Gennaio 2018

Gennaio 2018 è stato lunghissimo. È la prima cosa che mi viene in mente se rifletto sul fatto che siamo al 1 di febbraio, e nella recente storia e memoria ci sono ben 31 giorni in cui è accaduto di tutto, in cui si sono affacciati tantissimi volti, in cui l’umore ha fatto salti con il bungee jumping e l’agenda si è affollata. Sono gli stessi 31 giorni di cui fanno parte l’albero di Natale, la lista ideale dei propositi per l’anno nuovo, il blue Monday da rientro, il freddo intenso e i primi venticelli di primavera, che in Liguria si colorano con i pallini gialli di mimosa e il loro aroma che dischiude la bella stagione in arrivo.

Quasi come se gennaio fosse un grande bignami di un anno intero, con tutte le situazioni e le figurine riprodotte: voglia di fare, buona lena, capitomboli, necessità di tornare tra le mura domestiche, treni, e ancora treni (e purtroppo, treni, aggiungo pensando alla cronaca), quaderni nuovi, progetti pensati e iniziati, routine che si solidificano presto e sembrano non avere mai avuto inizio e non avere fine, arrabbiature, novità, idee, che forse è la volta buona e le si mette in pratica, ritorni, delusioni, sorprese inaspettate.

Gennaio è iniziato con un Capodanno bello, sereno e pieno di una cosa grande come l’amicizia: lì per lì sembrava un dato scontato, ma a pensarci forse no, forse è stato importante, ed è bene che lo ricordi e sottolinei in questo post. Gennaio 2018 è la prima cosa divertente dell’anno nuovo, alle tre di notte sotto ramate d’acqua ridendo a lacrime e ballando la Macarena in macchina. Che lo so che a voi non fa ridere, e funziona solo con altre due persone, quelle che erano con me e che penso ricorderanno molto a lungo quei minuti di ridarella bellissima e contagiosa che mi hanno fatta sentire a posto, felice. Gennaio è anche lo shopping pazzerello con la mamma, le scoperte insieme, farle vedere la città dove stai bene e completare il tutto come fosse preparato ad hoc incontrando Nicola Lagioia al supermercato e dando vita a un siparietto surreale. Era il 4 gennaio e accadeva anche questo, in quella manciata di giorni del 2018 appena inaugurato.

Da quattro i giorni si sono fatti 31, un mese intero alle spalle in cui sono via via spariti l’atmosfera natalizia e l’inverno rigido con le giornate corte e buie, e da cui adesso, si affacciano un febbraio densissimo, con il carrozzone del festival di Sanremo, una presentazione di libro che mi vedrà coinvolta, il progetto Nonostante che ha lasciato gli ormeggi e una inaspettata quanto emozionante proposta lavorativa. A gennaio è entrata nel vivo Cervo in blu d’inchiostro, la bella rassegna culturale che organizzano Francesca Rotta Gentile e il Comune, e quindi eccomi che salgo le scalette e arrivo fino alla chiesa dei Corallini, e mentre mi affaccio al balcone sul mare incontro Beatrice Masini, direttore editoriale Bompiani, e capita anche di scattare insieme a lei una foto. Come una biglia nel flipper rimbalzo ancora una volta a Cervo quando arriva Roberto Vecchioni, e la ressa è così tanta, e numeroso il pubblico, che resto chiusa fuori ma poi ci finisco a cena, con Vecchioni.

Per evitare che mi accada di nuovo di restare fuori, la volta dopo quando c’è Philippe Daverio vado prima, in anticipo di ben dure ore, e dopo aver posteggiato mi avvio tranquilla per i carrugi e incontro per caso Piero Luxardo, presidente del comitato di gestione del Premio Campiello, che sta facendo un giro turistico per Cervo con Francesca. La giornata è qualcosa di poetico, il sole solletica la voglia di primavera e il borgo splende, e così capita anche che io faccia una foto insieme a Luxardo, mentre poi svicolo e vado a tenere il posto all’Oratorio, dove entra Daverio, che al solito tiene due ore di chiacchierata fantastica, e dove riesco a individuare Walter Barberis, presidente di Einaudi, che è invitato a prendere la parola e dice solo “io vorrei che tutti leggessero”. Ecco, sì, gennaio è tanta voglia di cose belle, e scoprire che a un tiro di schioppo da casa tua, in un borgo che è una carezza sul cuore, accadono proprio queste cose, fa bene e inorgoglisce. Non solo per Cervo, perché a gennaio accade un giorno che alla Libreria Mondadori arrivi Fabio Cremonesi, che ha tradotto per NN editore la trilogia di Haruf più Le nostre anime di notte (oltre a lavorare su molte altre cose, naturalmente), e che ho scoperto essere una persona deliziosa, disponibile a raccontarsi e raccontare il proprio lavoro davanti a una ventina di persone, una cifra che per Imperia è sorprendente, e lascia ben sperare.

Questi incontri mi vedono protagonista come semplice pubblico, lettrice interessata e giornalista a riposo, e va bene così. Va bene come un paio di serate col tuo migliore amico, dove si mangia, si ride, ed è tutto così semplice che sembra di stare a casa, dove puoi essere te stesso, respirare, calmarti, ritrovare i tuoi spazi. Che poi è la sensazione che più ho ricercato, e inseguito, in questo gennaio. Un mese che si è aperto sulla riscoperta della mia libreria di casa, portando alla luce letture di quando ero bambina e adolescente, ma anche scritti, per non parlare di progetti, pagine e foto che avevo dimenticato, e tra una punta di tenerezza e una staffilata di malinconia hanno finito per ricucire e rendere visibile una trama antica, ma navigata e salda sulla quale non tanto adagiarsi, quanto sentirsi sicuri di poter cadere senza eccessivi danni.

Con tutti questi pensieri, è andata da sé che a gennaio io abbia letto di meno. Ci sono state però due riletture, con cui ho inaugurato l’anno, che sono La libreria dell’Armadillo e Assassinio sull’Orient Express, che non ricordavo e che mi ha permesso di recuperare una voce tanto amata in passato, quella di Agatha Christie, della quale ho anche visto un interessante spettacolo teatrale, L’ospite inatteso. E poi c’è il libro che ha caratterizzato il mese, la scoperta e, da subito, una delle letture più importanti di sempre: Le assaggiatrici, di Rosella Postorino. Ne ho parlato su Lucialibri e ancora sento le vibrazioni di quella potentissima scrittura, di cui ho segnato decine e decine di punti e sui quali tornerò, perché meritano. La recensione sta girando tantissimo sul web e la cosa mi fa piacere, ma ancora di più mi fa piacere ribadire quanto questo libro sia bello. E se Rosella Postorino ha a che fare anche con il mio pezzettino di Liguria del cuore, è lì che sono tornata, per istinto, quando ho proposto alla creatrice di Turismo Letterario un itinerario per gennaio. E così sono tornata a Sanremo insieme a Italo Calvino, e insieme ai tanti testi, storie e romanzi che mi hanno accompagnata lungo gli anni di dottorato. Ne è uscito un articolo di cui vado orgogliosa, e che rappresenta un ulteriore passo per riconciliarmi con Italo dopo le fatiche della tesi.

È stato un mese lungo, perché è stato anche un mese in cui mi sono spostata molto: Torino, Genova, Imperia, Cervo e Sanremo, in una giornata di pioggia intensa con Claudio Baglioni e il carrozzone festivaliero che ingranava. Eppure, nonostante le centinaia di chilometri percorse lavorando, scrivendo, leggendo, è stata fortissima l’esigenza di tornare spesso a casa. Come se non fosse ancora tutto a posto per partire senza voltarmi, come se ci fosse ancora bisogno della mia presenza, come se io stessa avessi bisogno di cose familiari per immagazzinare forze, certezze, solidità.

Forse perché gennaio 2018 è il mese in cui, mentre tutto accadeva lento e lungo, si snocciolava anche l’attesa di Leonardo e del suo piccolo e insito miracolo: esserci, esistere, farsi conoscere. Leonardo è un bimbo che adesso ha 4 giorni e che ha fatto aspettare i suoi genitori e tutti quelli che gli stavano intorno con trepidazione, ansia, curiosità e gioia crescente. È il bimbo di una mia cara amica, che dal pancione ci osservava già a Capodanno e chissà cosa pensava mentre io, invece, pensavo che iniziare l’anno toccando un piedino nella pancia della tua amica è una cosa così incantata che nulla potrà scalfirti nei prossimi 365 giorni. Leonardo è il riassunto di una vagonata di cose stupende, la chiave di volta che, mostrandoti il passato, anche quello doloroso, ti assicura che qualcuno ti agguanterà nel pantano per portarti al sicuro, offrirti una cioccolata e farti fare una risata. È una gioia grande, talmente grande che ha il potere con il suo riverbero di coinvolgere anche me, che pure mi colloco a latere.

Il 1 gennaio a casa mia c’era il sole, il mare un po’ agitato e un tramonto color pesca che prometteva gioia, senza certo negare fatiche e salite, ma rivelandosi in un abbraccio colorato e dolce. Ecco, il 28 gennaio è arrivato Leonardo ed ero di nuovo su quella passeggiata che ha nel nome una storia intera di finali da immaginare e costruireL’incompiuta. Sarà stato un caso, ma nello spettacolo del cielo che scopriva tutte le gradazioni cromatiche dei rosa e dei lilla, e nello sbrilluccicare della superficie del mare sotto i raggi lunari, a me è sembrato che fosse tutto davvero così bello che non c’era ragione alcuna per preoccuparsi, solo tanto spazio per esprimere gioia e gratitudine.

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