Giugno 2017

Partiamo dalla fine. Partiamo da oggi: 30 giugno. Oggi a Torino era una giornata estiva anomala, di quelle che la temperatura si abbassa, arriva l’arietta fresca alpina, ti metti una maglia in più e quando esci per strada inizia a piovere, picchiettando gocce fresche che tirano su da terra quell’odore di bagnato e quel vapore caldo che solo d’estate. In un pomeriggio del genere potrebbe capitarti di correre verso il MAO, il Museo di Arte Orientale, dove tra un paio di giorni chiude una mostra che volevi vedere da mesi. Ne approfitteresti per visitare l’intero museo, ma ahimè sono le 5 e tra un’ora il MAO chiude. Ti accontenti quindi solo della mostra temporanea, dedicata alla Via della Seta, la leggendaria rotta che nei secoli ha unito oriente e occidente, sulle trame dei racconti di Marco Polo e sui tracciati delle prime cartine geografiche che volevano rappresentare il mondo. Inutile dire che si tratta di un percorso di fascino, vi compaiono cammelli, frammenti di seta preziosa, statue del Buddha, ed è onnipresente la figura di Marco Polo, che oltre ai suoi suggestivi racconti, in me evoca anche l’amico degli ultimi anni, Italo Calvino delle Città Invisibili. È quel Marco Polo lì che mi chiama, dialoga con le idee che mi frullano in testa sulla concezione dello spazio e sul racconto. Ma questa è tutta un’altra storia. Quella che invece ha a che fare con questa giornata e con la mostra è la storia di un nonno e di un nipote che si aggirano per il museo. Il primo ha il bastone e una voce tonante con cui, entusiasta e appassionato, conduce il secondo in giro per i fantastici mondi delle carte geografiche che nei secoli hanno tentato di dare un volto tra l’oggettivo e il soggettivo a questo pianeta. Le Colonne d’Ercole, le sirene, i galeoni che solcano i mari, fuori da Gibilterra non si andava, sai? Dice il nonno, e fa notare come nelle mappe antecedenti al XVI secolo non comparisse l’intero continente americano.

A Torino, in un pomeriggio d’estate che piove, ci sono anche nonni che portano i nipoti al museo, e raccontano loro storie, non tanto a scopo didattico, quanto per passare un pomeriggio. A me manca il mare, e in città c’è qualcuno a cui forse manca allo stesso modo, e che si rifugia nei musei con lo stesso spirito che avrei io sguazzando tra gli scogli con le vacanze in testa, la totale assenza di ansie. Questa osservazione mi ha fatto constatare che siamo in piena estate, ormai è inconfutabile, e sono io che a volte non ci sono con la testa, perennemente al lavoro e perennemente lontana dal mare, quel posto che in età scolastica era l’unico posto dai primi di giugno alla fine di settembre. È giugno – lo è stato – e io sono a Torino. Torino che in un mese cambia radicalmente, viene sconvolta da una primavera possente, sboccia e profuma, si indora e va a fuoco al caldo torrido che ha contraddistinto questo mese e ci ha costretti a camminare seguendo le linee d’ombra per le strade, a evitare l’asfalto rovente, a improvvisare le consuete fughe al mare, che poi sarebbe casa, insieme ai torinesi impazziti in corsa verso i vagoni del treno per la libertà e le vacanze.

Le vacanze vere, invece, sono ancora lontane, o forse inesistenti. Ne accuso l’assenza perché un po’ di stanchezza c’è: giugno è stato anche, al solito, un mese intenso. Un mese iniziato con Fabio Geda a Cervo, proseguito con la presentazione del libro di Michela Cantarella, e poi con belle interviste come quella con i Giulia’s Mother, che si sono imbarcati (termine non casuale) in un’impresa alla Tom Sawyer lungo il Po e con la mitica Alice Basso, di cui ho divorato il libro nuovo con il consueto gusto e divertimento. Anche questo mese, a proposito di libri, la lettura non è stata al centro, ma non è mai stata messa da parte. C’è stato, per esempio, il romanzo nuovo di Enrico Brizzi, che mi è rimasto nel cuore e nei pensieri, e il cui post di riferimento sulla pagina facebook di questo sito è stato condiviso dall’autore stesso, con mio grande e adolescenziale batticuore.  E poi ci sono state attività intorno alla lettura, che spaziano dal banale riordinare i libri, un momento che per importanza è paragonabile al cambio stagionale dell’armadio, al… fare ufficio stampa per una rassegna letteraria estiva. Eh sì, è arrivata questa sorpresa, si chiama “Due parole in riva al mare” e la organizza Nadia Schiavini della Libreria Mondadori di Imperia, la quale mi ha chiesto una mano per la comunicazione. A San Lorenzo al Mare, una località balneare vicino a Imperia, per tutto luglio e agosto ogni mercoledì si succederanno autori, per chiacchierare raccontando di sé e dei propri libri. Non solo curo l’ufficio stampa, ma avrò anche l’occasione di presentare due autrici, la prima è Giada Sundas, con cui dialogherò il 2 agosto, la seconda è Alice Basso (sì, ancora lei!), che sarà invece il 9 agosto. Se passate di lì, segnate! E segnate anche che il 9 luglio ci sarà una cosa bella e poetica, il trekking letterario con Alessandro Barbaglia, l’autore di uno dei libri che ho letto e di cui ho parlato su questo sito (lo trovate qui!). Come a dire che tutto, prima o poi, torna.

Sono tornati anche, a giugno, i miei colleghi del dottorato, per due dei quali abbiamo celebrato la discussione della tesi e la fine del percorso dottorale, quel momento bellissimo e al contempo inquietante di cui ho festeggiato il primo anniversario lo scorso 24 maggio. Sulla scorta di commenti e idee, devo ammettere che forse sto iniziando solo ora a scendere a patti con Italo Calvino e a disintossicarmi dai suoi scritti che hanno avvelenato la mia testa durante la scrittura della tesi, e che sto allontanando da allora. A riaccendere curiosità e interessi è stato un libro che ho “trascinato” lungo il mese, e che è stato anche il libro che è venuto con me nei due scarsi giorni di mare che sono riuscita a fare. Si tratta di “Parole in gioco. Per una semiotica del gioco linguistico” di Stefano Bartezzaghi. Tra un Queneau, un’arguzia, una Settimana Enigmistica, un langue/parole e un Greimas, l’universo semiotico si è rimesso in moto e mi ha chiesto con umiltà di riconciliarmi ai suoi perché e ai suoi come. Sto pensando che sì, potrei dargli retta.

Nel frattempo, non mi sono persa altre esplorazioni, come quelle a spasso per la caldissima Torino che si è aperta ai visitatori nei due giorni di Open House, oppure come quella, dolce e meravigliosa, nella Provenza della lavanda e dei girasoli. Tra le due sono passati circa 20 giorni, quasi due terzi di un mese che è scivolato dalle dita come si scioglie un ghiacciolo in pieno sole. Sì, ha fatto caldo, più del normale a cui siamo abituati a queste latitudini. E sì, la girandola è stata intensa anche questo mese, con i consueti momenti galvanizzanti, le delusioni, con la voglia di fermarsi a recuperare pezzi perduti di un passato che si svela sempre più importante (e in questo caso hanno svolto un ruolo decisivo le sette pagine di domande che ho preparato per aiutare una ragazza in italiano alla maturità. Ah, è uscito Caproni, avete visto? Un poeta del mare, mi è sempre piaciuto tanto) e con la stasi dovuta al mix letale di sole e stanchezza che mi ha persino scollato il pomello del cambio della Panda.

Insomma, è estate: c’è la luce chiara fino a tardi nell’aria, c’è il verde smeraldo delle chiome in città, l’azzurro pacifico del mare quando lo scorgi dal finestrino del treno. Oggi che è il 30 giugno il caldo torrido sembra averci graziato e concesso un po’ d’aria per godere meglio dello spettacolo, sentirci più leggeri e vivere così anche nelle giornate in cui piove, e se la scuola è chiusa e non siamo al lavoro, l’unica cosa bella e sensata da fare potrebbe essere andare al museo e sognare, perdersi tra le storie e le visioni del mondo che sono state, per mano a chi, più anziano e saggio di noi, ne ha visto o studiato già una parte. Per risolvere la mancanza del mare ho fatto così: mi sono improvvisata turista a Torino. Ho girovagato tanto in questo mese di giugno, scoperto edifici, scorci, vie, voci e storie, fino a un giorno di pioggia in cui il caldo ha smesso di tempestare le idee e ha lasciato il posto all’aria frizzante, a una maglia a righe, una granita al pistacchio e la sensazione di aggirarsi per una città che, seppure non è la mia, è un pezzetto di casa e un posto nuovo da scoprire ogni giorno mettendo da parte lo stress e concedendosi una passeggiata a zonzo, proprio come se fossimo in vacanza in un posto nuovo, in una città lontana dal mare, in estate. Quel giorno era il 30 giugno, finiva un mese, e finiva la prima metà di quest’anno, in cui si è acceso questo sito che, tra uno sbaglio e un’idea, va avanti imperterrito.

Ho pensato spesso che preferisco l’inverno ma poi, che ve lo dico a fare: la sera quando tornate dal mare con la pelle che vi tira di sale e sole? Ma anche: il gelato la sera tra i portici di Torino, con l’azzurro del cielo che cade ovunque, intorno? Non c’è uscita: questa stagione conquista, e giugno è ogni volta la sua perla più bella.

Giugno 2017

Lavanda, girasoli e una Citroën 2CV

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“I pesci non hanno gambe” – J.K. Stefánsson (Iperborea)

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