Nella mattina del giovedì, terzo giorno di maratona televisiva dedicata al Festival più nazional popolare che ci sia, sono stata a Sanremo a fare un giro. Prevedibilmente ho postato storie su Instagram in una sorta di racconto di quel che ho visto o voluto vedere. Poi le ho riguardate, e mi sono accorta di filo centrale che teneva insieme la mia visione, e che è poi sempre lo stesso, anno dopo anno un po’ più cinico, sempre divertito, un po’ disilluso ma, oso credere, un po’ più consapevole della media. Parlo da persona che qui ci vive, anche se “non proprio a Sanremo”, che lavora nei media, che ha studiato comunicazione, che vede Sanremo (la città) anche per le restanti 51 settimane dell’anno, e che passa 5 serate sul divano incollata allo schermo malgrado il sonno. Ma andiamo con ordine, e districhiamo alcune riflessioni.

L’emblema della Liguria

Faccio la giornalista, vivo a Imperia, quest’anno non sono tra i colleghi accreditati che lavorano nelle sale stampa del Festival Sanremo, ma in passato è capitato un po’ di volte, sia al Roof Ariston che in Sala Lucio Dalla. Ne ho vista qualcuna, tanto basta per capire le regole base di un meccanismo pazzesco, e ne avevo raccontato in un articolo qui e anche in un’analisi più recente qui. Siccome Sanremo è vicina a casa e pressoché da sempre esiste la tradizione di andare a fare un giro in caccia di vip, anche quest’anno mi sono presa il mio quarto d’ora (leggi: una mattinata) per una gita. Non più in caccia di vip (credo di aver smesso al liceo, dopo una bruciante delusione sentimentale che si prese la scena proprio in mezzo alla calca festivaliera), ora mi piace girare per la città per cercare di leggere un fenomeno di massa complesso che ingloba tv tradizionale, social media, marketing, dunque linguaggi, meccanismi semiotici, strategie di vendita e flussi economici da capogiro. Tutto insieme, tutto in giostra, tutto nei pochi e limitati spazi di una cittadina rivierasca che su questo evento punta tutto da 76 anni.

Durante la conferenza stampa del venerdì mattina (sì, le trasmettono in streaming e per abitudine me le guardo anche se non ci lavoro) il presidente di Regione Liguria Marco Bucci ha dichiarato che il Festival di Sanremo è l’emblema della Liguria, la vetrina speciale attraverso cui far conoscere il nostro territorio, il suo spirito e la cultura. L’altro giorno sono arrivata a Sanremo in treno – andare con altri mezzi mi risulta impossibile: la città in quei giorni è una calca – e per emergere alla luce del sole ho dovuto fare il solito tunnel. Per chi non sapesse: la stazione ferroviaria di Sanremo è sotterranea, l’uscita si raggiunge percorrendo un tunnel dotato di 4 tapis roulant ad andare e altrettanti a tornare. Questo accade da quando la linea ferroviaria storica via mare, quella costruita a fine Ottocento che portò qui il turismo europeo, e quella su cui viaggia Quinto Anfossi in “La speculazione edilizia” di Italo Calvino, è stata spostata a monte. Quei “tappeti magici” sono stati rotti per più di 10 mesi, e solo di recente rimessi a nuovo, in tempo per il Festival, con tanto di vasi di ciclamino ad addobbare l’atrio della stazione.

Siamo pur sempre nella Città dei fiori, così chiamata perché qui la floricoltura a fine Ottocento trasformò letteralmente il volto del paesaggio, impattando in maniera significativa su un’economia che ancora oggi, benché i tempi siano nettamente cambiati, può dirsi in larga parte agricola. Sulla Città dei fiori potrei parlare per ore: la stazione sperimentale di Mario Calvino a Villa Meridiana, i bouquet che impazzano sul palcoscenico dell’Ariston, i centri di ricerca, le aziende, i toponimi e il turismo. Dirò invece che lungo i rinnovati tapis roulant del tunnel in stazione sono comparsi cartelloni turistici che inequivocabilmente collocano il viaggiatore nella città che è sì dei fiori, ma è anche della musica.

Qui tutto rimanda a epoche passate: i fiori, gli eventi musicali legati a una tradizione che non c’è più eppure riesce a perdurare nel tempo (magia di Sanremo, e del marketing musicale e televisivo), il floricoltore Amilcare Rambaldi che si inventò il Club Tenco. Tutto si intreccia, tutto ha un senso coeso che snocciola dritta filata la storia della città e del suo territorio. E da qui non si esce, non c’è storia e non c’è alternativa: la storia di Sanremo e del suo fascino passa per forza di cose da questi snodi di petali, di note, di spiagge di Riviera e vacanza.

Capannelli, gadget, sole: l’esperienza che non puoi perdere

Siamo infatti qui, fondamentalmente, a cazzeggiare. Ci siamo io e le migliaia di persone che in un giovedì mattina pascolano per la città, assiepate al red carpet in attesa di riuscire a farsi un selfie con l’iconica scritta Ariston alle spalle, in cerca del vip di turno mentre le troupe di innumerevoli canali tv si susseguono tra collegamenti, dirette e reel da pubblicare. Alle 9 del mattino tutto questo movimento è ancora sonnolento e rallentato dall’esigenza di carburare con caffè e cornetto – rigorosamente cornetto e non brioche perché quando c’è il Festival per Sanremo girano un sacco di tecnici Rai perfettamente riconoscibili, oltre che per il pass, per l’accento romano. C’è tanto sonno nell’aria di primo mattino, perché come sempre le notti di Sanremo sono affollate di tutti quegli eventi, più o meno privati, ai quali non ho mai capito come si fa a partecipare. Non ho mai indagato a sufficienza per mancanza di interesse estremo.

Noto fin da ora diversi marchi con i loro point, pronti a sfoderare gadget, a promettere un magico oggetto gratuito brandizzato, al mero costo di un indirizzo mail da lasciare o di un qr code da inquadrare. È il marketing, bellezza, e quest’anno sembra esserci sfuggito di mano. Sebbene le gambe mi portino in vie meno affollate e lontano dalla calca, riesco comunque a notare qualcuno dei corner esperienziali che ogni anno sempre più si incontrano lungo le vie del centro. Sono strategie di vendita anche queste: negozi a tema, posti dove fare esperienze varie dedicate a una canzone o un artista. Si va dalle rose romantiche da costruire con i Lego per Tommaso Paradiso a Sayf che serve i caffè in un bar del centro, perché è stato barista, o ancora alla panchina di Nigiotti in un lido sul lungomare. Ma ce ne sono molti di più: sono io che non sono buona né a trovarli, né a scoprire prima dove sono, e contestualmente a questa consapevolezza, a registrarmi per avere l’accesso. Perché diciamocelo: sono cinica, ma di fronte al gadget gratuito e all’esperienza esclusiva, qualche circuito cerebrale familiare ai meccanismi del consumo si attiva anche a me.

In città, oltre a vecchi manifesti di consigli comunali e alle pubblicità “solite” campeggiano i manifesti dei cantanti, con foto e titolo della canzone in gara, come se fossero qualcosa a cui fare (ulteriore) pubblicità. E poi ogni tanto, puf!, appare un capannello di persone, si vede qualcuno vestito “bene”, e io transito e non capisco se si tratti di uno famoso, di un cantante, di qualcuno di “notevole”. Nel dubbio, qualche anno fa, avrei comunque scattato una foto. Decido di non farlo.

Un’altra attrazione della città sono i villaggi: radio, brand, chi ospita artisti, chi offre gadget. Radio Kiss Kiss ha praticamente monopolizzato il molo, e ritorna la ruota panoramica a Pian di Nave, questa volta con un altro brand rispetto agli anni scorsi. Dietro la ruota, piazzata sul mare, troneggia la Costa crociere che guarda alla città come guardava il Forte di Santa Tecla. A bordo, credo di intuire, ci sono altri brand, Pezzali che canta, e qualcuno che si diverte a programmare le scritte luminose. È incredibile come questa nave appaia tra i palazzi, gigantesca, a ingombrare un panorama che so a memoria. Anche questo è marketing, non ci possiamo fare niente, ma intanto ci godiamo il parco giochi.

Il baudismo e Umberto Eco

Decido di andare a vedere la mostra allestita al Forte di Santa Tecla e dedicata a Pippo Baudo, ideale omaggio a uno dei volti della tv italiana, nonché del Festival. Arrivo davanti al portone prima dell’apertura, e con me alcune persone che fanno parte di quella strana fauna sanremese che “pascola”, come dicevo, in questi giorni in cerca di vip, autografi, esperienze, e che infatti discute con intensità e passione dei segreti di Carlo Conti sul prossimo festival e quant’altro. Ne sanno un sacco. A fianco a loro, una troupe di ragazzi di non so quale canale sta facendo una diretta in collegamento. Lo speaker si destreggia disinvolto in quelle che capisco essere risposte a domande che non posso sentire. Ha un fraseggio perfetto, condito di riferimenti allo share, anticipazioni, smentite, clamorose novità e commenti. Io, penso laconica, non avendo più tutto questo entusiasmo per quello che al mio sguardo è solo un gigantesco fenomeno mediatico, non riuscirei ad articolare un discorso del genere con questa sicurezza. Entriamo dunque, e tra clip di momenti storici dei festival di Baudo – tra tutti, intercetto gli operai genovesi saliti sul palco nel 1984 – e canzoni, ripercorriamo una generosa fetta di storia della tv italiana. C’è il primo festival di Baudo nel 1968, anno cruciale perché successivo alla morte di Tenco.

Stop: riavvolgiamo il nastro. Ci stupiamo del clamore mediatico del Festival odierno? Ma che atmosfera deve essere stata quella di un Sanremo dove un cantautore in gara si suicidò? Le radici di questo pachidermico essere televisivo italiano non a caso detto kermesse, dal sapore liturgico e insieme di sagra paesana, passano per stratificazioni di linguaggio televisivo e costume italiano. Inestricabili. Tant’è che in mostra si fa cenno anche a un curioso fatto linguistico che sancisce la presenza di Sanremo nella lingua italiana, ovvero la codificazione di termini come “baudismo”, “pippobaudismo” ecc, riconosciuti da Treccani ed entrati nel gergo di chi fa e segue la televisione in Italia. Vedo telegatti, vedo la copia della prova di esame di Baudo alla Siae e scopro che depositò un centinaio di brani. Giorgia, Pausini, Ramazzotti. Ci sono gli smoking usati durante le serate, e c’è anche la possibilità di farsi filmare mentre si annuncia il festival, su green screen. Ovviamente lo faccio, chiudendo la performance con la battuta “l’anno prossimo mi chiamate eh”. Sento di essere boomer più che mai: mi avranno contagiato i signori di prima? I ragazzi addetti a questo giochino mi sorridono con la faccia tirata, probabilmente hanno sentito questa battuta stanca già centinaia di volte e odiano tutti.

Mi sembra molto coerente che la scusa che ho utilizzato per giustificare alla coscienza la mia presenza a Sanremo è che mi scadeva un prestito in biblioteca e, dovendolo rinnovare, ne ho approfittato per prendere un libro prenotato, cioè il mattone, di peso e di foggia, che è l’autobiografia intellettuale di Umberto Eco. Mi sembra di poter pensare che nello spirito del professore, nel suo approccio ai linguaggi dei media, ci sarebbe stata una spiegazione anche per tutto questo clamore sanremese, senza giudizio, senza merito, senza colpa: solo osservazione e attenta lettura. Che è un po’ quello che vorrei cercare di fare io, perché Sanremo in fondo mi piace, lo seguo e non rinuncerei a questa maratona televisiva che ci traghetta dall’inverno alla primavera. Anche se poi non mi interessa quasi nessun cantante, e quando vedo le mandrie di persone che portano borsine e borsette, gadget brandizzati, garofani ormai appassiti in mano, penso che siamo figli non delle stelle ma del consumismo sfrenato, e chissà tutta quella plastica che fine farà, chissà quei fiori da quale coltivazione arrivano, quanta fatica nascondono. Chissà se ci rendiamo davvero conto della costruzione di senso che tutto questo è e rappresenta.

Globale, locale, iconico e poco letterario

Mi perdo a pensare che sono proprio incastrata tra riflessioni globali che convocano il telegatto di Baudo e la disamina di Mike Bongiorno di Eco, e riflessioni locali che arrivano mio malgrado perché qui ci vivo, e leggo le notizie e scrivo su un giornale di qui. Per questo motivo, infatti, mi avventuro sulla pista ciclabile in cerca dei cartelli che ne annunciano la chiusura nella fascia oraria in cui, in via sperimentale per la prima volta quest’anno, passerà una navetta. Siamo davvero speciali in questo angolo di Liguria: facciamo una ciclabile e poi la chiudiamo perché non siamo riusciti in altri modi a risolvere il problema del traffico folle di queste giornate. Cammina cammina, arrivo pure allo spazio di Casa Vessicchio allestito ai Bagni Paradiso: è un orario spento e non trovo nulla e nessuno, ma è un ideale omaggio a una figura iconica del Festival, che anni fa vidi proprio al volante della sua Y10 mentre guidava sul lungomare di Sanremo.

Mi incammino quindi sul molo del porto vecchio per avere una visione diversa della città. Da qui, scriveva Gianmarco Parodi, in certi momenti è possibile intravedere la città invisibile. Provo a guardare con attenzione. L’ombra della gigantesca Costa crociere incombe, il mare è un olio che esala profumo di sale, il sole ci si tuffa sopra e rimanda una luce caldissima: è una giornata di primavera matura, mi tolgo la giacca, e poi la sciarpa, e così fanno i tanti che si allucertolano al sole in quella che è stata una delle capitali del turismo in Riviera. Le spiagge e i lidi invernali sono pieni di gente che assaggia l’acqua del mare con i pantaloni tirati su, e poi si sposta ai tavoli al sole per assaggiare qualche piatto locale. Ci sono anche i bagni Arenella, quelli che cita Italo Calvino raccontando di bande di bambini che rotolano giù al mare per darsi battaglia.

Carciofi di Albenga, leggo su qualche vetrina, e poi gli immancabili “baci del Festival”, sui vetri di una pasticceria. Intanto: Sanremo è questa, la “mia” Liguria è proprio questa qui. Anche se oggi dal molo vedo la ruota panoramica, l’impero di Radio Kiss Kiss che manda in onda “L’infinito” di Raf, le persone ovunque, i palloni gonfiabili delle radio. Mentre osservo, qualche barca dei pescatori con un pigro pot pot si lascia dietro un’ondina che sembra disegnata ed esce in mare. Questo porto è il porto vecchio di Calvino, quello di cui parla in Un bastimento carico di granchi e che cita anche in chiusura de La formica argentina. Sono venuta a passeggiare qui qualche mese fa prima di scrivere il capitolo sulla Sanremo di Calvino per L’Italia è un romanzo. Ho davanti una sola città, che però contiene tutti questi volti diversi, storie e temi che aprono capitoli, e poi libri, anzi intere biblioteche. Torniamo proprio qui: ai libri.

Ma chi è questo?!

Mentre riguadagno il centro città, mi ritrovo un po’ per caso e un po’ no davanti a quello che fu il liceo di Italo Calvino, in piazza Eroi Sanremesi. Anche questo è ormai da qualche anno un luogo caldo per i point degli artisti e i brand che impazzano. Mi consegnano un cioccolatino e già che sono in zona prendo la scaletta che mi porta su in piazza Nota, dove una targa scolorita circondata da tag e pezzi di muro scrostati ricorda Italo Calvino, il suo paesaggio di infanzia, la Liguria che non c’è più. Eppure c’è ancora, l’ho intravista mille volte tra il clamore mediatico di questa mattinata e le pagine della città che conosco, tra il luccichio della tv e le pagine scritte. Mi affretto verso la stazione, la nave da crociera appare immensa sull’orizzonte, avvolta da un’atmosfera azzurrina. Passa un ragazzo in bicicletta, ha una borsa di tela a tracolla, sopra leggo: “Ma chi è questo?”.

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Sono una giornalista, mi occupo di uffici stampa per la cultura e l'ambiente, di comunicazione e social media. Ho un dottorato in semiotica: va da sé che ho una spiccata curiosità per tutto ciò che ha a che fare con i testi e i loro meccanismi. Amo il mare, leggo tantissimo e adoro scrivere: A contrainte è il mio sito, ci trovate recensioni di libri e racconti di quel che mi circonda!