“Un’imprevedibile situazione” – Donatella Alfonso (Il Melangolo)

“E sono le foto, adesso, a tramandare questa storia alla gente del paese che si chiama Cosio, lassù sulle Alpi Marittime dove il mare di Liguria lo senti quando arriva una folata di vento, ma subito sopra c’è la neve e, se ti giri a sinistra, sai che c’è la Francia. La gente: quella che è rimasta insomma, perché quassù la nebbia arriva anche a giugno e il mare è lontano persino per i tedeschi. La gente allora si rende conto che quel gruppetto di pazzi amici di Piero, lui sì amico di tutti, lui sì del paese, non erano venuti lì per una baldoria, ma per un’avventura che poteva nascere solo così, perché se sei lettrista o psicogeografico o immaginista, se hai vent’anni o anche se non li hai più, ma sai che l’idea più urgente è quella di cambiare il mondo, ecco che sei chiamato a inventare una cosa sola: l’Internazionale Situazionista.”

Lo scorso 8 giugno è uscito per Il Melangolo, editore genovese, il reportage-narrato di Donatella Alfonso dedicato all’Internazionale Situazionista e alla sua nascita, in un paese di un paio di centinaia di abitanti, nascosto nel profondo entroterra montano di Imperia. Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo, questo il titolo; Cosio D’Arroscia, questa la location insolita intorno a cui ruotano le vicende che la Alfonso, giornalista di Repubblica, ricuce in un quadro di insieme che ha il sapore rilassato del romanzo, senza tuttavia privarsi della precisione della ricostruzione storica.

Ma andiamo con ordine, che parlare della nascita di un movimento di avanguardia nella sperduta Cosio non è affare così semplice, persino io stentavo a crederci quando l’ho scoperto. E non l’ho scoperto da molto, è questo che mi ha dato da pensare e mi ha fatto scattare la curiosità per il libro di Donatella. La prima volta che ho sentito parlare dell’Internazionale Situazionista e di Cosio è stato infatti in occasione di una Invasione Digitale nell’aprile del 2015. Ero a Cosio per raccogliere materiale sull’iniziativa e sul paese che, nonostante sia incuneato nell’alta Valle Arroscia, a una manciata di chilometri dal confine francese e sulla via per quelle Alpi Marittime che la provincia di Imperia condivide con il Piemonte, è percorso da una vitalità insolita grazie alle attività di residenti appassionati, di persone originarie del luogo che vi passano qualche weekend e l’estate, e di una pro-loco energica. In quell’occasione si erano attivati in tanti per raccontare al nostro gruppo di invasori digitali le bellezze del paese, dalla chiesa, ai caruggi con le volte scure, ai cartelami, fino al Museo della Lavanda e delle erbe, nato da poco, un bell’esempio di valorizzazione di un territorio particolare, montano ma influenzato dall’invisibile vento marino che vi arriva dalla costa. Tra un vicolo e l’altro, una delle guide che ci conducevano ci aveva parlato di questa cosa, l’Internazionale Situazionista, un movimento di avanguardia di cui non sapevo (sic!) nulla, ma che pare avesse portato a Cosio niente meno che Guy Debord, quello di La società dello spettacolo, proprio lui. Che strano, mi ero detta, come ho fatto a non averne mai sentito parlare? E poi, per quelle coincidenze strane che accompagnano le scoperte, un paio d’anni dopo arriva il libro della Alfonso. In una data non casuale, perché quella nascita era segnata 28 luglio 1957, e dunque proprio tra pochi giorni se ne celebreranno i sessant’anni. Era un’occasione perfetta per riportare alla luce quei fatti, e dunque eccoci qui.

Da dove nasce tutto? Ma poi, tutto cosa? È un avvenimento in fondo semplice: un gruppo di persone – di amici – radunate per passare qualche giorno di luglio in una località a dire il vero insolita, ma sicuramente tranquilla e dal buon clima anche in un torrido luglio. Nell’estate del 1957 arrivano a Cosio intellettuali, artisti, gente strana e “foresta” che è lì per passare qualche giorno insieme all’amico, originario del luogo, il pittore Piero Simondo, appena sposato con la bella Elena, originaria di Alba. Chi sono? Sentite qua: Guy Debord e la compagna Michèle Bernstein, giovani e brillanti intellettuali francesi,  Asger Jorn, visionario artista danese trasferitosi ad Albissola a dipingere ceramiche,  Pegeen Guggenheim, che è proprio lei,  la figlia della più famosa collezionista d’arte americana nota per il suo bellissimo museo veneziano, Ralph Rumney, artista inglese con la passione per la fotografia, e ancora Walter Olmo, genio della musica che da Alba conquisterà il mondo, e Pinot Gallizio, anche lui di Alba, farmacista infiammato dall’arte di cui si farà teorico.

Quali sono i fili, strani e insoliti, che legano tutti questi personaggi a cavallo di stati e province, di campi di interesse e di percorsi di vita? A ricostruirli interviene l’autrice, che dedica a ognuno di essi un capitolo del libro, riprendendo pazientemente le fila della biografia e dell’evoluzione artistico-intellettuale di questi nomi, e dando tridimensionalità alla storia di ciascuno, dalle origini, agli studi, alle scelte, che piano piano ne hanno segnato la via, una via che, in quell’estate del 1957, li ha condotti tutti, e tutti insieme, proprio a Cosio. Quattro anime tra i monti liguri, vicoletti, corriere che chissà quanto ci impiegavano ad arrivare lì da Nizza, Alba, o altri lembi di Italia, e poi litri di cosiate, il vino locale, patate bollite e fervide, vivaci discussioni sull’arte e sull’urgenza di dare vita al Situazionismo. O meglio, a una situazione. Tra filosofia, teorizzazione avanguardistica e visionarietà pre-sessantottina, il concetto di situazionismo è sfuggente così come la sua origine, persa in quei giorni dell’estate del 1957 a Cosio. Una storia che non esisterebbe e sarebbe caduta dimenticata se a darne testimonianza non ci fossero delle foto, e poi le parole di Simondo, classe 1928, raccolte da Donatella Alfonso, e frammenti che qua e là, tra una bibliografia e l’altra, indicano che è proprio così, i conti tornano, c’erano loro, quei nomi, in quell’estate di Cosio quando, il 28 luglio 1957 nel retrobottega di un bar, prese vita il movimento Internazionale Situazionista.

Una fiamma che, come ogni fiamma, aveva già in sé alla nascita i presupposti per la sua stessa fine, un dissolvimento silenzioso che tuttavia lasciò tracce della sua carica provocatoria in tutto il mondo dell’arte, della cultura e non solo, arrivando attraverso Debord all’esplosione ribelle del ’68. “Formatosi nel 1957, [il movimento] restò attivo in Europa per tutti gli anni sessanta, aspirando ad importanti trasformazioni sociali e politiche. Nel corso degli anni sessanta si scisse in vari gruppi, tra cui la Bauhaus Situazionista e la Seconda Internazionale Situazionista. La Prima Internazionale Situazionista si sciolse nel 1972” dice Wikipedia. Ma da dove arrivava quella carica capace di sfidare tutto, confini, regole e consuetudini, e di arrivare a Cosio d’Arroscia? Avanti, e prima, c’erano stati futurismo, dadaismo, surrealismo, Debord aveva dato vita all’Internazionale Letterista, mescolando e agitando le idee preconcette di segni, lettere e luoghi, c’era anche la psicogeografia inglese, nonché il Movimento per il Bauhaus Immaginista che trovò una sede ad Alba. Alba, una città di provincia dove accadevano cose di impatto internazionale, e così Albisola, dove si registrava un fermento artistico tale da attirare Jorn, con una vivacità e una storia che ancora oggi aleggiano nella casa-museo dell’artista. Tutto questo più la Costa Azzurra e la Parigi di Debord, mescolato alla tranquilla vita di Cosio, che dai giri artistici e dalle frequentazioni internazionali era davvero, ma davvero fuori.

Ecco perché oggi questa storia appare così bizzarra, ecco perché colpisce l’immaginazione, rimescola le carte dei luoghi e della storia, che “è fatta di queste cavolate, più o meno rilevanti, la Conferenza di Yalta, quella di Helsinki, quella di Cosio d’Arroscia” come recita uno dei tanti documenti che l’autrice infila nel suo racconto per dargli peso reale, che prosegue “la ricostruzione storica dominante, quella posta in atto dagli storici dell’arte di quella di Cosio, di cui altre a me note sono varianti, è una sola: per imperscrutabile destino di alcune teste pensanti pensieri di punta si sono casualmente trovati in un luogo (che avrebbe potuto benissimo essere un altro) periferico ed ignoto al bel set dell’intelligenza artistica culturale internazionale. Queste due o tre teste, un paio almeno (propriamente una sola), futuri idoli a futura memoria, hanno escogitato, alla presenza di un piccolissimo gruppo di spettatori, di seguaci, di fedeli acefali, fra cui ci sarei stato anch’io, non il “situazionismo” (orrido a dirsi) ma il “situazionista”, sulla base di un documento fondante che nessuno aveva visto, ma che in fondo non era necessario né leggere né vedere”.

Cosio come scherzo del destino, il “la” di un movimento che poi, a conti fatti, restò solo appannaggio di Guy Deord, vero caposaldo del rivoluzionario pensiero teorico-artistico? Chi può dirlo? Se non ci fosse stata Cosio, forse, le cose sarebbero state diverse, la situazione non sarebbe stata la medesima, e oggi racconteremmo un’altra storia. Sta di fatto che riscoprire uno sperduto borgo delle Alpi Marittime attraverso un episodio parte di un più grande e ampio movimento, oggi, a sessant’anni di distanza, regala una visione inedita, un po’ ironica e complice sulla natura multiforme e del tutto imprevista che anche i luoghi vicino a casa, ritenuti i più banali da chi ci vive e li sente nominare fin da piccolo, sanno offrire.

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