di accedere a un’interpretazione della letteratura per Calvino. E, secondo me, è la chiave risolutiva di un discorso su questo approccio che, tuttavia, in questo volume non viene affrontata perché porterebbe fuori tema rispetto alla descrizione del metodo analitico che deriva dalla visualizzazione dei dati.
Mappe, movimenti e città
I capitoli che seguono sono infatti la messa alla prova applicativa di ciò che dalla visualizzazione dati si può indagare. Tre i temi sottoposti ad analisi. Si parte dall’osservazione della mappa generata, con i suoi confini, i suoi poli attrattivi, e naturalmente la sua spiegazione. La scelta, come dicevo, si limita agli spazi di ambientazione del corpus narrativo calviniano. Quattro le categorie scelte: luoghi corrispondenti a realtà geografiche, luoghi reali ma mascherati, luoghi inventati dentro realtà familiari, e infine luoghi non localizzabili. Ogni dato, precisa l’autrice, è sottoposto a interpretazione, fatto che rende la visualizzazione un campo di sperimentazione critica. Il colpo d’occhio include tanti pezzi da combinare e consente di guardare l’opera di Calvino da una prospettiva nuova, in relazione al tempo. Gli spazi e la scrittura dialogano così trasformando il loro legame da realistico a speculativo, e animando la linea temporale:
se è vero che Calvino usa lo spazio per parlare della realtà, al tempo stesso la nega, la riformula, la nomina e poi la maschera, in una lotta incessante che fondamentalmente pare non avere mai fine.
Il secondo campo di analisi testa i movimenti e le loro forme in questo spazio individuato. La lente è quella del processo di progressiva frammentazione spaziale che coinvolge in generale il Novecento letterario e anche la poetica di Calvino. Le modulazioni di figurativizzazione e aderenza alla realtà Versus dissolvimento di questo stesso spazio passano attraverso scelte linguistiche. Anche in questo caso si individuano diversi momenti e fasi: quella lineare che accompagna gran parte della prima produzione, un movimento spinto dal desiderio, ma spesso ostacolato (Il saggio di Parigini, ancora, torna a rivelarsi molto interessante sul tema); quello a catena, quello frammentato di Marcovaldo, che apre allo spazio dell’immaginazione contro il caos del labirinto. La linea di frattura è quella con il cambio paradigmatico della concezione di spazio degli anni ’60: è il decennio che porterà all’allunaggio: cambiano categorie visive, linguistiche, cambia l’orizzonte della ricerca di Calvino che allarga gli orizzonti del suo narrare e si apre al cosmico, per poi – tuttavia – ricadere nell’ultima parte della vita in un movimento che si cristallizza nelle osservazioni peculiari e disattese di Paomar.
Nel quarto capitolo si fa un focus sulle città, i luoghi che più di tutti emergono dal corpus esaminato. Secondo la lettura proposta, sono spazi costantemente sottoposti a rimodulazioni morfologiche. Semplificando una complessa disamina, la città subisce diversi passaggi, da evocazione di sfondo a città attraversata, fino alla città senza centro, disorientante, e infine dissolta, invisibile. Non si tratta chiaramente di passaggi così immediati: attraverso considerazioni che percorrono l’intero corpus, Giustetto mostra i graduali movimenti che sempre accompagnano cambi di punto di vista, scivolamenti verso un’interpretazione dello spazio diversa da parte di un Calvino costantemente colto in una ricerca aperta alla realtà. Una ricerca spesso frustrata, spiazzante, delusa, ma sempre tesa a una relazione dinamica tra soggetto e spazio guardato e osservato.
Se è chiaro che lo spazio rappresenta per Calvino una dimensione privilegiata per interrogarsi sulla conoscenza della realtà offerta dalla letteratura, e sui suoi strumenti per passare dal mondo non scritto a quello scritto, questo saggio attraversa il tema – gigantesco – con una proposta analitica nuova e inedita, e come tale non chiude, ma si pone una domanda sul metodo: è applicabile ad altri corpus? Come dovrebbe essere rimodulato, adattato, come potrebbe aiutare l’interpretazione delle opere?