Io e la semiotica

Mi tiro su le maniche: è tempo di cimentarsi nel racconto che spiegherà perché ho una foto con Umberto Eco. Leggendo, capirete che essere immortalati a un convegno con il più celebre intellettuale italiano è solo la ciliegina su una fetta molto più importante di vita, da cui discende gran parte del mio sguardo attuale sulle cose.

Quando ho iniziato l’università, a Torino, non avevo idea di cosa fosse la semiotica. Mi affascinava il mondo della comunicazione, volevo fare la giornalista e arrivavo da un liceo classico, tutti ottimi motivi per tuffarsi in un fiume di materie nuove, scoprire un corso di studi molto dinamico e attuale, senza tuttavia dimenticare di costruire basi solide. Queste basi, alla laurea triennale, arrivavano dai corsi – appunto – “base” tra cui, al secondo anno, semiotica. Semiotica e basta, così. 30 ore per capire tutto: cosa fosse, chi l’avesse inventata, perché e dove volesse arrivare. A essere sinceri, tra appunti ricchissimi che spaziavano da tv a pubblicità a testi visivi, dispense sulla teoria della narrazione e il Manuale di semiotica di Ugo Volli, libro densissimo, che nel corso degli anni ho letto, studiato e riletto decine di volte, e che ancora campeggia nella mia libreria come un faro, io a quel primo esame ci avevo capito assai poco. Pensavo sarebbe finita lì con quella roba strana.

Poi arrivò il corso di “semiotica del testo” tenuto da Ugo Volli in persona, quello del libro che avevo trovato così pieno di cose diversissime tra loro, tanto da non riuscire a costruire un filo unico e non capire dove volessimo andare a parare. Il professor Volli, magicamente, dipanò la nebbia e i nodi irrisolti, e tutto fu all’improvviso più chiaro. La semiotica: una scoperta deflagrante. Fu amore incondizionato, una tesina sulla pubblicità di Nespresso e la lettura incuriosita di Sei passeggiate nei boschi narrativi (letto e riletto e per questo nella lista dei libri preferiti) che, svincolato da ogni esame, riuscì a entusiasmarmi e a far diventare Umberto Eco uno dei maestri di riferimento.

A quel punto avevo seguito anche il corso di “Teoria della narrazione” e avevo deciso che avrei unito il potere della semiotica alla mia altra passione, la letteratura. Ma volevo un testo complicato, qualcosa con cui mettermi alla prova. Da quest’idea è nato il mio lavoro su Zazie nel metrò di Raymond Queneau, tesi di laurea specialistica per completare la quale ho studiato tanta, ma davvero tantissima bibliografia semiotica. È stato un lavoro enorme, grazie al quale, però, ho avuto davvero, e per la prima volta, uno sguardo allargato sulla materia, sui suoi luminari, sulla sua evoluzione storica e sulle pubblicazioni. Ero vorace nelle letture e con altrettanta voglia di capire riempivo quaderni di appunti.

Per questo, dopo che la tesi fu premiata entrando nell’archivio del Miur, nel 2011 partecipai a un concorso di dottorato in Semiotica all’università di Bologna che non passai, e nel 2012 a uno in Scienze del Linguaggio e della Comunicazione all’Università di Torino. Preparare un esame di ingresso al dottorato non è cosa banale: bisognava tornare a studiare. Ancora una volta, un assiduo ed enorme lavoro di studio, ricerca bibliografica, analisi, comprensione e memorizzazione ha accompagnato diversi mesi della mia vita, segnando l’ingresso non solo nel mondo della ricerca – il dottorato a Torino l’ho poi vinto – ma anche nel club dei semiologi. Nessuna setta segreta, non si tratta di quello: studiare e leggere quantità inaudite di testi di semiologi e sulla semiotica  ha inciso in modo netto sul mio bagaglio culturale, così come partecipare a convegni, seminari e incontri accademici. Non solo conoscevo i principali e fondamentali testi dell’origine della disciplina – nomi come Saussure, Greimas, Hjelmslev, e anche Eco –ne sapevo la storia, ne distinguevo le correnti, ne intravedevo con chiarezza gli sviluppi, ma avevo a che fare direttamente con i maggiori esperti e con le loro teorie. I mesi, che poi sono diventati anni di studio e di prospettiva concentrata sulla semiotica, hanno portato a eleggere questa scienza come il mio paio di occhiali preferito per guardare il mondo.

Per la tesi di dottorato, che ha chiuso il mio percorso ufficiale con la ricerca e l’università, ancora una volta ho scelto di approfondire un legame che ormai, con l’impazzare del web, è un po’ demodé, quello tra semiotica e letteratura. Ho dedicato il lavoro alle visioni, rappresentazioni e costruzioni dello spazio in Italo Calvino. Da Queneau a Calvino il passo è breve, lo so. Ma cose da dire ne avevano entrambi, e sono convinta che il testo letterario resti qualcosa di forte e potente. La lingua scritta non possiede immagini, e nemmeno audio, eppure ci dice così tanto, ancora oggi, ed è in fondo alla base di ogni altra testualità. Saper analizzare un testo letterario è la chiave per poter affrontare e leggere ogni altro testo, specialmente oggi, in un mondo zeppo di testi complessi di ogni specie che si contaminano, si imitano, si smentiscono, rimbalzano ovunque. (Se con questo ragionamento vi ho convinti, il merito è di Daniela Panosetti e del suo Semiotica del testo letterario).

Il mio dottorato si è concluso a maggio 2016 e ha portato tanti progetti e ricerche che viaggiano con me come bagaglio di studio e di vita. Insieme e grazie al CIRCe – Centro Interdipartimentale per la ricerca sulla Comunicazione di Torino – ho partecipato a un paio di convegni AISS (Associazione Italiana di Studi Semiotici, di cui ho fatto parte), sono stata a presentare ricerche all’Università di Urbino e di Nizza. A Torino ho partecipato a un sacco di iniziative realizzate insieme ai colleghi: ci sono stati il seminario per le Smart City Weeks torinesi del 2014, il convegno dedicato alla gamification nel 2015,  le lezioni tenute nell’ambito dei seminari annuali (qui parlavo del Giovane Holden e qui di Xylella) e gli articoli pubblicati ed editati per la rivista del Centro, Lexia.

Ora, se della semiotica resta poco di ufficiale nel mio lavoro, dovreste però avere qualche indizio in più sul perché di certi miei atteggiamenti verso i testi. È lo sguardo semiotico, che si posa sui fenomeni di comunicazione e corre subito, curioso, a vedere com’è che fanno a significare quello che significano.