“Il sogno del drago” – Enrico Brizzi (Ponte alle Grazie)

Enrico Brizzi è uno dei miei autori preferiti, ve ne sarete accorti se avete dato un’occhiata ai miei libri del cuore: di suoi ne compaiono molti. No, non si tratta solo di Jack Frusciante, che quella lettura ha una sua epica (lo lessi tenendolo sotto al banco durante le ore scolastiche. E io stavo seduta nel primo banco) e un suo “tempo”. Si tratta di quello che è arrivato dopo: i romanzi fantastorici, ma anche e soprattutto i romanzi cosiddetti “dei cammini”. Perché Brizzi da qualche tempo non solo scrive, ma cammina. Via Francigena, Roma-Gerusalemme, Italica 150 dal capo più a nord a quello più a sud del Paese (di cui si legge in Nessuno lo saprà, Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, Gli psicoatleti), e adesso il solo lungo viaggio a piedi europeo a mancare nell’album delle imprese: il Cammino di Santiago. La narrazione di quest’ultimo grande pellegrinaggio che innerva l’Europa e sul quale Brizzi e i suoi compari hanno posato passo dopo passo il loro sguardo è raccolta in Il sogno del drago, che a differenza dei precedenti romanzi di cammini è uscito per Ponte alle Grazie e in contemporanea allegato al Corriere della sera, e che racconta delle 12 settimane sulla strada, zaino in spalla, mappa in tasca e sogni grandi, misti a draghi da sconfiggere, in testa.

Quel che vi dà gioia non è aprire nuove vie, ma ripercorrerne di vecchie lungo le orme di mercanti, pellegrini e contrabbandieri, uomini d’arme, fuggiaschi e sovrani. È un’attività che si può praticare con profitto nello spazio di un weekend, ma gli itinerari più impegnativi richiedono molti giorni, settimane, mesi. Fra il percorso brevissimo e quello lungo un’intera stagione c’è un punto in comune, ed è l’elemento umano: la grammatica di base della vostra disciplina non si fonda sulla conoscenza di gesti tecnici specifici […]. Quel che dà gusto è andare sempre avanti, condividere il cammino con amici e prendere confidenza con gli sconosciuti. Viaggiando sul filo dei cinque chilometri orari e interrogando il mondo con la curiosità che merita, si scopre che ogni contrada è la culla di storie affascinanti, e con l’aumentare dell’esperienza ci si rende conto che queste storie sono tutte collegate fra loro. È il segno che la gente della terra, in barba a confini e ideologie, è cresciuta nel palmo della stessa mano.

Una versione breve ma efficace della recensione a questo libro potrebbe essere all’incirca questa: che potenza, che emozione. Come tutti i cammini letterari di Brizzi, ma forse ancora di più, per chi abbia già letto i precedenti viaggi. Perché qui si ritrova tutta quella sorta di ritualità del cammino, nel suo respiro più noto e prezioso, più folle e insieme saggio: la preparazione, i “buoni cugini”, che già conosci e di cui hai imparato a distinguere le voci e le idee lungo i percorsi precedenti, e poi la routine del viaggio, lo zainone in spalla, gli incontri sul cammino, la geografia dei luoghi che cambia, sfuma di regione in regione, e il percorso sulla mappa che procede, al ritmo dello studio fatto a monte, dei sentieri carichi di storia solcati fin dall’antichità e oggi segnalati sulle cartine. Cartine che io non ho mai visto, cammini che non ho mai compiuto, imprese che non ho mai sfiorato con la mente. Eppure l’epica della narrazione di Brizzi ti ci butta dentro, a tutto questo, e concluso il libro – anzi, il cammino, verso Finisterre – ti sembra di aver appreso camminando, e ti emozioni per aver vissuto la parabola umana e la catarsi che anche il protagonista di questa storia – che sia Brizzi in persona o un io disegnato tra uno sbaffo narrativo e una ricostruzione finzionale – ha provato e maturato in dodici settimane sul sentiero dei pellegrini che conduce a Santiago. Santiago inflazionato, Santiago che va di moda e ora ci si incamminano tutti, Santiago che, se raccontato da Brizzi, una specie di bardo moderno di storie e cammini (io me lo immagino esattamente così), riacquisisce tutta la sua immensa storia e profonda spiritualità. Perché la filosofia che orienta il camminare e il narrare è questa, leggete quanta bellezza:

Andare a piedi era un buon modo per rendere visita ai vostri simili, affondare le mani nell’ordito di storie che aveva reso il mondo ciò che era, e ogni sentiero, variante o deviazione matta non era mai una “prima” assoluta; si camminava sempre ricalcando le orme di qualcuno che era venuto prima di voi. A volte eravate stati preceduti da poche ore, altre di millenni […]; vecchio o nuovo che fosse, strutturato o improvvisato, ogni viaggio vi faceva sentire speciali e, allo stesso tempo, perfettamente identici nell’essenziale agli uomini del passato. Non eravate più lenti né veloci di loro, cosicché non vi sentivate nani sulle spalle di giganti, ma giovani che avevano il lusso di essere scortati dai fantasmi benevoli di chi era stato giovane prima di loro, e lungo quegli stessi percorsi aveva gioito e sofferto, sperato nel meglio e provato la sensazione della meraviglia.

Uno degli aspetti della scrittura di Brizzi che più amo è lo stile, la scrittura in sé. Dalla citazione precedente, forse avrete già intuito di cosa sto parlando. Ci sono due macroaspetti forti, che segnano il modo di narrare dell’autore e ne rendono ogni scritto un racconto in senso stretto, narrazione antica, ordita con la voce, come intessuta davanti al fuoco la sera, stanchi del viaggio, forti della ciurma che vi accompagna, la mente accesa di immaginazione, progetti e qualche timore reverenziale. Il primo aspetto che mi colpisce e che rende riconoscibile e per me familiare la voce di Brizzi è la seconda persona. Brizzi è uno dei pochissimi autori, nel pantheon di quelli che leggo di frequente, che si rivolge a un’ipotetica seconda persona – un tu o un voi -, una pluralità che include il soggetto protagonista e i suoi amici. Ecco, questa voce, in cammino, e su un percorso che è sia un pellegrinaggio storico, sia una sfida collettiva, sia ancora una meta personale e un viaggio attraverso cui riscoprire se stessi e crescere – affrontare il drago – assume un calore tutto speciale. Catapulta in cammino, catapulta nel gruppo di pellegrini, fa sentire loro pari, in viaggio dentro una mappa, dentro una storia, ma soprattutto dentro un’epica che ha un respiro grande ed evocativo, e sa proprio, come dicevo prima, di racconti intorno al fuoco, del piacere ancestrale di narrare. Ricorda le cronache di viaggio, una sorta di diario dove tenere annotato il percorso, le sue caratteristiche fisico-geografiche, gli incontri, dai più bizzarri a quelli quotidiani, e ancora lo stato di salute di te stesso, scrittore, che del gruppo sei colui che ha l’incarico di osservare, studiare, collegare, ricordare, riflettere e pensare per narrare, e dei tuoi compagni. Allora non è più solo cronaca di viaggio dettagliata e descrittiva, ma è anche un racconto che accompagna i percorsi della mente, i cedimenti di umore, le improvvise euforie, le paure, le emozioni. C’è tutto questo nei viaggi a piedi di Brizzi, che diventano racconti senza perdere un grammo della bellezza dell’esperienza vera, anzi acquisendo una forza ancora di più grande, che li fa diventare storie universali, storie epiche, tra nomi e situazioni che si ripetono, in giro per lo strano e vasto mondo, alla scoperta di qualcosa di nuovo al di là dell’orizzonte, o semplicemente nel profondo, dentro di sé.

Se i vostri percorsi hanno qualcosa di grandioso non è certo la difficoltà; la vostra “facoltà di resistere” si misura con la durata degli itinerari, la capacità di adattamento sul lungo periodo e l’abilità nel distinguere le orme di quanti vi hanno preceduti. E anche quando si parte da soli, come ben sapevano i pellegrini medievali, si va sempre in cerca di un compagno col quale condividere la strada, o perlomeno di sguardi, racconti, situazioni umane in grado di caricare il viaggio di senso.

Il viaggio verso Santiago inizia da un preambolo tutto torinese e, neanche a dirlo, stupendo. Stupendo perché la lingua di Brizzi riesce a essere al contempo precisa, descrittiva ma anche evocativa: comprensione, restituzione, e poi elevazione simbolica della realtà che l’autore ha sotto gli occhi. Ed è così che in poche pagine Torino riappare nei suoi portici, nelle sue piazze e nei suoi quartieri, non è la città piatta di un libro, è una città tridimensionale e di cui emerge il respiro, sulla pagina. Ecco, sarà così, anche se in alcuni tratti naturalmente in maniera più lieve, per tutto il lungo percorso di dodici settimane compiuto dall’eroico protagonista e dai “buoni cugini” compagni di avventura. Perché il Cammino di Santiago di questo romanzo, in barba al fenomeno modaiolo che negli ultimi anni ha reso questo pellegrinaggio sempre più massificato e pret-a-porter, è un cammino serio, che lo eleva a grande via pedestre europea, e dunque parte da Torino, e fila verso ovest, attraversando la Val di Susa e il valico alpino per la Francia, paese che viene tagliato in una strada lunga e variegata, per la sua intera larghezza, fino al secondo valico, quello dei Pirenei, attraverso cui si passa in Spagna, e da lì il cammino riprende, più vivo e frequentato, fino a raggiungere Santiago e poi l’ultima roccia, l’ultimo lembo di terra prima della distesa oceanica: Finisterre.

Sapete, o credete di sapere, che tutte le storie del mondo ne compongono una sola, meravigliosa e terribile. Quale sia la sua morale non potete dirlo, ma certo non volete farvela raccontare da qualche impostore. Sapete, o credete di sapere, che tutte le vie dirette verso le mete sacre si combinano in un disegno unico, e quella mappa che si estende fra terra e mare non è che il riflesso di costellazioni più antiche dell’uomo. Quale verità nasconda, se pure esiste, lo può scoprire solo chi arriva con onore alla fine del viaggio.

Che il viaggio, che agli occhi di un profano di Brizzi potrebbe sembrare fasullo, sia stato compiuto davvero, lo testimoniano i timbri del pellegrino che accompagnano i tre grandi capitoli: la parte italiana, quella francese e quella spagnola. Le tre “sequenze” di viaggio sono fedelmente rappresentate in mappe che precedono ogni sezione e che disegnano sul profilo della cartina il tragitto percorso a piedi, segnalando le città, paesi e borghi toccate dai piedi dei protagonisti e rientrate nelle narrazioni, un percorso reale, ma anche un percorso tra le pagine. Che sono pagine di storia e cultura europee, ma anche pagine di un viaggio liberatorio, quasi una seconda maturazione, caratteristica dell’età adulta che spinge molti sulla strada per Santiago. La cura e la passione geografica di un camminatore “professionista” come Brizzi, alle spalle migliaia di chilometri e l’esplorazione di grandi fette di territorio italiano e non solo, si sente tutta. E se il cammino vi interessa, ma ancora di più vi interessa capire e collocare storie e fatti, vi appagherà. Chilometro dopo chilometro non è solo Torino a svettare, ma l’intero profilo e carattere della Val di Susa, e così ogni microzona, ogni territorio e ogni piccola regione di Francia e Spagna, che scorrerà sotto ai vostri occhi di lettore come sfondo scenico, dotata di colori, mattoni, rocce, vegetazione, ma che da quello sfondo si proietterà avanti, ricostruita e restituita nella sua totalità, profondità, storia. Tra un passo e l’altro, il contesto cambia, sotto gli influssi della geografia – e in questo cammino si succedono Alpi, città, pianure brulle e infuocate dal sole, foci di fiumi sul mare – e poi ancora della storia, quella dei libri di quando andavamo a scuola, che scava nel passato medievale dell’Europa, nei suoi villaggi, nei suoi re e nelle sue battaglie, nelle sue religioni, nelle sue successoni dinastiche che si leggono sulle pagine del territorio, nelle volte delle chiese, nella grande letteratura. Non è solo un viaggio, una sfida, una prova, è un affresco storico su una via di pellegrinaggio che attraversa al contempo l’Europa e il tempo. Brizzi mette i piedi su quel che è stato, quel che è accaduto e quel che oggi fa sì che la nostra terra, la nostra cultura e il nostro sguardo siano quelli che sono e non altri. E sul cammino, che nasce nella remota leggenda medievale, camminano insieme a lui i grandi sovrani, monaci, pellegrini, conquiste, leggende, suggestioni, religioni e lingue, reliquie e martiri, terra battuta e campi di stelle, fino a Santiago che non a caso è detto Compostela, campo di stelle. Più il percorso si allunga, più questa Storia prende profondità, allarga gli orizzonti, ingloba con sguardo consapevole le origini di tutto. Ed è appagante constatare come ancora una volta scendere in strada e provare, testare quel terreno, consapevoli dei suoi trascorsi, e degli avvicendamenti, restituisca una pienezza che porta inevitabilmente a una maturità più grande, e più forte, all’insegna dell’incontro, dello sguardo pieno di curiosità.

La prima salita di giornata brucerà nei polmoni e nei polpacci, poi romperete il fiato, troverete il vostro ritmo, dimenticherete il peso dello zaino sul dorso e sulle spalle, per farvi tutt’uno con l’idea di andare. È come una danza e una preghiera, come una musica senza parole che segue il respiro antico del mondo, libera la mente dall’inessenziale e lascia spazio ai pensieri sulle cose ultime. È una sospensione e uno stato di grazia, è come essere di nuovo ragazzi e, allo stesso tempo, vecchi come potevano essere vecchi gli uomini della vostra età nel Medio Evo.

C’è, mi è sembrato, un Brizzi adulto in queste pagine, più adulto rispetto ai viaggi precedenti. Il suo personaggio si mette in marcia con in testa il sogno del drago, un drago che imparerà a riconoscere, a rispettare ma anche a combattere. È un camminare per conoscere, sì, ma anche per conoscersi, un pellegrinaggio per purificarsi, ricaricarsi, ritrovarsi in fondo a una scarpata in cui la vita, i fallimenti personali, relazionali e lavorativi ci buttano. Per questo tocca tutti, per questo ancora una volta dal cammino concreto, mappato sulle cartine geografiche, si fa cammino simbolico, che in un respiro lento, al passo dei pellegrini a piedi, recupera il passato, lo riordina nell’oggi e si dispone con cuore sereno al possibile futuro. Camminando insieme a Brizzi prende forma un’Europa, ma prende anche forma un’idea di mondo. Nessun confine geografico segnato sui cartelli alla frontiera è infatti mai fermo, netto, rigoroso: ogni cultura, lingua, pensiero e storia sfuma degradando tra un valico e l’altro, portandosi dietro strascichi, nascondendo altre storie, ancora più antiche, mantenendo tradizioni, abitudini, inflessioni che si intuiscono nelle lingue, che cambiano ma hanno quasi tutte la radice comune dell’indoeuropeo e vanno a costellare l’idioma variegato dei peregrinos, “l’idioma senza tempo dei viandanti”. È un viaggio nella varietà, nella complessità e nella bellezza che ci rende gli italiani che siamo oggi, camminatori o meno. Ed è la consapevolezza estrema di questa complessità che facilita al pellegrino la comprensione, la discesa salda nella tana del drago, il respiro grande che abbraccia tutto, il mondo e le sue sfumature, i suoi abitanti e pellegrini che affollano i sentieri del cammino per fede, sfida, moda, casualità, preparati o meno ad affrontarne le insidie, allenati, veloci o lenti, ma tutti, insieme, sulla strada verso la meta.

La fiera forza d’animo e la quieta accettazione del destino ti sono apparse, per la prima volta, due facce della stessa medaglia; come un Giano bifronte, il pellegrino guarda con ambizione alla prossima meta da conquistare a forza di gambe, e sorride malinconico di fronte all’accettazione della propria debolezza. In ultima analisi, non gli resta che affidarsi. Ogni giorno avrà decisioni da prendere e tuttavia non sarà mai padrone della propria sorte […] Dovrai avere la forza di spingerti avanti e affondare la lama nel corpo delle tue incertezze; allo stesso tempo, ti servirà la mitezza necessaria per sottoporti alla massima inquietudine senza fuggire. Solo dalla fatica, dalla paura e dal dolore può nascere il germoglio della speranza in una vita nuova.

Il cammino geografico, storico e culturale diventa così cammino interiore, ricerca che sfida il drago e sollecita l’uomo adulto a guardarsi dentro e specchiarsi nella vastità di un oceano che, dopo tre mesi di cammino, ha dietro la solidità di un percorso necessario ad affrontare l’orizzonte. Così si sente il protagonista alla fine del percorso, così vi sentite anche un po’ voi, ci sentiamo noi, alle ultime pagine di questo romanzo: emozionati, qualche lacrima che riga il viso, come se quel cammino lo avessimo percorso anche noi, come se avessimo intuito il drago, e poi lo avessimo stanato e sconfitto con la forza della conoscenza, dell’ammirato e mai sazio spirito di osservazione che lungo la strada ci ha fatto attingere alla storia, alle lingue, alle culture e alla straordinaria varietà di persone e storie che la popolano.

Un’altra cosa di cui sei certo è che non smetterai di camminare con uno zaino sulle spalle fino a quando le gambe ti reggeranno. È così che hai conosciuto il mondo da ragazzo, il ritmo dei passi ha scandito la tua vita adulta, e ormai hai fatto pace con l’idea che ogni viaggio ne genera un altro: stabilire un nuovo obiettivo è l’unico rimedio all’anticipo di nostalgia che provi quando si avvicina la meta.

La stessa nostalgia anticipa le ultime pagine di questo intenso romanzo di Enrico Brizzi, e pormi come obiettivo un nuovo viaggio immaginario, fatto di parole, passi e pensieri, è l’unica meta che voglio immaginare dopo una lettura così ricca e così densamente bella.

“Il sogno del drago” – Enrico Brizzi (Ponte alle Grazie)

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