Le riviste online (letterarie, e non solo)

Se state leggendo questo post, è probabile che siate persone a cui non dispiace informarsi, magari in ambito culturale. È probabile mi conosciate di persona, perché questo resta pur sempre il mio sito, un luogo che funge da mio curriculum online e da palestra per la mia scrittura, e in quanto tale non rappresenta né una testata giornalistica né uno spazio che necessita di promozioni o sponsor. Se state leggendo questo post, quindi, è perché davvero volevate farlo. Significa che primo, siete dei lettori fedeli, secondo, che ho una grossa responsabilità.

Riviste online: chi sono e dove trovarle

Come preannuncia il titolo, infatti, quello di cui vorrei parlare, riuscendo a essere il più esaustiva e chiara possibile, è la situazione che coinvolge le cosiddette riviste online. Fermi tutti, spieghiamo subito una cosa importantissima. Quando parlo di riviste online, come in questo caso, mi riferisco solo ed esclusivamente a quei siti di informazione/intrattenimento/cultura che non sono esplicite testate giornalistiche registrate presso un tribunale e presso il Registro degli Operatori della Comunicazione. Se così fosse, infatti, sarebbe troppo semplice. E poi parleremmo di giornali. Ad alcuni fa strano perché non c’è la carta, ma è così: giornali online.

Il web – ma che ve lo dico a fare? – ha permesso la proliferazione incontrollata di siti, dunque potenzialmente luoghi dove le persone inseriscono contenuti. Siano essi scritti, foto, video o interazioni tra i tre linguaggi e altri nuovi codici espressivi. Insomma, se prima fare un giornale presupponeva se non altro una fotocopiatrice e/o a livelli più lussuosi, una tipografia, oggi la faccenda è molto più immediata: ti apri un sito, e scrivi. Se poi non è un giornale, pazienza. Ci somiglia, un po’ lo imita, e va bene così. Che manchi poi tutta una serie di competenze e informazioni utili su come funziona e cos’è un giornale diventa un dato secondario.

Nel 2012 mi inventai con 3 amiche Artintime, una rivista – a tutti gli effetti era pensata come tale: delle rubriche fisse, una forma sfogliabile, una grafica ad hoc – che parlava di artisti, scrittori e musicisti emergenti. Nessuna di noi aveva un titolo più giusto di un altro per decidere di fondare una rivista, eppure lo facemmo lo stesso. Nasceva Artintime, un progetto destinato a produrre una quarantina di “numeri” (lo virgoletto perché, e qui si palesa già uno dei problemi delle riviste online, trattavasi sostanzialmente di pdf sfogliabili e non di oggetti cartacei numerati sulla costa e impilabili) nel corso di tre anni e qualche mese, e di attivare una serie di meccanismi di produzione di senso, comunicazione e marketing che terrò come linea guida di questo post.

Giornali, giornalisti e creazione di senso

Per tre anni e qualche mese, Artintime è esistito, e ha impiegato energie, cervelli, mani e ore di ricerca, lettura, scrittura e impaginazione. Esatto, proprio così. E vi sorprenderò con uno svelamento ulteriore: Artintime è esistito e ha impiegato il lavoro di parecchie persone, ma l’ha fatto a) gratis b) chiamandosi rivista/magazine, senza in realtà essere registrato presso nessun tribunale.

Punti dolenti, e in qualche modo anche connessi tra loro. Perché ci sta che la gente scriva recensioni e pareri senza essere retribuita come se fosse un giornalista. È lecito, e a volte è anche bello e positivo. Ma si chiama blogging, o qualche sua sfumatura (apro questa parentesi per farvi notare che siamo nel 2018 e il fenomeno blog, forte di quella libertà di aprire un sito e scriverci di cui vi dicevo al paragrafo sopra, è vivo più che mai, a scapito di quanto profetizzarono due esimi divulgatori scientifici a un corso che seguii nel settembre 2015). Scrivere per una rivista, invece, è diverso. È un’attività che presuppone un certo grado di professionalità, e che non dovrebbe essere prerogativa di chiunque abbia voglia di dire cose. Una rivista infatti si chiama tale perché produce un senso che va oltre i suoi singoli contenuti, e che è dato dal progetto intero, dall’identità. Un profilo valoriale che si rispecchia a primo impatto nella veste grafica (coerente, orientata, pensata e affatto casuale), e poi nell’allestimento dei contenuti, ovvero in quello che in tv si chiamerebbe palinsesto, l’architettura di ciò che la rivista include.

Tutto questo non si realizza così, a caso, ma implica del pensiero, della progettualità, delle competenze per realizzarla (o cercare almeno di farlo). In una parola: del lavoro. È lecito quindi immaginare che, a fronte di una situazione che permette tanta libertà creativa grazie al web, uno possa anche creare dal nulla un progetto per una rivista, e perché no, visto che la cosa implica del lavoro, farne qualcosa che dia da vivere.

Lavorare gratis, l’ossimoro degli assuefatti

Fin qui, tutto lineare. Facciamo un piccolo salto indietro. A meno che non siate già degli imprenditori avviati, o non abbiate una casa editrice ereditata da un familiare, cosa spinge voi giovani (con giovani leggasi un’età imprecisata tra i 20 e i 35 anni. Noi di Artintime quando lo pensammo per la prima volta ne avevamo 25) a creare/aprire una rivista online? La voglia di creare una veste grafica coerente? Mh… La voglia di strutturare in un progetto coeso dei contenuti? Beh…sì, anche… La voglia di mettervi alla prova per vedere se ce la fate? In effetti… Tutto questo è lecito, e probabilmente ha spinto noi e tutti coloro che questo progetto l’hanno poi avviato. Insieme a un’altra cosa fondamentale: la passione.

Difficile pensare che qualcuno che non sia appassionato a un progetto come quello di una rivista che parla di argomenti specifici lo faccia per altri scopi che non siano quelli legati al proprio interesse personale per il tema, alla voglia di condividere questo tema, e anche a una piccola forma di vanità nel visualizzare all’interno di una sorta di “prodotto finito” le proprie parole e la propria firma.

Qui si apre la prima enorme faglia su cui costantemente mi interrogo senza ancora aver trovato risposta: come si conciliano questa passione, e il fatto che per tenerla attiva sia necessaria una quantità considerevole di lavoro (ricordate? Pensiero, progettualità, competenze…) che non viene pagata (quasi mai) da nessuno? Risposta immediata che potreste darmi: semplice, si mettono delle pubblicità sul sito, si fa pagare qualcosa, che ne so, dei contenuti extra. E vedete bene una conseguenza limpida di questo ragionamento: alla passione, e allo sbattimento che vi state facendo, si affianca del marketing. Bisogna vendere il proprio progetto/rivista/passione/lavoro.

Perché se non lo si fa, si resta nell’impasse: lavoro, e lo faccio gratuitamente. Altrimenti riformulato: investo energie, competenze, sforzi e una quantità considerevole di tempo per qualcosa che è totalmente libero e gratuito. Lavorare gratis è evidentemente un ossimoro, non raccontiamoci storie diverse. Il lavoro è tale perché viene pagato, altrimenti è atro: hobby, passione, passatempo. Lo potrebbe fare chiunque, se animato da una passione così forte. Esatto: chiunque. Ma un impegno che assume le rigidità, formalità, obblighi e le strutture di un lavoro, non regge molto se non è pagato. Oltre a non stare in piedi, inoltre, attiva strani percorsi che legittimano pratiche scorrette come quelle di non pagare chi mette a disposizione la propria professionalità per progetti come una rivista online, e diffonde assuefazione tra i precari, sognatori e illusi che ogni giorno sperano di diventare il Michele Serra del 2050 campando di scrittura (non dico di giornalismo perché la parola implica una professionalità ancora più rigida, essendo quella del giornalista una professione disciplinata e regolata da un Ordine Professionale e da precise leggi, ve ne parlo all’ultimo paragrafo), e sono disposti a renderla gratuita, questa scrittura, pur di vedere la propria firma da qualche parte.

Riassumendo: una rivista online come Artintime consisteva di lavoro professionale (o almeno, una sua imitazione molto simile, con rigidità dei tempi, scadenze da rispettare, correzioni e numerose riunioni), grande passione ed entusiasmo, tantissimo tempo dedicato, e gratuità. Un modello che, dopo tre anni, ha iniziato a cedere sotto il peso di altri lavori svolti per campare, scarsità del tempo libero rimasto, senso di colpa davanti ai collaboratori non retribuiti, blocco di ogni attività che implicasse il coinvolgimento di nuove persone o l’autopromozione finché non si fosse trovata una ricetta di sostenibilità economica, senso di impotenza davanti a un progetto che continuava a definirsi tale senza decollare. Perché decollare era assai difficile.

Ma chiunque chi? Tre casi simbolici

Decollare significava, brutalmente detto, riuscire a fare di quella passione, tempo, energia e professionalità, un prodotto vendibile. Quindi: guadagnarci qualcosa. Allora sì che il tempo e le competenze spesi per creare contenuti sarebbero valsi. Con Artintime ci abbiamo provato: abbiamo pensato, immaginato, e persino seguito un corso per startup, realizzando modelli di business dalla a alla z, con tanto di analisi dei rischi, osservazione del panorama dei competitor ecc. Le energie necessarie erano davvero tante, e le nostre competenze ristrette in un campo selvaggio e insieme spinoso. È arrivata la fine.

Spero fin qui vi sia tutto chiaro. Lo spero perché sulla parole fine di Artintime mi voglio agganciare con una serie di episodi che negli ultimi mesi ho letto, e che riguardano la chiusura di diverse realtà online che, per certi versi, mi hanno ricordato la vicenda di Artintime facendomi sentire da un lato meno inutile di quanto non mi senta ancora oggi pensando al potenziale buttato, e dall’altro convincendomi sempre più del fatto che questo modello non può andare avanti. E per questo modello intendo un calderone di cose, che spazia dall’assurdità dell’accettare lavori gratis alla svalutazione terribile del lavoro giornalistico, quello vero, che arriva a creare situazioni di follia che io stessa ho vissuto, dove un articolo viene pagato meno della carta straccia. Non si può andare avanti così se tutti possono scrivere tutto, se tutti lo fanno gratis e se poi ci si mettono anche fake news e analfabetismo funzionale e il pubblico va in tilt e non distingue più le fonti autentiche, il lavoro basato su tempo e ricerca, confuso sempre più con brutale pratica di clickbating.

Insomma: c’è un disastro. Un disastro dove tre casi specifici mi danno da pensare, e sono i seguenti:
404
Nuok
Ctrl magazine

404 è stata dal 2010 a pochi mesi fa (cito) “una rivista online di indagine, analisi, inchiesta; una comunità di under 30 che si è formata dando continuità ad esperienze di instant journalism createsi all’interno del movimento dell’Onda del 2008, all’università di Siena”. La scorsa primavera ha chiuso, fondamentalmente per gli stessi motivi di Artintime: mancanza di modello di sostenibilità economica dato dal fatto che tutti i partecipanti per vivere facevano altro. Il tempo, e le energie, mancano. A 30 anni ci si scontra con la realtà e i sogni spesso si polverizzano. Ecco dalle parole del blog il riassunto dei perché della decisione (trovate il testo intero qui):

Siamo precari, chi più chi meno, viviamo sparsi in cinque diverse nazioni e otto città, e le nostre priorità (siano dettate da costrizioni o desideri) si sono differenziate. […] a questa [diversità] si è affiancata una frammentazione sempre più forte: scadenze pressanti, orari lavorativi rigidi, o al contrario, fin troppo fluidi, hanno progressivamente intaccato la nostra capacità di partecipare tempestivamente al dibattito critico. Per seguire le nuove uscite, selezionare quelle più valide, e proporre analisi occorrono condizioni materiali precise – entrate economiche fisse e tempo libero da dedicare – che da qualche anno non possediamo più.

Dall’aspetto molto simile a quello di un blog, più libero e sbarazzino, Nuok ha chiuso qualche mese fa. Per chi non lo conoscesse, era un sito che raccoglieva storie di viaggi nelle città del mondo e che, nel giro di qualche anno, si era creato una community di più di 200 collaboratori. Ora, non ne so nulla e non ho dati alla mano, ma oso immaginare si trattasse di collaboratori che mandavano reportage e foto gratuitamente. Io stessa in tempi non sospetti, quando ancora ero studente, avevo mandato una proposta rispondendo a una sorta di call-contest e non ricordo si parlasse di retribuzione. Torno a dire: liberi di fare cose gratis. Ma nel momento in cui il progetto cresce così tanto, e richiede norme precise (cosa che Nuok giustamente faceva) per la redazione, e tu accetti di collaborare senza prendere un soldo ma solo perché il sito è in effetti figo, e ti dà visibilità, abbiamo dei problemi di fondo.

L’avrei fatto anche io – ho scritto sopra che avevo inviato una proposta a Nuok – e per tanti anni ho pensato ingenuamente che fosse giusto così, la gavetta, no? Poi ho visto un po’ di cose, le ho provate sulla pelle e sul conto in banca, ho svoltato la boa dei 30 anni e mi son detta che se per mestiere, nella vita, volevo fare la giornalista, avrei avuto dei problemi seri. Si fa presto a dire che l’editoria è in crisi – fatto reale -, si fa meno presto a dire no quando si collabora gratis svendendo in saldo extra il proprio tempo, il proprio entusiasmo, la propria competenza. Beninteso: non ce l’ho con Nuok, che era un sito bellissimo e di cui apprezzavo a apprezzo tutt’ora l’onestà e la visione. Non ce l’ho con Nuok anche perché io suppongo non ci fosse nessuna struttura economica dietro, però magari c’era eccome. Quindi se mi leggete e siete di Nuok: non vi arrabbiate. Mi spiace che abbiate chiuso il progetto (qui il post che racconta la storia), ma mi siete utili, in questo post, per cercare di evidenziare dei movimenti strani che questo web origina, dei circoli viziosi, dei modelli che poi si diversificano in mille sfumature differenti. Qualcuno non sopravvive, qualcuno invece trova una nicchia, un modo, una via.

Ctrl Magazine, per esempio, non ha ancora chiuso, ma rischia di farlo e sta quindi provando a salvarsi con un progetto che potete leggere qui. Si tratta di una bella rivista che esce cartacea e che ha un sito, e che propone degli splendidi reportage narrativi. Mesi fa mandai infatti una proposta perché sarebbe stato un onore per me raccontare alcune storie particolari che avevo in mente su quelle pagine, ma nessuno mi rispose. A giudicare da quello che leggo mesi dopo, forse capisco perché (anche se una mail di spiegazioni, per quanto negativa, sarebbe comunque stata gradita). Ecco che succede:

CTRL sta scomparendo per mancanza di fondi. Aiutaci a sopravvivere! Per 9 anni abbiamo pubblicato un magazine cartaceo, gratuito e tascabile: nato dalla pura passione, in modalità del tutto artigianali, inizialmente distribuito solo nella nostra città, Bergamo. Dall’inizio del 2017 CTRL è diffuso in tutta Italia, in 500 punti di distribuzione, senza alcun finanziamento.

Ora, rispetto alle altre, questa è una realtà diversa, già più “professionale” in senso stretto: nasce per essere rivista giornalistica seria, stampata, con regole ferree, e ha sotto di sé una struttura anche economica, che tuttavia oggi cigola. È questo il dato interessante, che la rende parente delle altre due storie (e di quella di Artintime): non funziona niente.

Certìficati: non hai il certificàto?

Ci sono riviste che non sono riviste ma blog molto strutturati, che tuttavia propongono cose interessanti e lo fanno bene, e allora accade che la fama li preceda, e creino circuiti fortunosi e anche belli, che coinvolgono intellettuali e giornalisti noti. Ci sono progetti belli, che hanno tutte le carte in regola per farsi autonomi, ma che a un certo punto si scontrano con i tempi o con le necessità concrete di chi li ha creati. Ci sono giornali nati ai margini dei grandi sistemi editoriali, che con forza e dedizione raccontano cose belle e lo fanno bene, ma che a un certo punto devono fare i conti con le bollette.

E andiamo avanti, se volete. Perché c’è un florilegio di siti, blog e cosiddette riviste che, se spacchiamo il capello in quattro, tali non sono, ma si fanno chiamare così perché in fondo c’è un’organizzazione, e c’è pure un lavoro di redazione dietro, spesso gratuito. Sono riviste che raccontano, ma anche riviste che accolgono scritture. Sono le riviste letterarie: ne escono di nuove a bizzeffe, e molte trovano anche, in modi e per vie che non mi spiego, l’avallo di personaggi e/o intellettuali famosi, tanto che è un attimo e diventano famose, si fanno fari, luci intorno a cui ruotare per ottenere la propria, di luce.

Nella mia coperta di cinismo – fare il giornalista nel 2018 e pensare di viverci è una scommessa macabra – continuo a chiedermi come si sostengano questi soggetti e, se riescono a farlo, quanto costi il loro lavoro. Penso al lavoro di chi legge, revisiona ed edita testi. Lavoro per imparare a fare il quale io ho pagato dei corsi, salvo poi scoprire che l’investimento non sarebbe tornato, perché nessuna casa editrice mi ha mai risposto. Tanto valeva, allora, farlo lo stesso da me, farlo gratis? Che poi, dietro a tutti i ma di questa ipotesi folle, resta il problema: chi certifica la qualità del mio lavoro?

Artintime non aveva dietro nessun nome tonante, nessun vip. Infatti è sparito velocemente, non ne resta cronaca nelle prime 4 pagine di google salvo in due rassegne stampa di personaggi di cui si era parlato e in un articolo realizzato dagli studenti del master in giornalismo di Torino nel lontano 2013. Non è nemmeno citato dal dubbioso articolo de Il Libraio, dove senza dei distinguo chiari né una classificazione ordinata secondo qualche criterio (e va bene che è ormai un’inchiesta vecchia e sul web di criteri ne esistono pochi, ma uno sforzo creativo poteva essere fatto) vengono citate decine di cosiddette riviste. Un put-pourri dove si mescolano progetti editoriali con alle spalle strutture spesse e solide con cose nate dal basso, portali che stanno in piedi col crowdfunding o grazie alla collaborazione malata di quell’assuefazione all’ossimoro, che si bea di una firma su una testata divenuta prestigiosa di un prestigio che non paga nemmeno un euro, progetti universitari, blog sorretti da solide carriere editoriali.

Cercando un senso, e riassumendo

Non vi sembra che tutto questo sia privo di senso? Chiunque può fare una rivista, può non pagare i collaboratori forte del fatto che possano accettare l’ossimoro del lavoro gratis, illusi da un nome altisonante solo perché certificato da un follower importante. E mentre questa specie di comunità online si solidifica e crea legami anche nel reale, aprendo magari porte, sulla bocca resta l’amara retorica del “ah, voi giornalisti”. Noi giornalisti, sì. Noi che paghiamo una bella cifra annuale all’Ordine per essere iscritti e tutelati, noi che versiamo alla nostra cassa previdenziale, noi che ci facciamo i corsi di aggiornamento obbligatori inclusi un tot di crediti deontologici. Noi che quello è un lavoro, bello, importante, galvanizzante quanto vuoi, ma un lavoro che serve per avere uno stipendio. Noi che mentre scrivi pensi alle 5w, alla testata, al lettore e al contesto, di default. Noi giornalisti, che siamo tali perché una e una cosa cerchiamo: la notizia. Non la notorietà: la notizia.

Ecco, vi riassumo i problemi che ho cercato di dipanare in questo lungo scritto:

  • Lavorare gratis: la svalutazione accondiscendente del lavoro
  • L’abbaglio di una ipotetica fama ascritta a un prestigio della testata
  • L’inclassificabilità delle cosiddette riviste online e la conseguente confusione
  • I modelli di sostenibilità economica per progetti editoriali online
  • La specificità del lavoro giornalistico: i collaboratori- squali che confondono le acque

Ora, io non ho certo una soluzione, ma ci tenevo da un po’ a mettere nero su bianco tutti i motivi che alimentano il mio cinismo. Vi chiedo cosa ne pensate e, se vi va, leggo e rispondo a tutte le vostre sollecitazioni, potete contattarmi qui!

(Oh, e se siete arrivati qui in fondo, va detto che siete dei lettori veramente eccezionali: grazie!)

Le riviste online (letterarie, e non solo)

“In viaggio con Lloyd” – Simone Tempia (Rizzoli Lizard)

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