Di compleanni, avventi, jazz e improvvisazioni

Avevo una sciarpa damascata avvolta intorno alle spalle per il freddo che c’era in casa, gli occhiali, quelli con le lenti per stare davanti al pc, ero seduta alla scrivania a lavorare, come ho fatto tante, tante volte prima e dopo quel giorno. Era il 16 dicembre 2016, pomeriggio, c’era la luce sullo sfondo, sarà stato più o meno come ora. Era l’ultimo giorno dei miei 29 anni, un pomeriggio in cui le ore passarono senza che mi ricordi bene cosa avevo fatto – forse sbobinato delle interviste -, e in cui so di certo che a un certo punto scattò la sera, arrivò la mia amica e finì con due Leffe, come se all’improvviso, alle soglie dei 30 anni, avessi imparato a reggere due birre rosse.

La testa, in effetti, un po’ mi girava, ma era tutto uguale a prima: il locale, la gente, io, la mia amica. Però voilà, pochi minuti, la mezzanotte, e avevo 30 anni. Come ora che scrivo, come è destinato a essere ancora per poco. Perché sì, dopo saranno 31 e non cambia molto, ma la cifra tonda svapora, lasciando strada a una vita che “dovrebbe essere”, stando ai canoni, senza più scuse, e senza nemmeno la scusa base, quella di doversi ancora impratichire con quel numero 3, piazzato all’improvviso lì davanti. Tre decadi sul pianeta, che se ci pensi, oh, sono tanto, è tanto. Tanto che l’istinto di stilare bilanci e liste viene, e se pure è frenato dalla pigrizia e dallo scivolare delle lancette in un sabato che lavori e il sole tramonta presto dietro i tetti, lì alla finestra, mentre giù in cortile impazzano i canti di Natale dei bimbi, ecco, se pure ti dici che no, non farai bilanci, ti viene lo stesso. Sarà l’ansia, quella di svelare le risposte negative a grandi quesiti (e no, dire 42 non ci salverà), finendo per minarsi l’autostima in un crescendo di luoghi comuni, fatto sta che una specie di trailer al contrario dell’anno trascorso, lo fai uguale.

I’m as cold as December, I’m as cool as a man in the moon

Per me che sono nata a dicembre, il bilancio è circa lo stesso di quello che si è soliti fare allo scadere dell’anno, e un po’ è vero, è così: passate le feste (17-24-31: tre settimane precise a festeggiare, per me), si apre il mio nuovo anno, di età e sul calendario. Quello che è stato il 2017 lo trovate anche su questo sito, nei miei scritti di Un post al mese, stralci, idee e puntate mirabolanti di un percorso, di cui fermano tappe, un po’ ne restituiscono il passo. Ma c’è di più.

C’è per esempio tantissimo lavoro. Incessante. Non ricordo altro, ho in testa momenti a questa scrivania, questo schermo, anzi quello del mio Acer di 7 anni che si è estinto a fine novembre lasciandomi inguaiata con la mia prima gastrite da stress. Così ha detto il medico, è una storia vera, ahinoi. Dicevo, tantissimo lavoro, e tantissime scoperte in una città che mi stupisco ancora di poter esplorare, sempre di più. È un anno con Torino e la sua gente, ce n’è tantissima, ci sono le idee, la cultura, gli eventi, le relazioni e i legami. Tutti quelli che si annodano a formare una maglia, il maglione perfetto che indosso oggi e che, un po’, racconta cosa c’è nei miei 30 anni, dico proprio l’anno dei 30, quello della cifra tonda. Chissà perché ci ostiniamo a pensare a quelle cose paranoiche tipo “entro i 30 devo fare questo, questo e quest’altro”. Ecco, io non me lo sono detta, ho solo preso un quaderno e ci ho elencato a penna delle cose. La maggior parte è finita lì, ma altre si sono messe in funzione, altre si sono rafforzate, e altre ancora circolano, destinate a posarsi su una nuova pagina di quaderno. Di solito, trascinate per anni e accudite come delle idee che si rispettano, dopo una lunga stagionatura danno frutti.

C’è stata Torino, c’è stato il giornale, le decine di persone conosciute, le possibilità surfate con leggerezza e spirito di intraprendenza che non sapevo di avere. Dico proprio surfate, perché mi sono sentita spesso così: in bilico su una tavola, sospesa sulla cresta di un’onda di cui avevo solo intuito la direzione e la forza. Il divertimento è tenere l’equilibrio, arrovellarsi, un sacco, e pensare a soluzioni per evitare di cadere, compromessi e sterzate, colpi di genio o solo furbizia e logica. Beh, di palestra per questo surfare i casi della vita e del mio lavoro ne ho fatta tantissima, arriverò ai 31 anni allenata, seppure sempre in guardia.

Questo mi fa pensare che forse il famoso proposito del “entro il 30 devo fare” si è risolto da sé durante questi ultimi 365 giorni: una vita che tra una precarietà e l’altra ha trovato una sua nicchia dove stare in piedi, mettendo su mattoncini di sicurezze e risultati positivi. Esco dai 30 anni, così, con una nuova e appagante sensazione di sentirmi al posto giusto, nel momento giusto, e facendo il giusto. Non è poco, mi concederete. In più occasioni ci sono stati sorrisi e risposte da persone che hanno confermato la sensatezza di quello che stavo facendo. Naturale, così, sentire la molla che spinge, non smettere di cercare, di fare, di progettare, e di parlare.

E poi scrivere, che è una di quelle cose che, fissati i mattoncini stabili, si è presa i suoi spazietti, e le sue soddisfazioni. Questo sito, per esempio, è nato quando avevo 29 anni ma ha iniziato a camminare con i 30 appena compiuti, ed è, fondamentalmente, un esercizio di scrittura costante. Poi ci sono anche le cose “ufficiali”: un racconto nelle bozze di una raccolta che uscirà prossimamente, un racconto pubblicato, due racconti online, le collaborazioni con un sito di recensioni letterarie e uno di turismo letterario. Mentre avevo 30 anni ho scritto davvero tanto, e credo che questo sia un bene.

È stato come un ping pong: storie ricevute, viste, vissute, fogli bianchi da riempire. Dall’uno all’altro, con tutti i positivi derivati in fatto di pensieri, visioni, prospettive. Storie lette, storie conosciute di persona – me ne vengono in mente tantissime, forse mai numerose prima d’ora, di quest’anno segnato dal numero 30 – attraverso cui arricchirsi di parole, volti, vicende, logiche e visioni, e imparare. Potrei in effetti dedicare un post alle storie più belle che il mio mestiere di giornalista mi ha permesso di raccogliere in questo 2017. Persone, anche quelle, ce ne sono tantissime: ruotano, fanno rete, disegnano mappe di relazioni e snodi, tra un luogo del cuore e un altro, che restano sempre, insieme a luoghi polverosi che fanno male, dove è stato necessario imparare a non tornare.

Al pensiero che «guarda me, prendo tutta la vita com’è, non la faccio finita, ma incrocio le dita e mi bevo un caffè», a 30 anni forse ho capito che certi rancori vanno spazzati via, serve una grande predisposizione ad accettare le cose e pensare alla propria salvezza, alla propria felicità. A 30 anni il tempo si cristallizza. L’ho detto: sono tre decadi, inizia a essere tangibilmente tanto, perché sprecare allora il tempo stando immobili a guardare indietro, senza dare spazio a possibili altri esiti? Non è una retorica, è proprio una pensata concreta: non c’è tempo da guastare, da perdere. Sarebbe un peccato, con tutte le cose belle che ci sono, e che sai.

Poi, è ovvio, ci si resta male uguale, ci si ferisce e si ferisce anche a 30 anni: le persone non ti capiscono, tu non capisci le persone, ma ti conoscono da così tanto, o forse proprio perché ti conoscono da così tanto, mentre rimbalzi, nel bombardamento quotidiano di visi e parole dei social. Talvolta quelle cose lì, le serate senza schermi a mediare le chiacchiere, solo occhi e discorsi di ineccepibile logica tra amici 30enni, ecco, quelle cose lì sono i petali più belli delle tre decadi. Quelli che esplodono di bellezza adulta, seria e comprensiva, matura e tuttavia ancora fresca. Quando inizi a capire che sei grande, ma giochi a fare il ventenne e intanto tiri fuori grandi discorsi e programmi di vita che rivelano l’età, le esperienze messe in fila sulle mensole del proprio io, le conclusioni e i compromessi costruiti.

Su quei ripiani si vedono molto bene, oggi, le sicurezze imparate, con tutti quegli affascinanti ghirigori di calcare del guscio di conchiglia che ti sei ricamato addosso in 30 anni, le scritte a matita, di una scrittura che svicola e si sostiene da sé, frammenti raccolti dopo mareggiate, che oggi ritrovano un’armonia d’insieme.

A 30 anni, forte di questa collezione di sabbia e regali del caos della tua vita, se te ne accorgi per tempo può anche succedere di vivere cose pazzesche che fino a poco tempo fa mai avresti pensato, e che invece ora fanno parte del tutto vario e molteplice. Ti accadono senza troppi preamboli, zero spiegazione per capire: ti ci devi tuffare, dritto filato, giù dal trampolino. Il paracadute è montato, lo sai, e all’imprevedibile capirai forse meglio come reagire, ora. Tutti i personaggi pazzeschi che ho intervistato, le situazioni assurde che ho attraversato… Li ricordo tutti, tutti quanti, tessere di un mosaico grande e stupendo, dove impazza musica jazz e gli occhi vagano in cerca del prossimo colore più bello, della prossima metafora che li stupirà, la mente che brilla di gioia scandagliando tutto il brulicare multiforme e intravedendoci fili, sensi, storie. Ho imparato tantissimo in questo trentesimo anno. Ad ascoltare, intervenire, rispondere. A lanciarmi, anche quando è scomodo, che però è bello, e soprattutto è irripetibile, va acciuffato al volo, subito, senza esitazioni. Tempo da perdere? No, non c’è.

E allora auguri a me, auguri così, caciaroni e improvvisati, a ridere, nonostante tutto.

A questo giungo ora, l’imbrunire sui tetti di Torino, le finestre che brillano di arancio, i canti natalizi in sottofondo e una teiera rossa che scalda di aromi l’atmosfera. Tra poche ore finisce un anno e ne inizia uno nuovo: avevo bisogno, prima di lasciare quel che è stato e affacciarmi al nuovo, di trovare un senso. Che è poi, in fondo, quello che faccio tutti i giorni: costruire percorsi di senso. In una parola: storie.

La cosa che finisce più velocemente, in casa mia, è il caffè. Giri l’occhio e via, il barattolo si è svuotato. Incredibile, all’incirca come i miei 30 anni: eri lì, ci pensavi, ti sembrava impossibile – cucchiaino, versa, compatta, chiudi e metti sul fuoco, d’abitudine – e poi invece la realtà ti ha sorpreso ancora, lasciandoti col barattolo vuoto il 16 dicembre, che domani si fa la spesa, in offerta speciale ti tirano dietro i 31 anni. Vuoi non prenderli? Un anno fa postai un ritratto dove, avvolta in una sciarpa damascata, gli occhiali da intellettuale (di sta cippa) e quella faccia un po’ così (l’inconfondibile attitudine ligure), riflettevo sui miei 20 anni che finivano. 365 giorni dopo son di nuovo qui, la stessa scrivania, gli stessi occhiali, le stesse interviste da fare, e un anno in più. In rima con la foto dell’anno scorso, la metto in musica anche qui: «guarda me, prendo tutta la vita com’è, non la faccio finita, ma incrocio le dita e mi bevo un caffè»

 

Di compleanni, avventi, jazz e improvvisazioni

Novembre 2017

Di compleanni, avventi, jazz e improvvisazioni

“Nel paese della Gattafata” – Orsola Nemi (Bompiani)

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