Luglio 2017

Luglio è un orizzonte. Un orizzonte di tetti, tegole e comignoli roventi dietro ai quali, dopo tanto, si intravede una geometria logica da un cortile. Un orizzonte di mare, linea blu a ridosso della quale un caos colorato di pedalò affollati galleggia tra spruzzi e tuffi a Mondello. Un orizzonte mobile, girovago, che dalle Alpi attende il mare e, non sazio, si spinge oltre, a sud, in cerca di altro mare. Luglio è l’orizzonte di attesa di tutto questo, la preparazione all’estate, che in realtà è già estate, ma finché il lavoro non si smorza un po’ e il trolley non è pronto al volo verso sud non è un’estate matura. Resta in sordina, fiaccata da un caldo torrido e umido, infestata di zanzare, dal suono costante e noioso delle pale del ventilatore.

Luglio è stato attendere che le cose impostate prima passassero, esistessero, funzionassero e si esaurissero, e che alcune cose pensate si concretizzassero in progetti che erano già illuminati. Tipo: le vacanze. Cinque giorni stiracchiati e sudati verso Tutto Porto: Palermo. Un via libera arrivato una sera in un bistrot torinese tra malloreddus sardi e birra al gelsomino, complice il caldo incessante, forse la stanchezza, la monotonia, la voglia di cambiare aria. Ottenuto il sì, la giravolta irrazionale a seguire: prima il posto, poi il viaggio, e solo all’ultimo le ferie. Il fato però, si vede, tifava Palermo. E così luglio è diventato l’attesa della partenza per le vacanze.

Mentre tutto questo accadeva stregato dal doppio movimento della corsa lavorativa e della lentezza trascinata che solo un’oziosa giornata d’estate sa dire, andava in scena tutto il resto, quello annotato con la consuetudine precisa dei tempi non estivi – o almeno non troppo – sull’agenda. La rassegna letteraria a San Lorenzo al Mare, “Due parole in riva al mare”, per esempio, e poi la serie di concerti pazientemente accumulati a suon di biglietti. Tante letture, in questo mese di luglio, tanta musica live. Per far coesistere tutto, anche tante sveglie all’alba, stropicciate, stravolte e con la coincidenza da prendere al volo saltando giù dal treno. Eppure, tutto incastrato a perfezione.

“Due parole in riva al mare” mi ha offerto la possibilità di incontrare molte persone nuove e interessanti, dal confronto con le quali sono nate idee, certo, come sempre, ma anche cose più concrete. Sara Rattaro, per esempio, mi ha involontariamente regalato l’occasione per vedere un collega al lavoro e apprezzarne la professionalità: è cosa rara. Alessandro Barbaglia… Beh, Alessandro Barbaglia è stato l’assoluto protagonista letterario del mese di luglio, con la sua dedica su un libro che mi è caro, il suo trekking che non ho seguito ma di cui ho sentito racconti e visto foto, i successi della mia attività di ufficio stampa e del “Pleniluglio”, la rilettura de La locanda dell’ultima solitudine in un pomeriggio al mare, e l’intervista telefonica mentre lui guidava verso l’aereoporto in direzione Sicilia: “ehi, tra poco parto anche io”. Anche se apparentemente non c’entra – eppure c’entra, eccome – devo ricordarmi di dire che a luglio ho riletto anche Parole in gioco e comprato un libro di Gianni Rodari dopo una serata in cui ho trascorso ore in una libreria curiosando il reparto ragazzi e sognando delle meraviglie che dalle pagine dei libri mi hanno sempre – e da sempre – affascinata.

Dopo Barbaglia e il Premio Bancarella c’è stato Mimì Augello, ovvero Cesare Bocci, con la sua storia toccante e una foto di gruppo che mi ha inorgoglita. E poi, sempre a luglio e in pre-partenza, ho finalmente letto La rete di protezione, l’ultimo Camilleri uscito a giugno. Protagonista, neanche a dirlo, Montalbano. Infine ho conosciuto e cenato insieme a Paola Cereda, con la quale ho scoperto di condividere Torino. Chiacchiera dopo chiacchiera, è uscita fuori una storia in cui un pensionato tarantino si recava ogni giorno a sistemare una spiaggia lungo il Po, la Spiaggia del Meisino, a vedere la quale sono andata qualche giorno dopo, fino a scriverci un articolo su, perché va bene la curiosità, ma un giornalista non la tiene sempre per sé, soprattutto se il posto è così assurdo e il percorso per arrivarci così insolito per una che in genere si muove in centro.

I biglietti per concerti accumulati durante i mesi precedenti sono evaporati, in luglio: prima i tre ingressi a Torino estate reale, in serie l’omaggio a Battisti con Fabrizio Bosso alla tromba (volevo forse perdermi il mio musicista jazz preferito?), poi l’orchestra sinfonica Rai con una serata stupenda dedicata a Gershwin e Bernstein, e poi Niccolò Fabi, che non avevo mai sentito live e che mi ha fatto tornare indietro nel tempo con brani che hanno funzionato da tasselli del mio puzzle personale. Un puzzle che, se parliamo di musica, si è andato creando in quegli anni Novanta da cui sono venuti fuori anche i tre personaggi che ho visto a Barolo, a Collisioni. Due sono gli amici di Fabi, che idealmente completavano il quadro: Silvestri e Gazzè. La terza è la “cantantessa” che idealmente mi invitava nella sua Sicilia: Carmen Consoli. Un concerto in trio/non trio di 4 ore tonde, seguito a una giornata di caldo e tajarin che in un cortocircuito gastrico ha spedito me e la mia amica dritte sulle sedie della platea che ascoltava un ignoto (a noi) premio Nobel cinese. “Boh, io non ho le forze di alzarmi, che facciamo, restiamo?”. Ma sì, restiamo qui sedute, che intanto arriva Alberto Angela, a tenerci col fiato sospeso per un’ora e mezza raccontando la Gioconda, e restiamo anche dopo, facciamo venire l’ora, che arriva Pietro Grasso, e no, non è noioso, non lo è affatto: parla di mafia, dei suoi amici Falcone e Borsellino, e anticipa di nuovo Palermo, e commuove, e l’applauso finale è così sentito che risveglia dal torpore. Ora siamo pronte alla maratona di Paranza-amori di plastica e spose a cui regalare una rosa: arriveremo a casa alle 4 di notte dopo avventure in bus e taxi, ma non importa, ora non ci pensiamo e cantiamo una canzone dopo l’altra, che questi sono i “nostri” cantautori. Un tuffo dritto dritto a perdifiato in circa 20 anni di vita e musica. E poi “Vento d’estate” versione Gazzè, per completare la metà solitaria ascoltata pochi giorni prima in versione Fabi: “io vado al mare, e voi che fate?”.

Una luna piena, un po’ leopardiana, un po’ romantica, di compagnia sul nastro blu di un’Aurelia notturna tra una riflessione e l’altra sulle soddisfazioni personali, sì, ecco, c’è stata anche una serata così, a luglio, ed è saggio e bello ricordarlo. E poi una serata in bianco, ma solo nel vestiario: il bottino è stato ricco e colorato di visi amici dalle diverse origini, e di progetti, che i progetti, si sa, sono centrali.

Luglio è si è esaurito in una domenica a Cefalù, in un giro in Ape in una Palermo dove il lunedì di luglio l’unica cosa da fare è andare al mare. Andiamo a Mondello: portiamo luglio a finire lì, stemperato sull’orizzonte di mare che tanto avevo atteso, tra dozzine di pedalò con scatenati ragazzi a bordo, pieni dell’energia delle vacanze sul litorale palermitano. Luglio, in quella spiaggia, si è sentito appagato, pieno, “giallo di oro bizantino” come avevo sperato, blu di quelle sfumature così impercettibili che nessun aggettivo potrà contenere (sto citando Alessandro D’Avenia e il suo “Ciò che inferno non è”), stanco come un bambino esausto dopo una giornata di nuotate e giochi tra sale e sole, bollito e contento, le palpebre che non stanno su ma un sorriso che accoglie sereno il sonno. Domani si vedrà: per ora è estate.

[Nota: scrivo questo post di luglio l’11 agosto, un po’ tardi rispetto agli standard causa rientro dalle vacanze e successivo e immediato reinserimento in una folle routine lavorativa che, complici caldo torrido e stanchezza arretrata, mi ha privata del tempo necessario a guardarmi indietro con calma e pazienza, e a ricucire la trama del mese di luglio donandole un senso]

Luglio 2017

“La novità” – Paul Fournel (Voland)