“Borgo Vecchio”, Giosuè Calaciura (Sellerio)

Borgo Vecchio, di Giosuè Calaciura, è una storia edita da Sellerio che mi ha riportata a Palermo. Una Palermo che non è affatto turistica, ma una città che invece, dal cuore pulsante dei quartieri storici, poveri e densi di tragedia quotidiana, con il loro brulicare di viuzze e di umanità, racconta tutta un’altra storia, cruda e al contempo delicata. Mi rendo conto che accostare questi due aggettivi è azzardato, ma è proprio così in questa breve e folgorante favola triste, che non potrà non commuovervi profondamente, se saprete ascoltare la sua voce.

Leggendo questo libro mi è sembrato di percepire lo stesso spirito di disperata e disgraziata (nel senso etimologico più vero, cioè privata della grazia necessaria) povertà che serpeggiava tra i caruggi sporchi della Pigna di Pin, a Sanremo, ne Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Che sì, è un romanzo sulla Resistenza, ma togliete lo sfondo storico e il valore e guardate Pin, ragazzino solo, scugnizzo di strada che conserva nel cuore la tenerezza e l’incanto del bambino in una cornice che già a quell’età deve prendere atto della cattiveria umana, del sesso – la sorella è prostituta -, della solitudine, della morte. Pin ha una pistola, e in quest’ossimoro bambino-pistola si risolve una grande parte del senso della storia: la perdita dell’innocenza. Sciupata e rubata da una condizione che nessuno avrebbe voluto: la guerra, la povertà, la disperazione, la fame.

A Borgo Vecchio nessuno è innocente fino in fondo, eppure mentre lo pensiamo, leggendo, sentiamo di essere dalla parte di tanti personaggi, di condividere il loro sostrato di disperazione e il bisogno di amore. È così per Mimmo, che vuole ammazzare il padre di Cristofaro, che ogni sera caricato dall’alcol riversa colpi e pugni sul figlio, fino a privarlo della vita stessa. Ed è così per Carmela, la prostituta, che lo fa per vivere, per avere i soldi con cui mantenersi e mantenere la figlia Celeste, che tenace resiste attaccata al sussidiario, mappa per leggere il mondo e sognarne uno migliore, con gli orizzonti più ampi di quelli del Borgo. Ed è ancora così per Totò il rapinatore, che steso ormai a terra con la sua pistola giocattolo infilata nel calzino, per desistere più facilmente dall’usarla, così ha sempre detto, pensa a un matrimonio che sfuma via insieme alla sua promessa di felicità e famiglia, alla sua cornice di “cosa giusta” che una volta tanto sembrava accogliere anche la sua disgraziata vita e quella di Carmela.

Nessuno è innocente nel Borgo, e nessuno potrebbe del resto esserlo, nessuno potrebbe resistere in un insieme di vie e case dove il mondo si è cristallizzato così, non ci sono equità, giustizia e pulizia, ma la cattiveria spicciola della povertà, la paura di rompere le ritualità che giorno dopo giorno fanno stare in piedi il Borgo stesso, ne mantengono intatta la forma e il vischioso contenuto sbagliato. Difatti è questo che in fondo Calaciura ci narra: l’identità del Borgo mantiene la sua staticità, si chiude addosso ogni tentativo di cambiamento per ripetere un copione che ristabilirà gli equilibri precedenti, via così, di nuovo ingiustizie e sofferenza, di nuovo necessarie sottomissioni silenti e sacrifici perché tutto resti immutato. Non ci sono buoni o cattivi a gestire la tragedia, si srotola così, tra case e vie, tra una processione, le lucine, e botteghe dove si froda il cliente manomettendo la bilancia per pesare i salumi, tra stalle dove l’uomo più debole diventa una bestia e dove il cavallo Nanà confessa le sue pene con gli occhi languidi del sofferente che sta per cedere.

Su tutto resta una città che non vediamo mai nella sua integrità, che non viene nemmeno mai nominata, ma di cui cogliamo la forma più grande, l’affaccio sul mare che con il suo orizzonte sembra regalare un assaggio di speranza, le navi in partenza e una promessa di futuro che dovrà per forza scaturire da uno strappo, da un’ennesima violenza secondo il rituale distorto delle regole del Borgo. È una favola triste, un racconto dove tanti sono gli occhi innocenti dei bambini o ragazzini, vittime che tuttavia cercano in tanti modi di aprirsi un varco, con i loro eroi e i loro miti, le loro amicizie profonde, le passioni e la tenacia che ha ormai abbandonato gli adulti, piegati agli stanchi e pesanti rituali di un Borgo che è Borgo Vecchio, a Palermo, ma è anche qualsiasi Borgo, grumo nel sistema capillare di una grande città di porto, mercati e diseguaglianze sociali.

C’è la lingua, che colpisce e accarezza, ma c’è anche l’essenza del cinema che attraversa questo libro e gli conferisce forza e carattere. È come essere dentro un film: la camera insegue chi corre per i vicoli, chi in una stanza sdraiato a letto osserva il dipinto sul soffitto, e ancora un cavallo che stremato rompe il cerchio e si suicida, disperato. Se la lingua agguanta metafore fiabesche per raccontare il lato bestiale e spietato dell’uomo, il cinema inquadra e si serve dei tempi di montaggio per restituire scene più vivide, vere nel loro montaggio impossibile, eppure così potente. E così c’è la descrizione bellissima del profumo del pane appena sfornato che sfugge dalle porte e serpeggia per il Borgo, affacciandosi sulle soglie, sulle vite, piccoli universi che sognano, piangono, non vedono orizzonti o stanno invece fuggendo. Sulla stessa struttura, nel gioco magnetico della lingua e del cinema della scrittura, la scena della pallottola che vuole uscire dalla pistola, e scappa, insegue, svicola, percepisce, e infine raggiunge, nella sequenza vivissima dedicata a Totò il rapinatore.

Borgo Vecchio ha questo potere: l’incanto della scrittura, la lingua che solleva il coperchio della favola sognante, distaccata da ogni tempo e da ogni contesto, quasi universale nella sua struggente ninna nanna di disperazione. E attraverso questo affetto linguistico arriva al punto, e spara, ferisce l’anima e la smuove. Perché come in ogni favola triste non c’è un vincitore, non ci sono buoni e cattivi, giusti e sbagliati, c’è il mondo di Borgo Vecchio, e per capirlo bisogna entrarci dentro, conoscere i suoi volti e i suoi sguardi, e compatirne i destini umani come questo libro riesce a fare, con sorprendente e incantata grazia.

“Borgo Vecchio”, Giosuè Calaciura (Sellerio)

Di isole, di Mediterraneo, e dell’Atlante di Simone Perotti

“Borgo Vecchio”, Giosuè Calaciura (Sellerio)

Marzo 2018

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