Il biologo che legge romanzi – Nonostante #3

Nonostante…

Gli interessi divisi su due mondi diversi, una laurea in biologia, la necessità di costruirsi una strada

La storia

Ho conosciuto Danilo alla presentazione di un romanzo di Gianrico Carofiglio, al Circolo dei lettori di Torino. Einaudi aveva radunato diversi blogger e ho ragionevolmente pensato che, come gli altri, anche lui arrivasse dal grande magma dei laureati in materie umanistiche, dal mondo delle case editrici e forse delle scuole di scrittura. Ci siamo scambiati i contatti e sono capitata sul suo sito: La linea laterale. Il nome mi rimandava ad altro, ma non ricordavo. Poi ho verificato: ma certo, le lezioni di biologia! E ho scoperto così che Danilo è un biologo. Nella vita, però, fa tutt’altro: lavora per una casa editrice, presenta autori, si è inventato una newsletter letteraria e organizza corsi di scrittura. A uno di questi, piuttosto particolare, partecipo anche io. Ed è proprio da qui che inizio la mia chiacchierata con lui, cercando di capire a poco a poco come sia possibile, a trent’anni, costruirsi una professione nonostante un percorso di studi che non ha niente – o quasi – a che fare con il mondo dei libri. [Nota: le immagini che corredano l’intervista sono state selezionate da Danilo stesso]

Il biologo che legge romanzi  

Incontro Danilo in uno dei primi pomeriggi tiepidi di primavera. L’ora legale ha dilatato il chiarore fino a tardi e non ho ancora regolato i miei ritmi e le lancette dell’orologio. Infatti mi accorgo di essere in ritardo. «Sono sulle panchine, fai con comodo: mi godo la primavera» mi rassicura placido il mio intervistato mentre corro all’appuntamento. Ed eccolo lì, in piazza Bodoni, davanti al Conservatorio. Nella borsa, l’inconfondibile segnale degli addetti ai lavori delle “cose di libri”: una copia de La lettura, l’inserto culturale del Corriere.

«Allora, partiamo dal fondo – è la mia proposta non appena, rifugiati ai tavolini di un bar, cerchiamo di tessere le fila di questa intervista – partiamo dal collettivo di scrittura, Pintecaboru». Lo ammetto: è una domanda interessata. Al collettivo partecipo anche io, più o meno saltuariamente a causa degli impegni, dallo scorso novembre. Si tratta un po’ di corso, un po’ di un laboratorio, un po’ di un’occasione di incontro e confronto: si scrive, si legge, si propongono i propri scritti, si impara e si conosce. Non è un corso, perché non è così rigido né implica la presenza di una classe. È piuttosto un gruppo aperto, con struttura in costante ridefinizione: «un luogo di aggregazione per le persone appassionate di libri, di scrittura e di lettura – lo descrive l’ideatore – un luogo dove queste persone possono ritrovarsi ed esercitarsi assieme».

Il tutto, gratis. Per chi lo tiene, e per chi partecipa. Un nonostante piuttosto ingombrante: Pintecaboru prende sì poco impegno – una sera ogni due settimane – ma implica ugualmente per Danilo un po’ di organizzazione, contatti con gli ospiti in arrivo dal mondo editoriale (tra i tanti, Vito Ferro, Marco Lazzarotto), gestione della mailing list e via dicendo. Per questo mi domando da tempo perché Danilo abbia deciso dare vita a un progetto del genere.

«Era da un paio di anni che volevo creare un collettivo di scrittura – mi spiega – avevo già tenuto laboratori e corsi anni fa, in biblioteca. Si trattava di laboratori gratuiti, ma mi piaceva mettere insieme persone con questa passione. Col tempo la situazione si è fatta ingessata: non si creava affiatamento e chi partecipava aveva spesso un interesse vago per la scrittura. Quello che sarebbe piaciuto a me era invece un dialogo con persone con una passione un po’ più reale, magari intenzionate a pubblicare qualcosa sulle riviste».

Da qui, l’idea: creare un collettivo gratuito, libero, senza struttura. Dopo un po’ di ricerche per trovare il luogo adatto, Danilo ha conosciuto i gestori della Casa del Quartiere Più Spazio Quattro, nella Circoscrizione 4, San Donato, di Torino. È lì che si tengono gli incontri di Pintecaboru, tra una lezione di salsa e un corso di improvvisazione teatrale che, con i loro suoni, irrompono nelle nostre serate di scrittura facendoci spesso sorridere e immaginare situazioni.

«Vediamo come viene, mi sono detto – Danilo seguita a raccontarmi come è nato il collettivo – in realtà è partito tutto senza idee ben precise. A ottobre 2017 abbiamo iniziato, avevo fatto un po’ di giri di volantinaggio in tutte le bacheche di Torino che conosco ed effettivamente il primo giorno è arrivata una marea di persone, una ventina. Molti erano venuti a curiosare e non sono più tornati». Al momento siamo circa in 5 o 6, penso io, “gli irriducibili”, ci definisce infatti Danilo, che nel frattempo ha stretto legami con LeggerMente, e sotto l’egida di questo calendario di incontri partecipa anche a presentazioni di autori con alcuni del gruppo.

Sono un po’ dubbiosa: possibile che qualcuno si prenda un impegno e un incarico del genere così, gratis? «Ma sì – mi risponde lui – volevo creare un gruppo, mi son detto che bisognava provare: volevo conoscere chi a Torino è interessato a questo approccio alla scrittura. Poi in realtà sono arrivate anche persone che muovevano i primi passi e non avevano mai scritto, ma che adesso si sono appassionate». Insomma, piano piano sembra che l’esperimento funzioni: gli ospiti del mondo editoriale che Danilo invita, e che fanno parte della sua rete di conoscenze, contribuiscono ad allargare l’altra rete, quella che si sta creando tra noi partecipanti, e qualche successo è arrivato, come alcuni raccontini frutto di una serata pubblicati su Tuffi Rivista, oppure altri piccoli traguardi personali di ciascuno dei partecipanti su Lahar Magazine. «L’obiettivo era proprio quello di arrivare alle riviste, che adesso sono in fase di rinascita – mi spiega soddisfatto il mio interlocutore – anche se all’inizio non c’era niente di organizzato e preciso».

Mi accorgo però che non abbiamo ancora parlato di un elemento importante di questo collettivo, e cioè il nome. Che cosa significa Pintecaboru? Chi è? Neanche a dirlo: un personaggio letterario. Un mostro frutto della fantasia di Stefano Benni in Terra! che porta tatuate sul corpo tutte le storie del mondo. Ho da subito pensato che fosse un nome geniale per un collettivo del genere, e infatti lo dico a Danilo, che guardando al futuro mi conferma di essere convinto e di voler andare avanti: «mi piacerebbe continuare con il collettivo, ma sono una persona che si annoia facilmente e quindi cambierei qualcosa, o le modalità o il luogo: lo chiederò a voi partecipanti».

Mentre penso che non ho ancora ben chiaro cosa rispondere al suo quesito, ho invece una domanda che mi preme fare. Rotto il ghiaccio grazie a Pintecaboru, mi lancio: «in tutto questo parlare di libri e scrittura, c’è il fatto che tu sei un biologo – dalla risata che provoco, capisco di aver centrato una questione, il nonostante di questa storia che mi ha colpita da subito – cos’è accaduto a un certo punto del tuo percorso con la biologia? Da piccolo volevi fare lo scienziato o lo scrittore?».

Non è strano che un biologo lavori nel mondo dell’editoria, anzi: gli editori hanno bisogno di persone competenti in tutti i settori. È per questo che, dapprima, pensavo Danilo si occupasse di specifici settori editoriali. Invece quel che mi ha colpito è che è lanciato sulla narrativa, e si occupa di romanzi e racconti, ma parallelamente mantiene aperto, con le attività che segue e propone, anche il percorso legato a natura e ambiente. Insomma: Danilo si è risposto alla difficile domanda su quale strada scegliere nella vita optando per una soluzione affatto banale, che potrei riassumere ironicamente con il motto “due is megl che uàn”, con echi gloriosi degli anni ’90 e un nocciolo di serietà che a me ricorda tanto la dialettica mondo scritto/mondo non scritto di Italo Calvino.

«Mi piacevano molto le storie, ma anche la natura – mi risponde infatti lui, confermandomi che il posto giusto dove stare non è né da una parte né dall’altra, ma nel cantuccio confortevole al centro degli interessi, il luogo dove poter soddisfare tutte le proprie curiosità e ambizioni – A casa ho un quaderno, sai di quelli dove scrivevi cosa volevi fare da grande? Ecco, me lo ricordo benissimo: mia mamma aveva ritagliato da Airone, il giornale, la foto di un forestale che salvava un nido con le uova da una mietitrebbia, così io avevo scritto sotto che da grande volevo fare l’etologo».

A sentire queste parole, mi si attiva in testa immediatamente il ricordo delle ore di documentari, Quark e interviste di Piero Angela al professor Mainardi visti e rivisti nel corso degli anni. Scopro che, naturalmente, anche Danilo ne era un grande appassionato, e il fatto che si ricordi molto bene dello speciale sui dinosauri mi dà conferma di un paio di pensieri: il primo è che quel format di Angela è stato bellissimo, il secondo è che ha coinvolto ed educato un’intera generazione, la mia e quella di Danilo, che è pressoché mio coetaneo.

Dopo la mia parentesi amarcord, torniamo però al cuore della questione: «ho studiato in un istituto tecnico scientifico con molte materie in forma laboratoriale – mi racconta l’intervistato – ero l’unico che studiava per i compiti in classe di biologia, mi piaceva molto e mi andavo a cercare libri sui vari argomenti. Quando mi sono dovuto interrogare su cosa fare all’università, mi sono detto biologia. Se non avessi passato il test di ingresso sarei andato a scienze naturali, e se non fossi entrato neanche lì… scienze della comunicazione. Invece poi è andata».

«A quel punto allora hai deciso che nella vita avresti fatto il biologo?», incalzo io, perché voglio capire come possano integrarsi l’idea di un corso di laurea scientifico e quella “prezzemolina” della mia ex facoltà, comunicazione per l’appunto. Danilo mi specifica che in realtà la passione per la lettura non si è mai assopita, anzi, e mi conferma che la scrittura andava di pari passo.

«Ho fatto una tesi piuttosto lunga – mi dice poi riportandomi al discorso della formazione – di solito fa ridere, è che era una tesi in biologia evolutiva sugli insetti. Ho lavorato su dei piccoli coleotteri stercorari, dovevo fotografare le armature genitali, passavo il tempo tra vetrini e microscopio». È vero: è una storia che fa inevitabilmente sorridere.

Quando, tra una spiegazione tecnica e l’altra di questo particolare lavoro di ricerca, domando a Danilo che ne è stato, dopo, del suo bagaglio di competenze, mi sento rispondere che a metà della specialistica è arrivato un momento di crisi personale, per cui ha deciso di abbandonare biologia. E quindi? «Ho trascorso un anno e mezzo di vuoto – mi dice lui, raccontandomi di lavoretti vari senza direzione – poi mi sono deciso e ho mandato un articoletto orrendo a Finzioni Magazine che mi ha risposto “no”. Allora mi sono ri-chiuso in casa, sono passati altri quattro mesi e non ho rimandato l’articolo, ma direttamente la proposta per una rubrica, a cavallo tra letteratura e ambiente. È piaciuta e hanno accettato».

Pensata così, è una storia lineare, un po’ buffa e velata di ironia. Eppure io ci vedo qualcosa di utile. Innanzitutto una progettualità: Danilo ha pensato a qualcosa, prima di inviarlo, e non l’ha fatto casualmente ma sulla base di osservazioni, analisi e pensieri. Ancora di più nel momento in cui ha proposto la rubrica che, unendo i propri interessi (nel frattempo, parlando, ho scoperto che è stato anche a lungo volontario per Greenpeace, a conferma che il “filone” naturalistico non si è esaurito), gli ha permesso di aprirsi una breccia, farsi largo in un mondo nuovo intorno al quale orbitava da tempo. E poi ci vedo un non arrendersi, un procedere nonostante un primo no, forte proprio di quella progettualità affatto banale ma, anzi, ricca di spunti e sfumature personali. Inizio ad avere l’impressione che sia questa la carta vincente del biologo che legge romanzi, e che a un certo punto ha deciso di fermarsi, osservare il bivio e prendere una strada invece che un’altra.

Danilo mi racconta infatti che dopo aver iniziato con Finzioni e aver quindi cominciato a partecipare agli incontri in redazione, sebbene gratuitamente, le sue collaborazioni si sono arricchite, mese dopo mese, tanto da portarlo a pensare di costruire qualcosa su tutto questo patrimonio. Il segreto è stato sempre il medesimo: bussare, presentarsi con un progetto ben delineato e personale. Sono arrivate così Philosophy Kitchen, la rivista di filosofia, per la quale occorreva un redattore in ambito scientifico, e poi Il tascabile. Sono arrivati il corso per redattori di Lindau, le presentazioni di libri. Insomma, è come se a un certo punto, unendo una a una diverse tessere, Danilo si fosse costruito una strada tutta sua.

«C’è un episodio molto bello legato a questa idea del bivio – mi interrompe mentre gli espongo la mia teoria sul suo percorso – un giorno ricevo una chiamata da Garanzia Giovani, al quale ero iscritto, mi dicono “Guardi, abbiamo trovato qualcosa che ha a che fare con la sua preparazione: una ditta di derattizzazione e disinfestazione”. Ecco, quello è stato veramente un bivio della mia vita, perché mi avevano fissato un colloquio la stessa mattina in cui avevo un appuntamento alla Libreria Luna’s Torta [una libreria di Torino tra le più attive, si trova in San Salvario N.d.A.], a cui avevo proposto un laboratorio di scrittura. Così, un po’ inconsciamente, mi sono detto “no, al colloquio non vado, vado alla Luna’s Torta”, e infatti poi ho fatto il corso lì».

Come in una storia delle tante che libri e cinema ci raccontano, specchio del tempo che viviamo, l’esperienza quasi bozzettistica delle peripezie lavorative di Danilo, tesa tra sogni e passioni da un lato e ingranaggi burocratici e un po’ tristi dall’altro, include anche il tentativo di avvio di una carriera imprenditoriale attraverso uno dei tanti corsi promossi dalla Camera di Commercio. L’idea? Risposta ovvia, direi: una libreria! Il percorso non è poi andato in porto, tra il pessimismo dei colleghi di corso, ma ha permesso a Danilo di entrare in contatto con molti librai e di capire anche meglio diversi meccanismi legati alla filiera.

E la biologia? «C’è sempre, mi rendo conto che non l’ho mai lasciata e non mi andrebbe di farlo, sono temi che mi piacciono – mi rassicura – sto seguendo un corso di giornalismo scientifico e a maggio condurrò due incontri alla Libreria Trebisonda [altra libreria torinese del quartiere San Salvario, N.d.A.] su letteratura e cambiamenti climatici». Scopro intanto che anche in Greenpeace Danilo si occupava di serate di formazione, mentre continua a scrivere per riviste in ambito scientifico. Riassumendo: da libero professionista, parallelamente a tutto questo c’è Contemporary Art Piemonte, il Premio Calvino, alcuni progetti con le scuole, e poi Pintecaboru. Mi viene spontaneo domandare come si faccia a tenere insieme tutte queste idee. «Scrivo – mi spiega lui – è un lavoro utile riscrivere: mano a mano le idee che non ti interessano davvero si perdono, le altre restano».

Fosse finita così… E invece c’è anche altro. Come Firmamento, la newsletter letteraria nata a gennaio 2018 e realizzata a quattro mani con Davide di Radical Ging (un team che, tra le altre cose, merita la storiella che vi narrerò nella postilla). «Anni fa avevo aperto con il mio amico Fabio Mazzone il blog Scriptomanti – mi dice Danilo – era uno spazio dove scrivevamo cose bizzarre, mi piacerebbe riprenderlo in mano prima o poi perché col tempo si è un po’ spento. Volevo però provare a fare qualcosa online come una rivista. C’era questo ragazzo che vedevo sempre a ogni evento a cui partecipavo, l’ho contattato, ci siamo conosciuti e ci siamo piaciuti. All’inizio pensavamo a una rivista vera e propria, poi abbiamo trovato qualcosa di diverso grazie a una piattaforma per newsletter. L’abbiamo definita in autunno, e adesso è attiva, arrivano racconti e alcuni ho iniziato a chiederli a persone specifiche».

Camminando a ritroso, siamo arrivati al principio, o forse solo allo spazio che raccoglie tutta questa costellazione di attività. Il blog di Danilo si chiama infatti La linea laterale, e la linea laterale è il sistema sensoriale dei pesci. C’è sempre, nei lavori di Danilo, qualcosa che ha a che fare con il mondo della natura, ormai è chiaro. Ma in questo caso c’è un ulteriore commento che mi viene spontaneo fare: ecco un’altra progettualità con un’identità ben precisa e delineata, al solito a cavallo tra i due mondi delle lettere e della natura, e ancora una volta molto personalizzata. In questo caso c’è come un marchio di fabbrica, perché Danilo mi racconta di essere selacofobico, di avere cioè la fobia degli squali, una paura che, sebbene gli impedisca di vedere immagini di squali o di oceani blu, al contempo lo attrae anche, come se lo sfidasse. Ed ecco che, come per magia, il cerchio si ricongiunge e ancora una volta libri e natura si intrecciano definendo una storia e un’idea professionale premiata.

«Mi ricordo benissimo il primo libro che ho letto e dal quale ho iniziato poi a leggere senza sosta – mi racconta Danilo mentre parliamo di squali – era il 2001, era estate e mia mamma comprò il classico romanzo da ombrellone, Sulla rotta degli squali di Wilbur Smith. La mia fobia è visiva, mentre leggere di squali mi piaceva tantissimo. Ho iniziato a leggere quel libro in modo magnetico, con una paura che diventava fascino. Il mio svezzamento letterario, insomma, è avvenuto con gli squali: mi piacciono le cose contraddittorie!». Dagli squali a oggi, chiacchieriamo ancora un po’ di letteratura sudamericana, di Finzioni di Borges, e dei suoi racconti ancora da capire, di Roberto Bolaño, e di Vanni Santoni.

«Alla fine, in questo percorso molto arzigogolato e in costante dialettica tra due universi, ti sei domandando se stavi facendo la cosa giusta?»: è tempo di saluti e conclusioni, e allora lancio l’ultima domanda come per voler ascoltare una risposta che già conosco. «Quando ancora non avevo esplorato questo mondo della scrittura e dell’editoria ero inquieto – mi risponde Danilo – avevo questo tarlo che mi rodeva, non mi ci ero dedicato. Invece adesso che ci ho messo un piede sì, sono soddisfatto. Io mi annoio davvero se devo ripetere la stessa cosa per troppo tempo, non potrei mai fare un lavoro d’ufficio: invece in casa editrice ogni libro è diverso dall’altro».

 Postilla

C’è un dettaglio che ho omesso. Ed è che non solo ho conosciuto Danilo in un ambiente di libri stupendomi che arrivasse da una formazione scientifica, e nello specifico fosse biologo. Ho infatti scoperto, ancora più tardi, che Davide, la seconda mente di Firmamento, è anche lui un biologo. Inevitabile pensare che i due si conoscessero da prima, e che fossero forse compagni di classe, o all’università. I mondi delle parole, invece – e a ben vedere le facoltà umanistiche – sono molto più sorprendenti. Danilo mi ha infatti raccontato di aver frequentato un corso di storia dell’editoria riservato agli studenti dell’Università di Torino e aperto al pubblico. Un corso che, peraltro, ho seguito anche io, perché a tenerlo era Walter Barberis, presidente di Einaudi, e perché ogni lezione era tenuta da un prestigioso ospite del mondo editoriale invitato dal professore. Insomma, un corso utilissimo, dal quale ho imparato davvero molte cose. Ma è anche stato un corso che, a quanto pare, ha ospitato ben tre infiltrati: oltre a me, anche Danilo – che probabilmente, abbiamo scoperto, si sedeva poche file davanti a me – e Davide. Ebbene sì. Ed è infatti al corso che i due si sono conosciuti, o meglio, che si sono visti. Poi ci ha messo lo zampino Facebook, e un po’ di sfacciataggine. E adesso, un anno dopo, siamo tutti e tre dentro a Pintecaboru. «Mai sottovalutare il potere dei libri», diceva Paul Auster…

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