Giocare con le parole: sul nuovo libro di Stefano Bartezzaghi

Come si fa una recensione di un libro di saggistica? Ho deciso che, piuttosto che mettermi cervelloticamente a pensare a una soluzione soddisfacente a questo dilemma secondo criteri accademici, non scriverò una recensione, ma qualche parola in libertà sul testo di Stefano Bartezzaghi edito da Bompiani che è uscito lo scorso aprile: Parole in gioco. Per una semiotica del gioco linguistico.

Va da sé che, su un sito che si chiama A contrainte (il significato e il perché del nome ve lo racconto qui), non poteva non esserci almeno un commento, seppure umile e defilato, su un libro che si prende l’incarico di mettere al centro della riflessione un fenomeno così vitale, creativo e – scusate il personalismo – bellissimo come quello dei giochi con il linguaggio. È un tema che mi affascina da sempre, grazie al quale mescolo alcune mie grandi passioni come la letteratura, la semiotica e l’enigmistica. Se ho chiamato il mio sito A contrainte, come dicevo sopra, non sarà dunque un caso: significa che questi meccanismi, questi giochini apparentemente così naif e privi di concreto risvolto sul reale, mi stanno a cuore. Significa che ci leggo un’importanza legata alla consapevolezza metalinguistica, alla capacità di far proprio il reale, compreso il sistema attraverso cui lo “diciamo”: il linguaggio. A distanza di anni dal primo istante in cui scoprii la magia e il potere delle parole (istante che, ormai, è sfumato nel tempo e che non ricordo, ma immagino ci sia stato), non ho ancora smesso di meravigliarmi per come sia possibile, con le parole, fare tutto e il contrario di tutto. Compreso, naturalmente, giocare.

Bando alle ciance, il libro di Bartezzaghi non è un trattatino da ombrellone, una lettura leggera tra calembour e freddure di cui ridere superficialmente, ma un vero e proprio testo che, attraverso una lettura semiotica (e se vi sentite perplessi, qui capite perché abbia già usato due volte questo termine da che ho iniziato a scrivere) cerca di costruire una teoria del senso applicata al tema del gioco linguistico, attraverso una strutturazione del campo di indagine, e naturalmente avvalendosi di esempi che gradualmente coinvolgono rebus della Settimana Enigmistica e soluzioni squisitamente letterarie come quelle del mio (del nostro, dovrei dire sentendo improvvisamente Bartezzaghi collega di studi e passioni, quale infatti un po’ è, ma mi fa troppa timidezza ammetterlo) paladino Raymond Queneau. Siamo già, come notate, in pieno argomento contraintes: vincoli, regole da rispettare per giocare con le parole e la lingua.

Quel che fa Bartezzaghi, dicevo, è quindi allestire uno studio sistematico e rigoroso dei fenomeni che facciamo rientrare nel “gioco linguistico”. Emergono così contesti, regole e rituali pronti a disegnare confini e allestire il campo di gioco. Ma non si tratta mai di barriere sicure e stabili: sono sempre un po’ sfumati. Chi definisce infatti il confine tra semplici bisticci e assonanze di parole e gioco consapevole con le parole? Dove sta la volontà del parlante, e dove la pura casualità combinatoria di suoni  e incastri di fonemi? La domanda è intrigante.

Il gioco, secondo Bartezzaghi – ed è un aspetto sul quale concordo in pieno – fa già parte della lingua. Riflettere sul gioco è quindi riflettere sul linguaggio stesso, ed è un aspetto metatestuale che contraddistingue tutta la letteratura “giocosa” (interessante a tal proposito è “Scrittori giocatori” sempre di Bartezzaghi) e che, proprio per questo, da sempre mi ha colpito. Gli autori che con limpida coscienza esplorano la lingua mi sono sempre stati simpatici – vedi Queneau, vedi Calvino, solo per citare i miei preferiti – perché senza atteggiarsi da numi della letteratura, scherzano con il proprio stesso mezzo di espressione, ne scoprono usi-riusi-abusi, sanno perfettamente quello che stanno facendo, forzano un po’ le regole, scoprono botole, ogni tanto trovano sorprese, altre volte meno, ci strizzano l’occhio e se amiamo farci coinvolgere in questo tipo di avventure, eccoli, rallentano e ci aspettano, pronti a ripartire per il viaggio alla scoperta della lingua. È questo aspetto del gioco linguistico che mi aggancia da sempre, e non molla la presa: la conoscenza umile ma approfondita del mezzo, dello strumento-lingua, la fiducia così grande nella lingua da poterci anche giocare, la certezza che quello spazio libero – di gioco – non tradirà la regola, non del tutto, sarà solo una piccola concessione al rigore, un’apertura verso il magico, il creativo e il potenziale. Svelata la meraviglia, si torna tutti sani e salvi a casa, ma vuoi mettere il divertimento, il gusto?

Roba da malati di semiotica, enigmistica e letteratura, potreste obiettare. Forse è così, ma intanto conoscere la ricchezza del mezzo di espressione più potente del mondo – il linguaggio – non è cosa da pochi, richiede attenzione e destrezza, e amore immenso per la bellezza che il meccanismo sopraffino delle lingue ci regala. “Il gioco accompagna la parola e sempre le compete”, ci avvisa l’autore. La parola è gioco, aggiungo con un colpo di coda io: possibilità di libertà tra vincoli, rispetto e deviazione, mezzo capace di narrare il reale, il verosimile (le bugie!) e anche l’inverosimile (voi li avete mai visti gli unicorni? Eppure hanno una parola tutta per loro…). Insomma, quel che attira è proprio lo snodo, quel che lega gioco e realtà. Ma è poi possibile che dopo anni – non troppi, ma pur sempre anni – di studi linguistici e semiotici, nessuno si fosse interessato a una teoria globale del senso del gioco linguistico prima di Bartezzaghi? Un po’, sì. Ovvero, c’erano stati lampi di interesse da parte di Saussure, Hjelmslev, Jakobson, che avevano insistito su quello strano rapporto tra significato (contenuto) e significante (espressione), sempre un po’ arbitrario, sempre un po’ lì a fare gioco. Insomma, il ruolo comunicativo del linguaggio era già palese, ed era altrettanto chiaro che la chiave risolutiva al dibattito stava tutta nel rapporto tra la lingua e il reale. Argomento infinito. E interessantissimo. Non a caso tutto questo mi sembra meravigliosamente stuzzicante e curioso, e mi ribadisce ogni volta che ci penso che tutto quello che ha contrassegnato il mio percorso di studio e formazione – dall’enigmistica e giochi logici, alla letteratura, a Queneau e alla semiotica – ha un enorme senso e coerenza, tanto che mi fa sentire al posto giusto. E con il libro giusto in mano: quello di Stefano Bartezzaghi.

Vediamo di capire meglio come si articola questo testo. Ci aiuta lo stesso autore nella prefazione: due capitoli più leggeri, dedicati al tema delle parole e dei giocatori e al contesto che definisce il gioco, ovvero la cerchia di relazioni tra partecipanti. Due capitoli che costruiscono un’ideale tipologia del gioco linguistico, con i fenomeni da considerare per allestirla e i principi che la regolano. Due capitoli, questa volta ben più teorici, che spiegano come articolare una teoria semiotica su tutto questo, e per concludere una simpatica appendice in cui si racconta una storia saussuriana di ricerca di un senso e di una regola là dove ahinoi la verifica non era effettuabile, una curiosa riflessione sulla sottile barriera oltre la quale la semiotica fa come la maionese e impazzisce, credendo di stabilire regole laddove non ce ne sono. È uno scherzo che parlando e meditando sui giochi di linguaggio, può abbagliare peggio della fata Morgana.

Del resto con la magia il testo si apre, mettendo in scena niente di meno che l’harrypoterriano Albus Silente a dialogo con il sole, il cuore e l’amore in musica di Valeria Rossi. Che Bartezzaghi sia un pensatore geniale non implica in automatico che la sua scrittura si barbosa, anzi. Trattando di gioco linguistico, l’autore affonda le mani in un baule fatto sì di enigmi storici e crittografie datate – non per questo meno interessanti di scritture attuali, anzi – ma ha sempre un’attenzione desta a tutti i fenomeni comunicativi che riempiono l’attualità, inclusi i libri per ragazzi e la musica pop. Questa osservazione dà il la per osservare insieme a Bartezzaghi stesso che, trattando di giochi di parole, non siamo tanto posti davanti a un dizionario, un elenco, quanto dentro una bolla comunicativa intersecata da relazioni di vario genere.

Oltre alle regole, infatti, nel linguaggio c’è molto altro, tanto che si parla anche per giocare: vi presento – o meglio, lo fa Bartezzaghi – la funzione ludica del linguaggio. Quella che ha a che fare con il gioco, ovvero lo spazio di libertà, e con i vincoli, perché di libero movimento c’è solo un piccolo spazio, quanto basta per spostarsi dalla rigidità di un incastro monolitico. Avendo introdotto i concetti di libertà e vincolo, il collegamento è quasi immediato con i concetti di langue e parole messi a punto da Saussure: una competenza collettiva, le regola della langue, e una libertà di esecuzione del parlante, la parole, la perenne oscillazione – pare quasi di vederlo, il grande pendolo del gioco linguistico – tra la dimensione collettiva e quella individuale. Qui fa la sua comparsa il primo importante assunto di Bartezzaghi: non solo il gioco linguistico è fondato su questa oscillazione costante tra regola e libertà, ma la esibisce anche, rappresentandola. Tombolone metalinguistico, di quelli che aprono scenari, percorsi e a volte anche soluzioni.

Dicevamo: quando parliamo, stiamo sempre parlando a qualcuno, che sia il noi stesso a cui ricordiamo cosa acquistare per la spesa, o il nostro elettorato, il lettore del nostro romanzo, il nostro amico del cuore di quando eravamo bambini. Tutte queste situazioni – questi contesti – implicano la presenza di cerchie comunicative, che Bartezzaghi descrive partendo dalla più intima, quella che ci sorprende soli, passando a quella della nostra lingua madre, che ci battezza esseri produttori di segni, fino alle cerchie adolescenziali, lavorative ecc. C’è una di queste cerchie che mi sta a cuore, e forse anche all’autore a giudicare dalla raffinatezza con cui sceglie l’esempio per meglio descriverla: la cerchia del lessico famigliare. E a chi, dunque, potrebbe mai fare riferimento? Naturalmente a Natalia Ginzburg e al suo omonimo romanzo Lessico famigliare, al quale vi verrà voglia, come è venuta a me, di dare una rispolverata dopo queste pagine giocose e semiotiche.

Le cerchie comunicative si sviluppano concentriche, una sempre un po’ più grande dell’altra, e più la cerchia si allarga, notate bene, più il gioco diventa potenzialmente pericoloso, l’accettazione del calembour o della frivolezza linguistica può dare adito a malintesi, a offese non pensate, a semplici incomprensioni. È da questa constatazione (basti pensare all’effetto di certe battute dei politici) che Bartezzaghi ci fa notare che la libertà connaturata al gioco dipende da due fattori, la platea innanzitutto, e la volontà di farsi capire da chi ci ascolta. È in questo spazio di contrainte, spazio libero e vincolato al contempo, che si crea l’agio del giocatore, quella condizione per cui chi gioca potrà dirsi soddisfatto, vincitore. Non la vittoria, ma l’agio nel gioco diventa meta ambita, da raggiungere attraverso vie semplici ed elementari, oppure inabissandosi in virtuosismi degni dei più abili solutori della Settimana Enigmistica. Non importa il grado di difficoltà, sempre di giochi di linguaggio si tratta, ed è proprio per questo, per il grande campo di fenomeni ascrivibili sotto l’etichetta, che l’autore cerca di creare una tipologia dei giochi, di definirli e ordinarli secondo criteri e caratteristiche, tenendo sempre presente che il campo in questione è delicato, e il confine labile sul quale il senso delle parole in gioco sfuma nel non senso è sempre in agguato.

Bartezzaghi distingue innanzitutto giochi di parole di primo livello, contraddistinti dal carattere estemporaneo e non annunciato. Bisticci sonori, calembour, doppi sensi, invenzioni à la supercalifragilistichespiralidoso, mescolanze dialettali in stile siciliano di Camilleri, ma anche mélange di registri di cui maestro fu Gadda. Per non parlare dei tormentoni pubblicitari, di somiglianze giocose di suoni, del Witz freudiano, e del doppio senso. Se i giochi di primo livello sono estemporanei, quelli di secondo non lo sono: c’è un chiaro ingresso nel campo del gioco, definito da vere e proprie regole che stanno lì a indicare che il regime è cambiato, non ci troviamo più in una conversazione, bensì in un’area di creatività linguistica consapevole e recintata. Siamo nel campo dell’enigmistica, campo privilegiato dall’autore, sul quale in tanti testi ha speso parole, studi, teorie che trovo ancora una volta interessantissime. Ma siamo anche nel campo dello Scarabeo, del gioco linguistico dei grandi autori, del gioco verbo-visivo su cui si basa tanta grafica mediatica. Ecco perché l’autore si prende pagine per discutere di di enigmi e indovinelli, della tipologia testuale che rappresentano, e che esplora nella dimensione pragmatica, ma anche passionale e ovviamene cognitiva. Siamo infatti davanti a sfide al sapere, che allestiscono discorsi complessi, tra simulacri dei soggetti dell’enunciazioni e percorsi narrativi precisi. La “comunicazione enigmistica” non è affatto banale, anzi ha sue precise regole e codici che, per il caso italiano in particolare, trovano una sede privilegiata nel settimanale che tutti conosciamo e abbiamo percorso con penna, o meglio matita e gomma, almeno una volta nella vita: la Settimana Enigmistica. Giochi in versi, crittografie, rebus e cruciverba: nella Settimana c’è tutto questo, giochi linguistici di tipo differente, accomunati da un set di regole di creazione e svolgimento che ne hanno fatto, dal 1932, il campo – appunto – privilegiato per una testualità giocosa tutta particolare.

Ora siamo pronti per capire, insieme a Bartezzaghi, come funziona il senso del gioco, com’è che questa strana testualità “vive nell’oscillazione tra le due istanze, nello spazio che si apre fra l’univocità lineare e la multipla dimensione delle potenzialità”. E si parla quindi di isotopie, che nel gioco linguistico hanno grande importanza perché stabiliscono duplici percorsi di senso, entrambi validi ma da contestualizzare per trovare la soluzione. Si analizzerà la relazione tra funzione poetica jakobsoniana del linguaggio e funzione ludica, cercando di capire in cosa abbiano legame diretto e in cosa no. Si prenderanno in considerazione aspetti di combinatoria ma anche di semantica delle diverse classi di gioco linguistico, e di pragmatica, perché il gioco non è mai alieno dal tipo di discorso in cui è inserito, né dalla relazione con i parlanti/giocatori.

Tutta la tipologia e analisi precedente ritorna in questo allestimento teorico, che mette ordine tra le categorie, sistema su scaffali, etichetta, o meglio cerca di farlo, per soddisfare il tentativo di dare un senso e costruire realmente una teoria capace di spiegare com’è che funziona il senso dei giochi linguistici. In questa ricostruzione si noterà come tutti gli aspetti della semiotica testuale ritornino, tutte le dimensioni, perché tutte, sempre, coinvolte a definire la costruzione di un gioco, il suo funzionamento, la sua presa sul giocatore. Non si tratta affatto di testi banali né frivoli, ma di congegni che hanno molto da svelare, e osservando e analizzando i quali sono convinta – e così lo è l’autore – si possa capire molto di più sul linguaggio e sul modo in cui facciamo significare le cose. Che è poi quel che racconta e cerca di esplorare la semiotica. Ci siamo, per esempio, mai domandati come funzioni il meccanismo dell’ambiguità? Eppure ci si srotola quasi quotidianamente sotto gli occhi, mentre siamo intenti a decifrare percorsi di senso, a scegliere tra due, a isolarne uno a discapito dell’altro. Questo gioco è magnificato dal gioco linguistico, che sia o meno intenzionale, ed è studiando questi fenomeni che, una volta tornati alla complessità del reale, fuori dal campo di gioco definito possiamo renderci conto di come funziona il nostro modo di interpretare e, allo stesso tempo, di come costruiamo e sono costruiti i testi per comunicare qualcosa.

Torniamo quindi sulla consapevolezza metalinguistica, che è poi la ragione per cui questo testo, come tutti quelli di Bartezzaghi in generale, mi ha incuriosita, per la quale l’ho affrontato matita alla mano e con tantissimi spunti da indagare e approfondire. È la stessa ragione che alimenta una curiosità incessante sul linguaggio, sui fenomeni di significazione, su tutto quel che si svolge ogni giorno sotto il nostro sguardo, che noi stessi contribuiamo a mandare avanti: la comunicazione. Quante volte è arrivata l’accusa di occuparsi di frivolezze, di aspetti inconsistenti? Troppe. Ma pare che anche Bartezzaghi sia stato vittima degli stessi indici malevoli puntati contro. Aveva però dalla sua una passione forte, una curiosità spiccata e l’appoggio del grande maestro a cui idealmente è dedicata quest’opera, con cui ha studiato a Bolgona: Umberto Eco. Mi ha commosso l’omaggio in prefazione, e insieme a questo mi hanno colpita le parole dedicate e il ricordo di tutti i professori, studiosi e autori che hanno accompagnato Bartezzaghi nei suoi studi. Perché? Perché tanti, ma davvero tanti, sono gli stessi che compaiono anche sul mio percorso: a partire dagli schemi dei maestri enigmisti della famiglia Bartezzaghi, con cui mi cimento fin da bambina (all’epoca erano battaglie disastrose, ora va decisamente meglio), passando per Ugo Volli e arrivando a Bruno Munari e Gianni Rodari, senza ovviamente dimenticare lui, il geniale inventore dell’Oulipo, colui che volente o nolente, giochino linguistico dopo invenzione narrativa funambolica, ha dato vita a questo stesso sito, che si chiama A contrainte per l’amore immenso e l’incessante voglia di capire e divertisti con e nel linguaggio: Raymond Queneau. Sapere che la mia stessa passione quasi monomaniacale per quest’autore e tutta una serie di fenomeni testuali è condivisa da almeno un’altra persona, e che questa persona è Stefano Bartezzaghi, mi consola e mi ripaga di tante frustrazioni, mi ha fatto leggere questo libro con una voglia bruciante di scoprire e capire, e so già che, sulle tracce degli appunti a matita che ci ho preso sopra studiandolo, ci tornerò con la stessa irrefrenabile e sorridente ansia di tuffarmi nel grande mare dei giochi di parole.

Giocare con le parole: sul nuovo libro di Stefano Bartezzaghi

“I pesci non hanno gambe” – J.K. Stefánsson (Iperborea)

Giocare con le parole: sul nuovo libro di Stefano Bartezzaghi

“L’altra notte ha tremato Google Maps” – Michela Monferrini (Rrose Sélavy)

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