Palermo, Italia, estate 2017

Quando atterriamo al Falcone e Borsellino è tardi rispetto alla tabella di marcia: il volo è partito da Torino almeno mezz’ora dopo il previsto, poi abbiamo accelerato, ci siamo staccati da terra e tirando una linea retta verso sud abbiamo attraversato il Tirreno, fino a intravedere le Egadi laggiù, sulla destra, ammantate di nebbiolina acquatica come miraggi, e il golfo di Palermo, la Conca d’oro nell’ora magica del tramonto. A salutarci a Punta Raisi è stato il tramonto, con i colori caldi e accoglienti che solo un tramonto siciliano sa dipingere, un variegato spettacolo di aranci, pesche, ciliegie rosse, fino al violetto susina che sfumava nel blu. E nel blu siamo arrivate in città. La prima impressione: una città poco illuminata, dove solo i lampioni arancioni con la loro fiammella opaca avevano spazio per schiarire, far intravedere qualcosa.

I nostri ospiti sono venuti a recuperarci in auto davanti alla stazione: ancora incredule per aver messo piede a Palermo dopo un infuocato luglio torinese fitto di lavoro – una landa di stress dove ci trovavamo fino a poche ore prima – abbiamo guardato dai finestrini, cercando di orientarci e capire qualcosa tra luci colorate (“si festeggiano i santi di quartiere”, ci spiega Alice, del Bed and Book), palazzi di cui si intuiva il giallo caldo della pietra, e poi uno spettacolo di ghirigori all’improvviso, da far sorridere da soli di felicità: la cattedrale. “La casa è qua dietro”, ci spiega Marco mentre usciamo su quella che scopriremo essere via Vittorio Emanuele (ben presto ribattezzata corso Vittorio per gli abitudinari torinesi come noi), “è una via pedonale” fa Alice, “ah ecco, e noi ci passiamo in macchina!” sottolineo ironica io, immaginando – come infatti è – che si tratti di un permesso per chi necessariamente deve svoltare in una via a senso unico più avanti. Il clima si scioglie in una risata e arriviamo al nostro Bed and Book notando che è decisamente in centro e che il muraglione a fianco corrisponde a una parete della Biblioteca Regionale. Ci sistemiamo e i nostri ospiti ci accolgono nel migliore dei modi, mappa e matita alla mano, insieme a una lista delle cose da vedere e dei luoghi dove mangiare.

Optiamo subito per quella che avevamo letto essere una libreria su una guida di qualche anno fa e che scopriamo invece essere diventata un locale: Bisso Bistrot. Scendendo da Via Vittorio ci infiliamo in questo locale di cui resta lo scheletro librario, riadattato a posto cool dove assaggiare involtini di pesce spada o un crudo di pesce mentre tra i piedi occhieggiano romanzi Sellerio in bacheca. La gente è bella: ride rilassata davanti a piatti abbondanti, vestiti estivi leggeri (“siete pronte? – ci aveva avvisato Alice poco fa – arriva il caldo, quello nostro. In quel caso lasciate stare tutto e andate al mare”), un accento, una prosodia nella parlata che è una promessa di sole. Sono le dieci di sera passate: abituarci all’ora locale appena arrivate non è stato affatto un problema, anzi, con tutte le cose che abbiamo in programma di fare e vedere sarà meglio che i ristoratori non ci guardino male se decidiamo di rifocillarci ben dopo i classici mezzogiorno e le otto di sera.

Siamo a Palermo da nemmeno due ore, non abbiamo ancora avuto tempo di studiare la cartina né abbiamo immaginato un itinerario per domani e i prossimi giorni. In piena serenità siamo andate a cena e ci siamo avviate per una passeggiata pre-sonno in cui scoprire qualche angolo della città. Non so se l’idea fosse di incamminarci verso il porto seguendo l’attrazione del mare, o di scoprire viuzze centrali, davvero non ricordo i momenti prima della decisione di deviare rispetto al rettilineo di Via Vittorio dubitando “boh, se ci infiliamo per i vicoli poi ci perdiamo” e rispondendo all’ipotesi con una significativa virata a sinistra al suono di “e allora perdiamoci”. Fatto sta che a pochi metri dal corso centrale ci siamo ritrovate come risucchiate dentro uno stargate che ci ha proiettate in una dimensione parallela: eravamo nella Vucciria, uno dei tre mercati cittadini che, ci avevano detto, ora è in decadenza. È stato come essere catapultati nel cuore pulsante di qualcosa ancora da scoprire, qualcosa che era pronto ad accoglierci anche se non sapevamo né ci eravamo preparate, qualcosa che ha colto la nostra voglia di sud e di Sicilia e ci ha spalancato la porta di casa offrendoci quanto di meglio e di più autentico potesse elaborare. Pesce alla griglia, pentole di sugo sulla via, tornei di calcio balilla, e una festa. Il venerdì sera alla Vucciria c’è lo stritfud, i pochi banchi di mercato si trasformano in banchetti da cibo di strada, la musica impazza locale dopo locale, o forse finestra dopo finestra, a volumi pazzeschi, in mezzo ai vicoli che chiudono la Vucciria e la accompagnano verso piazza Marina e il porto. Proiettate in questa sorta di festa mobile, del tutto casuale, mentre cercavamo di capire e assaporare i profumi di cose buone cotte al momento per strada e cogliere il tono della festa, ci siamo ritrovate in un vicolo pieno pieno di persone, impossibile passare. Impazzava a un volume altissimo “Azzurro” di Paolo Conte, cantata da Celentano, e tutti ballavano. Ecco, è stato in quel momento che siamo davvero arrivate a Palermo. Perché ci siamo messe a cantare “Azzurro”, con le parole che tutti sappiamo a memoria anche senza sapere di conoscerle, e ballando e cantando la folla ci ha attirato, mescolato e fatte passare per superare l’imbuto del vicolo. In mezzo, un motorino a velocità sostenuta, senza casco in mezzo alla folla, un venditore di accendini sistemati per gradazione cromatica, calcetti buttati per la strada, coppie avvinghiate in baci estivi, cani stanchi morti buttati lì agli angoli della via. E un sorriso complice che ci si era allargato sul viso: welcome, benvenute, siamo a Palermo, Italia, estate 2017.

La Vucciria è un posto spettrale quanto affascinante, lo abbiamo intuito quella sera e riscoperto i giorni seguenti, alla luce del sole: una piazza bombardata durante la seconda guerra, dove tutto è rimasto diroccato come allora, palazzi, balconi e addirittura l’insegna della banca nazionale. Una fotocopia di più di mezzo secolo fa nel cuore della città, oggi diventata centro della movida e parco per street artist, che si sono dilettati a interpretare e disegnare sulle superfici urbane. Le figure sono diverse e varie, affascinano per numero, colori, idee e quantità. Come abbiamo appurato poi grazie a “Street art in Sicilia”, libro che anche Marco ha contribuito a scrivere e che abbiamo consultato al Bed and Book, l’arte di strada è viva e dinamica in Sicilia, e Palermo è uno dei suoi centri più attivi. La città parla anche così, e racconta di sé, delle sue contraddizioni, del suo passato e di un futuro che, come ci hanno spiegato entusiasti i nostri ospiti, è fatto anche di novità, di tante iniziative legate al mondo della cultura.

Abbiamo presto capito che, oltre a quelli della Vucciria, il nostro primo amore, i vicoli di Palermo sono tutti densi di storie e bellezze, di Sicilia e di tutte quelle contraddizioni di cui sopra. Ci sono stata poco, ma credo di aver colto che, senza quel contrasto stridente di meraviglia e incuria, la città non sarebbe la stessa, né saprebbe parlare di sé con quella forza sorprendente che ci ha stregate prima ancora che scoprissimo le meraviglie della Palermo turistica, quella dei monumenti. I vicoli, i mercati – Ballarò, il Campo, la Vucciria -, i negozi, la gente, i banchi e i colori, i profumi, la vita stessa. Lo sfincione con la ricotta da assaggiare a Ballarò, 12enni in motorino, banchi del pesce che solo a pensarci viene fame, pomodori cuori di bue a prezzo stracciato rispetto a quel che sono abituata a vedere al nord, le mandorle, i meloni gialli, turisti americani e dialetto incomprensibile, terrazzi che crollano e grida di protesta sui muri, effimeri segni che dicono di una città viva più che mai.

 

Sapevo – un assaggio ce lo aveva dato il tramonto all’arrivo – che la luce in Sicilia è diversa. Che il sole picchia sulla pietra creando un’atmosfera dorata, calda di un’intensità che contrasta con un cielo di un azzurro pulitissimo e nitido. Quei colori, quella tonalità e quella saturazione li ho ritrovati passeggiando in torride giornate di fine luglio per la città. La pietra riluce, inutile far finta di no: sulla cattedrale, tra le statue di Piazza Pretoria, sul Palazzo dei Normanni, sulle facciate delle case, coi loro terrazzini e le ringhiere in ferro battuto che raccontano di un’isola, del barocco, dei popoli e delle culture che si sono stratificate lì, e di un intero mondo che scalda cuore e pensieri. Stava iniziando il mio Mal di Sicilia e ancora non lo sapevo, ma lo intuivo scattando foto affascinata, ben consapevole che il segreto di quella luce sarebbe rimasto là, rifiutato per troppa bellezza dall’obiettivo di qualsiasi macchina fotografica. Abbiamo pianificato poco: uno sguardo alla mappa di tanto in tanto, molti giri casuali, ma spesso fortuiti, arrivando a scoprire piazze e palazzi importanti. Il tempo era poco e il caldo intenso, e poi già sapevamo che a Palermo saremmo tornate: impossibile starne troppo a lungo senza. Così sono arrivate piazze inondate di sole, dove il barocco esplodeva tra foglie di banano e Vespe posteggiate nel cono di ombra, facciate di chiese dorate, bicilette appese ai muri, chiese inaspettate dalle cupole arabe rosse, campanili in pietra, cavalieri di Malta, giardini segreti di melograni e fichi d’india.

La Conca d’oro, la luce dorata, i mosaici. Impossibile è narrare e descrivere la pura meraviglia dei tanti mosaici che abbiamo visto di chiesa in cattedrale in palazzo. Come un distillato capace di intessere insieme, in un unico risultato, ricchissimo, cultura greca, araba e normanna: a dirlo è la lapide che si trova al Palazzo dei Normanni, vicino all’ingresso della Cappella Palatina. La bellezza, la storia, la Cappella Palatina e i suoi soffitti, mosaici e icone. Dovete andarci e vederla, perché io di quella meraviglia non so dirvi né so proporvi fotografie. Oppure la cattedrale con la sua Meridiana, la visita serale ai tetti, grande escamotage per evitare l’insolazione: alle 20.30 il sole era già calato e Palermo brillava sotto a una cupola blu-indaco con striature di arancio laggiù, verso il mare, mentre il campanile normanno svettava sulla piazza sottostante e tentavamo di catturare in foto l’unicità dei colori e delle sensazioni di quella passeggiata sui tetti. La scoperta inaspettata di San Cataldo e Santa Maria dell’Ammiraglio, due chiese e due universi culturali in un’unica piazza, elegantissima, dove un intenso profumo di torrefazione ci ha attratte verso il caffè e cornetto al pistacchio della seconda colazione.

Se andate in Sicilia, lo sapete: il cibo diventa parte integrante della vostra vacanza, col piacere e la bellezza che meritano il mare, le città e i loro monumenti. Cinque giorni di bontà, tra pesce spada, sarde a beccafico, granite, arancine, cannoli, torta Sette Veli, pistacchio, caponata. Un’esplosione di cose buone, che ve lo dico a fare?

A fine luglio sarebbe stato impossibile andare a Palermo e non mettere nemmeno un piede al mare. Difatti le gite balneari che ci siamo concesse sono state due, a Cefalù e a Mondello. Come posso raccontarvi in un post, scritto peraltro sul finire dell’estate, la bellezza di questi due luoghi di mare? Sole intenso, mare azzurro, il fascino di Cefalù, che è un borgo che casca a bagno e su cui riflette la luce color pesca del sole, sul culmine la cattedrale patrimonio Unesco, e dal sacro al profano, un lungomare infinito di ombrelloni e gente in vacanza. La domenica in cui siamo state a Cefalù c’era – neanche a farlo apposta – un party in stile Color Run: centinaia, anzi forse migliaia di ragazzi si erano ritrovati sulla spiaggia a lanciarsi bustine colorate, buttarsi a bagno e ballare. Una folla mai vista: ci siamo sentite al centro di tutto anche se eravamo solo due persone col desiderio grande di passare una bella giornata di mare in un posto stupendo. Breve, la visita a Cefalù, quanto basta per incentivare il Mal di Sicilia e capire che in quel luogo, insieme a tanti altri, c’è bisogno di tornare.

Lo stesso vale per le tre ore di mare fatte a Mondello, che è parte di Palermo stessa ma è anche altro. A Mondello ci si arriva dopo 40 minuti di bus, e il bus per il mare che parte nei pomeriggi di luglio è qualcosa di molto folcloristico, attraversa la città, ne taglia la periferia e poi, dopo un tragitto in campagna, sbuca sul lungomare. Si scende e si respira aria di vacanza. In tanti ci hanno sconsigliato di andare a Mondello: troppa gente, troppo caos. Ma per chi ha voglia di vivere e toccare con mano l’atmosfera pura delle vacanze al mare, Mondello è perfetta. Oltre che stupenda: spiaggia di sabbia lunga e bella, un’acqua azzurra limpida e calda che sembra impossibile, e invece. Distrutte dal caldo e dai chilometri a piedi, abbiamo fatto la pazzia di prendere un lettino per due ore, era tardi, lo stabilimento avrebbe chiuso da lì a breve e ci hanno quindi omaggiate di un posto in prima fila. Un lusso da dive, che tuttavia abbiamo vissuto poco perché una volta tuffate siamo rimaste a mollo più di un’ora, a godere del panorama, dei colori, della serenità e del divertimento che emanava da quella fila di pedalò all’orizzonte da cui si tuffava ridendo un gruppone di ragazzi. Ecco, Mondello sprizzava questa cosa qua: le vacanze, quelle della scuola, quelle che per tre mesi non fai altro se non divertirti come un matto alla spiaggia. C’era una vena della mia infanzia in Liguria in quella scena, certo allestita in un teatro ben più vasto e più bello. Mondello è la spiaggia chic, ma non bisogna essere necessariamente vip per farci un salto – anzi, un bagno: passata l’ora di chiusura dello stabilimento, quando ci hanno sfrattate, è stato sufficiente aggirare la transenna che delimitava lo spazio privato e tornare a stendersi sulla sabbia. La battigia è di tutti: palermitani che dopo il lavoro vengono in bici a farsi un tuffo, turisti persi dentro un libro, pescatori e aitanti giocatori di beach volley. Il valore aggiunto è stato il bar sulla spiaggia – L’ombelico del mondo – che ci ha ospitate per un aperitivo sulla sabbia protratto fino alle dieci di sera, mentre i tavoli si riempivano di chiacchiere distese e in acqua c’era ancora un sacco di gente che sguazzava godendo del caldo e dell’atmosfera. Anche a Mondello, naturalmente, bisogna tornare.

C’è stata una chiesa, e poi un intero quartiere di Palermo, che inconsapevolmente è diventato una sorta di meta da raggiungere per tutti i nostri pochi giorni a Palermo: la chiesa dello Spasimo, nel quartiere antico della Kalsa, subito a ridosso del porto turistico, la Cala. Fin dalla seconda sera non capivamo come arrivarci, come entrare, né erano espliciti gli orari: gli unici punti fermi erano che tutti ci avevano consigliato di andare perché era un posto molto suggestivo (lo immaginavo dopo aver letto D’Avenia), e che il lunedì i monumenti erano chiusi. Questo dettaglio ce lo ha ribadito Tony, il ragazzo che guidava l’Ape su cui abbiamo deciso – in una botta di pazzia – di fare il tour turistico in centro città. Contrattato il prezzo in modo molto italico e in una melodia di r allungate del palermitano del nostro cicerone, siamo salite sul potente mezzo con cui sfrecciare follemente per strade e vicoli del centro. Tony guidava con una mano sul manubrio e l’altra appoggiata al nostro sedile, intento a raccontarci cose e a guardarci mentre le raccontava, poco preso dal fatto che sarebbe stato forse più sicuro – più nordico? – guardare la strada, davanti.

Curve rock’n roll, partenze in salita da asma, e poi strombazzate agli amici, saluti in dialetto, scorrazzando per il centro di Palermo, da Ballarò a Piazza Marina, con il suo gigantesco ficus monumentale. Tony ci ha finalmente chiarito alcuni dettagli sulla Kalsa, il quartiere antico, dove vivevano Falcone e Borsellino, e dove tutt’ora c’è la farmacia della famiglia Borsellino, che ospita un’associazione impegnata a cercare di togliere i picciriddri dalla strada. La fisionomia del quartiere prendeva forma, insieme alla consapevolezza di una Palermo che forse gli americani a bordo delle Ape turistiche non colgono fino in fondo. So che noi invece abbiamo colto, ed è stato importante vedere tanto, vedere tutto, patrimoni Unesco e patrimoni urbani, monumenti e decadenze narrate dalla voce di Tony e rilette alla luce di quello che abbiamo letto, visto e sentito da amici siciliani sulla città. È un modo per volere ancora più bene a Palermo, una promessa di ritorno, la speranza accesa di vedere quello che “sarà un posto bellissimo”.

Non c’è stato nulla da fare: la chiesa dello Spasimo si è fatta attendere fino alle ultime ore dell’ultimo giorno. E poi finalmente, eccola: un edificio non crollato ma, invece, mai finito. Arcate gotiche e altissime pareti che si chiudono aprendosi sull’azzurro del cielo, chiome d’albero dentro la navata, una selva di fili rossi a decorare quello che oggi è il palcoscenico per tanti spettacoli e iniziative culturali. Dopo cinque giorni  a inseguire scene, colori e immagini che avevo solo letto e immaginato leggendo “Ciò che inferno non è”, segnandomi brani e rileggendoli a spasso per la città, finalmente lo spasimo, quel luogo preciso, vero, di pietra, cielo e infinito amore per una città.

“Dolore fisico acuto e intenso”, così dice il vocabolario Treccani a proposito del significato della parola spasimo. Credo sia la trasposizione metaforica del dolore che ho provato seduta sull’aereo in partenza da Punta Raisi, circondata da un azzurro che non c’è altrove, un mare blu che solo l’Isola, quella luce che accendeva Palermo, la solarità e cordialità di tutti, e di tutto. Ho messo in cuffia la canzone di Mario Venuti “Tutto questo mare” e non ho staccato gli occhi dall’oblò.

L’aereo ha preso quota virando e lasciandomi vedere il golfo di Palermo che si allontanava inesorabile: le chiazze di acqua azzurro più chiaro, la collina, Isola delle Femmine. E poi solo il blu intenso del 1 agosto, il cielo limpido dell’estate italiana senza nemmeno una nuvola, che dopo la Sicilia scopriva l’arcipelago pontino, l’Elba e le formiche di Grosseto, Capraia e infine Genova, la sua pista artificiale, di città arroccata su una costa stretta, che lascia subito spazio al Piemonte. Ecco, viriamo sulla città, appaiono le anse del Po, il triangolo del Campus Einaudi, la Collina di Superga e la Mole, laggiù, il grattacielo San Paolo. Siamo tornate, siamo al nord, la città non ha il mare, non c’è la stessa luce. Il viaggio è stato breve e spasimo di voglia di estate, di vacanza, di spensieratezza di sud. È ufficiale: ho il Mal di Sicilia, e non mi è ancora passato.

Palermo, Italia, estate 2017

L’incantesimo delle civette – Amedeo La Mattina (Edizioni E/O)

Palermo, Italia, estate 2017

Il Bed and Book di Palermo

Successivo