Di isole, di Mediterraneo, e dell’Atlante di Simone Perotti

Isole. Mare, navigazione, terra in vista. Cime tirate, vele gonfie di vento, spruzzi tra lo scafo e le onde. Lo sentite il mare? Lo respirate, il Mediterraneo? Mentre lo solcate nell’arcobaleno dei blu, lo spirito di Ulisse nel cuore, la salsedine dei pescatori sulla pelle, all’improvviso le vedete, le incontrate. Le isole. Fazzoletti di terra confinanti con solo il mare. A se stanti. Oppure arcipelaghi, sorelle accomunate da geologie e colori, ma in fondo puntini singoli, buttati lì in mezzo a una mappa, tra le isole più grandi e la solidità della terraferma.

L’Atlante delle isole del Mediterraneo di Simone Perotti non poteva non affascinarmi, e finire dritto nella mia libreria, nei miei occhi, nella fantasia e nel cuore. La geografia, il mare e il Mediterraneo, che da sempre amo e che mi strega e ammalia con i suoi azzurri, gli aromi e le storie antiche. Poi le isole, da quando ho memoria luoghi della mia immaginazione, e del mio atlante personale. E la navigazione, tra i ricordi di un timone tenuto in mano in barca, la calma silenziosissima della vela, la bellezza che esplodeva ovunque e una sorta di attaccamento viscerale a quei flutti, a quelle sfumature, a quei profumi.

Sfogliando le pagine di questo speciale libro dello scrittore-marinaio (a proposito, lo avevo intervistato qui qualche tempo fa sulla sua coraggiosa scelta di abbandonare il lavoro in azienda e dedicarsi alle passioni, il mare e la scrittura) non potevo non ripensare alle “mie” isole, quelle che ho sognato, e tante volte raggiunto, quelle dove sono approdata per caso, quelle che hanno costituito degli orizzonti, delle fate morgane, ombre tra cielo e mare durante albe o tramonti da dipingere. Non potevo davvero restare indifferente davanti a questo progetto editoriale, un atlante che è anche una raccolta di racconti, un insieme di mappe e rotte per marinai un po’ filosofi un po’ ricercatori e un po’ anche sognatori, un portolano di storie e sensazioni che si fanno climi, atmosfere, personaggi e miraggi.

Questa passione per le isole ce l’ho da sempre. Sarà perché da casa, nel ponente ligure, l’affaccio dà subito sul mare, un grande golfo, il Mediterraneo spalancato verso sud, che quando gioca con i raggi del sole e con il vento crea riflessi e inganni ottici, e attira più vicina all’orizzonte la silouhette della Corsica. “Si vedeva la Corsica sta mattina” è la frase dei pendolari dell’alba, sguardo ancora dormiente incollato a un finestrino che come un cinema passa dai blu violetti della notte alle fiamme dei rosa e dei fucsia di certe albe nelle mattine di aria tersa e pulita. Sarà perché a poche miglia da casa c’è la prima isola della mia vita, la Gallinara: a forma di tartaruga marina, ho sempre pensato, eppure chiamata come un volatile. Non ci ho mai messo piede, è un’area protetta. Ma quando inizio a vederla, la sua sagoma lontana dalla curva dei binari, so che mi sto avvicinando a casa. L’isola, in qualche modo, è casa, è la sua bandiera.

Non so se mi ha contagiata il libro di Perotti o se dall’attaccamento atavico che ho per le isole si sia già diffusa in me l’abitudine alla geosofia. Ma in fondo è un po’ questo che un atlante come quello di cui vi parlo invita a fare: prendere le isole come spunto, approdo momentaneo e fuggevole, orizzonte insperato, terre vive e forti di caratteristiche geografiche, ma anche tessere di un sogno, porti di una divagazione solo mentale, rifugi in mezzo alle acque tempestose dell’esistenza. Un po’ mappa, un po’ sogno, raccolta arbitraria di posti dai nomi esotici eppure familiari come il grande bacino del Mediterraneo a cui ci affacciamo e nel cui solco siamo abituati a pensare: questo libro è appunto, come spiega il suo autore, una ricerca geosofica. Un po’ geografica vera, basata sulle mappe, che infatti si ritrovano su ogni pagina sinistra di ognuna delle 42 isole scelte, un po’ filosofica, incentrata sul pensiero, sulla storia e sulle storie che la pagina destra invita a scoprire tra le righe, voci narranti che cambiano, punti di vista e imprese, drammi, fughe o approdi. Nelle isole c’è un mondo, anzi, ce ne sono tantissimi.

C’è il mondo della mia Liguria: Genova, l’Ammiraglio Doria e il perfido pirata Dragut, quello che d’estate viene rievocato nell’attacco dei Pirati di Laigueglia, a cui spesso partecipo. Dragut ricorre tantissimo, nelle storie delle isole di Perotti: le sue razzie, la crudeltà, le rapine e le astuzie. Perché di tante astuzie, disfatte e intuizioni è fatta la navigazione per isole, tanto affascinanti quanto dure da vivere, tanto reali da offrire approdo sicuro quanto rigide da togliere speranza.

C’è Montecristo, c’è il castello di If, inevitabile associarli. C’è la Sardegna con la sua Tavolara e la bellissima storia di indipendenza che vi invito a scoprire, c’è la Spagna, le sue isole dai nomi esotici e dalle storie cangianti, e poi il canale di Sicilia, le coste africane, l’antica bellezza del mar Egeo, le sue isole vulcaniche culla di civiltà e rifugio di stupori naturalistici. C’è persino l’oriente, le coste di Israele, e il Mar Nero, lassù, isola quasi come le sue isole. Lo sguardo scorre sulla mappa iniziale, quella che abbraccia tutto il Mediterraneo e il suo bacino chiuso e insieme sempre apertissimo e vastissimo, i polmoni si allargano, fanno spazio al profumo delle onde, a quello delle storie, alla suggestione di climi che non sono mai meteorologici ma emotivi, anzi, narrativi.

Salpare con questo volume è partire per un viaggio speciale, che nasce sulla carta e potrebbe finire, per come lo immagino io, in sorrisi consapevoli su una prua, i capelli scompigliati e uno sguardo conscio della sua limitatezza. La speranza di un orizzonte in tasca, il mal d’isola che avvolge e renderà strano e difficile staccarsi da quella terra, tornare in mare, a una terraferma da cui osservare e riprendere a sognare. Sono le sensazioni che ho provato e ancora provo ogni volta che approccio un’isola: il viaggio parte prima nella testa. Ha a che fare con il mare stesso, con la leggendaria storia che il Mediterraneo serba sotto la sua superficie, con le voci degli autori che in cinque anni di liceo classico hanno formato i miei pensieri, tra un’Odissea, un’Eneide, un’Itaca cui aspirare mentre si esce in viaggio, e l’idea del porto come slancio e luogo sicuro cui tornare.

Poi ci sono i venti, sono quelli che hanno scompigliato i pensieri di quando ero piccola e approdai alle Eolie per la prima volta, tra l’odore dello zolfo, intenso e quasi insostenibile a Vulcano, la leggerezza turistica di Lipari di cui conservo una pepita di ossidiana acquistata dallo zio per mille lire, pietra lucida e tagliente. E poi c’è la nobiltà del nero di Stromboli. Il vulcano che sprofonda nel Mediterraneo, punteggiato di casette bianche e catenelle di boungaville fucsia, un gelato all’anguria, perché siamo in Sicilia, un bagno in mare a scrutare con la maschera un fondale che è nero, come la sabbia della spiaggia di lava e lapilli, i lasciti del vulcano. Il signor vulcano, che decide le sorti della morfologia dell’isola, insieme al signor vento, che dà il nome a questo arcipelago dell’anima: Eolie.

Che io abbia un pezzetto di cuore a spasso per i mari di Sicilia è cosa nota a chi mi legge (di Pantelleria e della sua struggente e potente bellezza vi avevo scritto qui, con la scusa del libro di Giosuè Calaciura), e difatti non ci sono solo le Eolie nel mio atlante geosofico personale, c’è l’isola Madre, naturalmente, e c’è la pietra gialla di Favignana, la mappa del cuore delle Egadi intraviste mentre l’aereo atterra a Trapani, e mi fa paura ma è talmente stupendo quel fazzoletto di mare da cancellare ogni timore: se l’aereo crollerà qui, e adesso, colerò a picco in questa cartolina. Poteva andare peggio. Due volte sono approdata a Favigana, la forma di farfalla scoperta con umiltà in un ottobre che virava all’autunno, tra schiume marine e scenari irlandesi, asinelli come in Grecia e finocchietto a bordo strada, giri e giri su un’isola abbandonata dalle masse e restituita a estimatori in giro su una Mini, a festeggiare piogge torrenziali in giardino sotto a un banano e celebrare i colori rosa evidenziatore dell’alba prima di andare via. Favignana è un sogno azzurro cristallo. È la scogliera di Bue Marino che è un tuffo al cuore, e Cala Rossa che è troppo bella perché un posto simile possa esistere davvero e non essere frutto di un delirio da iodio e granita di limone. È Punta Sottile e il suo faro, braccio teso sul mare a suggerire presenza, partenza e approdi, indice sulle sorelle, Marettimo e Levanzo, viste da lontano, promontori indimenticabili come la montagna di Stromboli dalla costa calabrese nell’arancio pesca del tramonto.

Il tramonto sull’isola resterà sempre, nella mia geosofia, lo spettacolo teatrale di Oia, punta dell’arco di caldera sommersa di Santorini. Ancora oggi, a 12 anni di distanza da quel viaggio che, dopo la maturità, voleva portarmi a conoscere e toccare con mano la civiltà che avevo studiato per cinque anni sui banchi di scuola, non so rispondermi se quella scena sia stata reale o frutto di un abbaglio di capperi, azzurro e casette bianche. A Oia il tramonto si aspetta. Seduti sotto le pale del mulino, inconfondibile sagoma ormai stereotipata ma lo stesso incantevole. Ci si assiepa lì, sui gradini, slanciati sul mare infinito che si estende là sotto. E si aspetta. Il tramonto arriva tirandosi dietro lo spettro cromatico dei suoi arancio e lilla. E quando il disco solare, palla incandescente, si abbassa sul mare, sempre più, sempre più, le braccia abbronzate e salate si stringono, i capelli cotti da sole e dal mare si intrecciano testa su testa, gli occhi si perdono. Il pubblico di quel teatro scoppia in un applauso emozionato al sole che tramonta. Una delle sene più belle e incredibili della mia vita. La magia della Grecia e dell’Egeo l’ho ritrovata anche nell’Atlante di Perotti, come non ripensare a quel tramonto?

Ecco, i promontori delle isole al tramonto, come le Egadi contemplate dalla cima del castello di Santa Caterina, unica altura dell’isola, percorsa due volte, gradino dopo gradino, il costume sotto i vestiti, sciarpa e giacca per contrastare il vento dolcissimo di uno degli ombelichi del Mediterraneo, e sentirsi in pace con l’universo intero. Come costeggiando la laguna di Cagliari dopo la traversata su uno scassato traghetto Tirrenia Genova-Cagliari dal quale avvistare tartarughe marine. Scendere dall’auto, affacciarsi ed essere travolti da una nuvola di aromi d’erbe, salsedine e isola. La stessa isola che si frammenta, e riserva la sorpresa di Carloforte, che è un po’ casa, perché ci parlano genovese, e un po’ Sicilia, perché ci sono le tonnare. È Mediterraneo.

Questa dimensione di “casa”, di protezione e insieme luogo sicuro e raccolto l’ho percepita anche più a nord, nel tirreno dell’Elba e del Giglio e nel mar Ligure delle Porquerolles. Vertiginosa è la memoria di un Giglio ancora non tristemente famoso per le cronache di cui tutti sapete. Erano gli anni Novanta, era aprile e il sole picchiava sul mare conferendogli quella tonalità di azzurro che è l’essenza di buona parte dei miei sogni mediterranei. Il traghetto da Porto Santo Stefano aveva trasportato la mia classe di prima media su un’isola calmissima, viva di primavera dolce. Nella mia testa si sono fermati i ricordi delle tende del ristorante Da Maria (esisterà ancora?) in cima, sul castello, tende estive a listarelle, come nei paesi, e la discesa trekking tra scogli e rovi, in quello che per me era un percorso spaventoso, ma su un abbacinante distesa marina così azzurra e limpida da sembrare trasparente, alghe sospese nel niente e barche volanti su una superficie aerea.

Anche all’Elba ho ritrovato quel colore del mare. Pur nel legame con la terraferma ferrosa di Piombino marittima, nel traffico turistico, alcuni scenari li ho scolpiti negli occhi, come l’acqua che “sembrava Sardegna”, come il senso delle vacanze, un bar e la sua tettoia all’ombra piantata nell’estate e saggia di autunni dove tutto è deserto e mare, un dizionario di greco, le carte da Uno, un Estatè al limone per un trittico di tempo libero perduto, e un lungomare dove passeggiare senza alcun pensiero che riporti alla terraferma. Essere su un’isola. Sentirsi bene.

Vi ho portato in viaggio, senza parlare troppo del libro. Ma credo che con questo volume sia impossibile fare diversamente: la mente corre, scivola anzi, sulle acque a cui si è soliti affacciarsi. C’è anche il mio universo geosofico quindi dietro questo bellissimo volume di Perotti, c’è il gergo marinaresco che tintinna nelle mie orecchie dopo qualche esperienza legata alla vela, lo strapiombo di una banchina affacciata sul mare, i colori di quei puntini sparsi per il Mediterraneo che durante un limpido volo Palermo-Torino non sbagliavo a ritrovare dall’alto, puntando il dito come su una cartina geografica. E dove si mescolano geografia e fantasia, non poteva che nascere un libro del genere, da leggere e risfogliare in cerca di sensazioni, profumi e beccheggio, di vento sulla faccia, di orizzonte vasto e di onde lunghe. Per tutti i navigatori, ma soprattutto, anche, per tutti i sognatori di isole come me.

Di isole, di Mediterraneo, e dell’Atlante di Simone Perotti

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Di isole, di Mediterraneo, e dell’Atlante di Simone Perotti

“Borgo Vecchio”, Giosuè Calaciura (Sellerio)

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