Novembre 2017

Sarà così che ci si muove sulla sabbia e gli affetti.

È una citazione da E invece io, di Riccardo Sinigallia, l’ho sentita dal vivo qualche giorno fa, domenica 26 novembre alla Sala Fucine delle Ogr, per RiseUp. Mi ha colpito l’idea: un modo di muoversi sulla sabbia, forse faticoso, perché si sprofonda, forse fastidioso, perché ogni passo richiede più energia di quanta ce ne vorrebbe su un normale marciapiede, forse reso ancora più difficile dal vento, che quella sabbia la fa volare negli occhi. Insomma, c’era tanta sabbia, l’idea di una spiaggia di dune la cui forma cambia ogni volta per gli agenti esterni, e tu ti trovi lì, con la tua carovana di pensieri in un deserto che ti sorprende ogni volta, a ricalcolare la rotta.

Novembre è un mese di sabbia. Al centro di tutto c’è Sabbie bianche, il libro di Geoff Dyer che sono andata ad ascoltare al Circolo dei lettori in un giorno di sciopero dei mezzi. Poco pubblico, grande il personaggio: mi ha riportata dritta dritta a qualche anno fa, quando scrivevo la tesi di laurea triennale sul jazz, e la mia relatrice (che infatti ho incontrato alla presentazione), mi aveva consigliato il suo Natura morta con custodia di sax. Sabbie bianche è una raccolta di saggi-riflessioni sul viaggio, sullo spostarsi in cerca di qualcosa che non si sa nemmeno bene cosa sia, ma come una specie di tarlo del pensiero non abbandona il narratore-viaggiatore, che magari si trova oltre il Circolo Polare Artico per vedere l’aurora boreale e, vinto dall’atavico senso di disagio di un terra estrema, sfugge quasi al fenomeno e avvera una profezia di sfortuna che nessuno aveva però previsto. Oppure, magari, lo stesso narratore vola per mezzo globo fino a raggiungere Tahiti, e una volta arrivato in quello che dovrebbe essere un paradiso si accorge che non funziona così, che la valigia di “cose di casa”, che include abitudini, visioni e pensieri, comodità, comfort e mood umorale, pesa tanto da non lasciar libera l’anima del viaggiatore, che continua a domandarsi cosa ci stia facendo lì, ben conscio che, tuttavia, valeva lo stesso la pena. Ogni viaggio, cattiva o buona sorte che lo affianchi, è una tesserina di qualcosa di più grande destinato forse a essere compreso solo dopo. E un po’, mentre giriamo, siamo abbagliati da fenomeni improvvisi, cose apparentemente senza senso: sabbie bianche, un po’, che rimettono tutto in discussione.

A novembre, per esempio, ho lavorato un sacco. Così tanto che non ricordo l’inizio del mese: forse è sempre stato novembre? La sabbia cade fine fine nella clessidra: non so quando abbia incominciato a farlo, ma vedo che scorre veloce, un attimo e dall’inizio del mese è già finita, a indicare che novembre è al capolinea. Eppure deve essere partito tutto da qualcosa, perché ora che scrivo è il 3 dicembre, le sabbie bianche si sono manifestate sotto forma di neve sui litorali della Liguria di Ponente, e so bene che a novembre non è stato così: c’è stato qualcosa di diverso, prima del freddo, prima del Natale e della sua atmosfera, e anche dopo l’autunno dolce di ottobre, sì, c’è stato un passaggio. Dove si nasconde novembre? Forse nella lunga lista di articoli che ho scritto per Mentelocale: ho iniziato con Paratissima agli esordi del mese, ora comincio a ricordarlo, poi ho proseguito con una bella intervista a Petunia Ollister, gli impegni che iniziavano ad affollare mente, agenda e fogli sparsi per la borsa. Ho proseguito con equilibrismi e delicati incastri tra mezzi di trasporto e interviste muovendomi tra il villaggio di Babbo Natale alla Venaria, una raffreddore colossale da cambio stagione definitivo, una sera di pioggia alla Scuola Holden per Tom Drury. Poi c’è stato il weekend della festa dell’olio, in Liguria, altre interviste, altro lavoro, e di nuovo Torino, con  la bella mostra di Palazzo Madama e l’incontro con Silvio Orlando e Domenico Starnone.

Nelle stesse prime due settimane del mese andava tutto alla grande, ricordo ora di aver accompagnato con belle mail e scambi di professionalità l’uscita della mia seconda recensione su Turismo Letterario, con il viaggio in Norvegia insieme a Il libro del mare. Affiorano altri dettagli: ricordo di aver scoperto attraverso questo libro una serie di snodi, coincidenze, e di aver accettato di partecipare a un collettivo-laboratorio di scrittura. Ho anche letto, forse un po’ meno del solito a causa del lavoro lievitato come un panettone in una sera di inverno. Ma ho letto il nuovo Malvaldi, che è finito recensito su Lucialibri, Accendimi, di Marco Presta, e Ogni storia è una storia d’amore, di Alessandro D’Avenia, e adesso che ci penso ho anche trovato l’impossibile tempo per scrivere un racconto e inviarlo a un concorso. Come ho fatto? Apparentemente tutto sembrava filare liscio, una spiaggia estiva con la sabbia spianata dal bagnino. Faticoso, certo, affollato di turisti. Forse talvolta scomodo perché pieno anche di spazzatura, essere andata alla pulizia del parco urbano di Imperia me lo ha confermato. Però ecco, insomma, fino alla metà del mese tutto regolare, tutto nella norma.

È stato lì che, non so perché, qualcosa è andato storto. Come in quelle performance artistiche dove qualcuno disegna con la e sulla sabbia, e poi basta una passata di mano e il foglio cambia, le figure anche, c’è un altro disegno, all’improvviso. Ecco, poi si è rotto il computer. Fulminato a ciel sereno insieme a tutti i file, le cartelle, le liste dei to do e i documenti di lavoro. Un lunedì mattina di fine novembre. Altro che dune mosse, sembrava di stare in piena tempesta di sabbia. Sabbia negli occhi, nei bronchi – perché intanto a Torino era tornato pressante lo smog, aria sporca quotidiana, come una palude in cui affondare senza poterci fare niente, se non cercare di fuggire quanto prima – tra le mani: sabbia che scivola e di cui non si trattiene nulla. Lo stesso è accaduto nei rapporti interpersonali: come sabbia si sono smossi, agitati da venti nuovi. Hanno cambiato forme, modi, granelli di rosso deserto trasportati dalla pioggia sui finestrini di un’auto del nord Italia, frammenti di conchiglie dei mari del sud approdati agli scogli di una spiaggia ligure dove cercare un punto fermo e respirare, un attimo, solo un attimo e poi riparto.

L’immagine della sabbia che scorre tra le dita senza fermarsi e lasciare alcun frammento si è adattata alla perfezione a una novità del mese di novembre che mai avrei voluto sentire. Fa parte di quel mondo fragile che un attimo c’è, lo vedi e ti ci riconosci, punto saldo da cui partire, ma è fatto di sabbia, e basta un soffio di vento a cancellarlo, azzerare una costruzione lunga dieci anni e riportare tutto al livello di partenza. Foglio bianco, tutto da rifare, un mare di possibilità inaspettate e forse nemmeno pensate e sperate: ma adesso sono lì, tra lo sconcerto e una pacatezza che intenerisce. Non c’è tempo nemmeno più per arrabbiarsi, e forse sono i trent’anni, i capelli bianchi che si vedono sempre di più, la constatazione che ormai, per quanto tu indossi abiti e accessori tutt’altro che seri, le commesse nei negozi ti dicano signora. Ti guardi nello specchio dell’ascensore e cerchi quella signora, ne trovi un accenno nelle occhiaie, in quella ruga che forse non è proprio d’espressione, perché te la vedi addosso sempre più spesso, nello sguardo che si è fatto meno ingenuo e sognante, più fondo e rassegnato allo scorrere delle sabbie degli eventi, forse.

Tuttavia, in questo novembre che sfugge di mano e ricalcola le forme da prendere, c’è stato anche qualche fugace momento di gloria assaporato al giallo caldo delle foglie d’autunno che decoravano Torino. Torino a novembre è un sogno, lo penso ogni anno e ogni anno mi dico che ho ragione, e che vorrei avere il tempo per gustarla tutta, la dolcezza delle chiome giganti degli alberi tra i viali, che rispondo alla chiamata del tempo e si colorano di tutte le sfumature dei rossi, degli aranci e dei gialli. Quando c’è il sole è bellissimo. Cammini tra le vie e tra sbaffi di luce riflessa dai vetri, giochi di architetture sabaude e regali, sferragliare di allegri tram arancioni, le foglie planano sulla strada, si ritrovano in tappeto, e tu dentro quella galleria naturale, a meravigliarti della fragile bellezza di una città dove, nonostante tutto, il cemento non ha affatto vinto. Ha vinto la bellezza, la dolcezza, un sogno romantico che si conserva ancora, ben coperto e riparato dai colpi bassi. Tra la danza delle foglie d’autunno, protetto dai toni concilianti e sereni delle foglie che cedono il passo all’inverno,  quel sogno si è sgranchito un po’, si è sentito a casa, nella tranquillità di un comfort assicurato da un pizzico di certezza in più: le sicurezze, gli amici, il lavoro che hai sempre sognato e che stai facendo.

Novembre è stato anche il mese del sentirsi al posto giusto e nel giusto: entrando alla Reggia di Venaria, scrivendo mail a uffici stampa, dialogando con le persone, intervistandone altre, e che altre (questo mese ho avuto la fortuna e il piacere di dialogare con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Luca Mercalli), chiacchierando a un microfono della radio con Sara Zambotti, Ascanio Celestini, Antonella Lattanzi, salendo di corsa su un bus e improvvisando il percorso, guardando la città, i suoi tetti sotto il color pesca al tramonto, i suoi cieli che cambiano e la sera, a novembre, si accendono di magia con le luci d’artista. Perché in fondo è vero: novembre è sfuggito via come sabbia tra le mani, di quel che c’era quando è iniziato poco è rimasto, se non le certezze più salde, quelle antiche e forti. Adesso c’è una pagina bianca, è scesa la prima neve, il Natale è alle porte e una strada lastricata di foglie colorate aspetta di essere percorsa per portare alla sabbia estiva di una spiaggia dove, finalmente, riposarsi un po’.

Novembre 2017

M’IMporta pulire il Parco Urbano di Imperia