Dicembre 2017

Dicembre inizia un giorno di inverno, che è ancora autunno, ma c’è Genova, un treno, e la prima neve della stagione. È un mese che inizia dopo una decina di giorni faticosi, rotture concrete e metaforiche e speranze in soluzioni che però attivano nuovi problemi. Dicembre inizia a Laigueglia, anche se in realtà è iniziato un giorno prima, ma è lì tra le quattro case del borgo deserto e il vento polare che scuote il mare che il mese bussa alla porta e si presenta: una luce fioca, un calore d’abbraccio in un’atmosfera buia, dentro un clima gelido dove ancora, come dopo un tramonto, si vedono raggi di sole scherzare con le ombre, risate di ritorno, sprazzi di colore.

A dicembre, in fin dei conti, è capitato spesso di scendere sulla spiaggia: le scarpe a sfiorare la linea della battigia dove si rompe l’onda, la sensazione che quella fetta di terra sia come in letargo, flagellata dal mare dell’inverno in attesa di una nuova primavera e di una nuova estate. Ma intanto, mentre aspetta, è ferma lì, non ti abbandona. Ci sono invece cose, ricordi, forze e sogni che spaventati dal freddo e dal buio tendono a scappare, li vedi evaporare dalle mani e non sai come trattenerli. A dicembre è inspiegabilmente difficile credere di poter avere ancora le forze per richiamare tutto all’ordine. Quest’anno è così: un sentore lo avevi avuto, nelle cose che sfuggono, incastri, treni, valige e agende che ancora fiaccati dagli intoppi di novembre non riescono ad alzare la testa, guardarsi intorno e adattarsi al nuovo contesto.

È stanchezza. Sconfinata stanchezza che chiede tranquillità, ma la spiaggia è battuta dalle onde e la tranquillità sembra non poter soffermarsi tra le tue quattro mura nemmeno nei giorni del Natale, che pure tanto avresti atteso, tanto avresti cullato. Perché quello che era familiare, a volte, non lo è più. Cancellare e ripartire, alle volte, è faticoso: sotto l’albero luccicante non trovi risposte e fuori continua a fare freddo. Arriva persino una tempesta di neve e ghiaccio, a dicembre. Il gelicidio blocca la ferrovia, blocca te a casa, in una pigrizia che tutto si prende e trasforma anche l’ultimo soffio di energia in ricordo dolce che scalda il cuore.

La luce di dicembre sono due serate di jazz con personaggi da romanzo e un amico grande che basta ti lanci un’occhiata e vi siete capiti. È un backstage, un bicchiere di spumante e poi una birra, una macchina fotografica e tre interviste – Rava, Boltro, Bosso – un non capire niente eppure starci ancora, tentare ancora, forzare al massimo, guardarsi intorno e osservare ogni comportamento e parola per non perdersi nulla, trattenere un’atmosfera anomala eppure al contempo così frizzante e viva da suggerirti che c’è ancora possibilità, c’è ancora senso. Il regalo di dicembre è vivere un’esperienza di follia intensa, e viverla insieme a qualcuno che ne coglie il vibrare delle corde. È importante, è bello: è un dono che tieni stretto sotto quell’albero pronto e pieno di palline diverse, ognuna racconta una storia, una persona, un viaggio.

Dicembre ha i giorni corti, le notti lunghe, santa Lucia e dolcetti allo zafferano che accendono la voglia di atmosfere nordiche, di avventure e di comfort. Ma sebbene tu abbia letto, in quest’anno, romanzi norvegesi e islandesi, qui è comunque diverso, e presto l’incantato mondo delle foreste di abeti si squarcia e lascia spazio ai tetti cosparsi di chiazze sporche di neve di città, a una Mole illuminata come la Tour Eiffel, e una quotidianità che, sarà una sensazione, sarà la verità, si fa eccessiva, impazzisce, accelera e finisce per centrifugare tutto. Smanie, frette, ansie. Necessità, urgenze fasulle, precisioni aleatorie. Errori, mancanze, problemi. Tutto questo ti mozza il fiato, ti blocca l’orizzonte, ti annienta proprio a fine anno, proprio sotto alle lucine colorate e piene di storie, che avresti voluto nobilitare, a cui avresti voluto dare spazio e agio.

Intanto arrivano i 31, passano come un frecciarossa: fulminei, indolori, almeno apparentemente. Un giorno che sfuma e uno che ricomincia, la città in festa per il Natale, tu che la attraversi, ancora una volta il passato che bussa sorridente ma quest’anno non trova spazio. Sarà cambiato il contesto, sarai cambiata tu, saranno cambiati gli altri. Forse sarà solo il caso di guardarsi nello specchio dell’ascensore e tra una ruga e un’occhiaia constatare che è il caso di rimboccarsi ancora una volta, a fatica, le maniche, perché è necessario non abbandonarsi alla stanchezza e fare, agire ancora, cambiare. Nonostante le trappole che piovono addosso quotidianamente, e nonostante il nero che ammorba ogni progettualità pensata e immediatamente demolita dal giudizio. Resta un lumino flebile flebile, in questo Avvento 2017.

Tra le cose che travolgono e passano addosso nella corsa verso il Natale: incomprensioni, lacerazioni, voltafaccia. Nuvole scure di difficoltà e pessimismo che aleggiano intorno ai comignoli fumanti nei tramonti rosa delle 4 e mezza di pomeriggio. Vorresti fosse Natale, dove tutto si riconcilia nella serenità. Ma quest’anno non arriva, ti tange e il 25 sera è già sfumato tutto: i giorni dal 26 al 31 trascorrono vacui, pieni eppure vuoti, impalcature che rivelano assenza di energie per continuare a costruire. Pensi che avresti dovuto strutturare meglio i bilanci, curare di più questo spazio che da quando ti è morto il pc, a novembre, è rimasto in balia dei marosi, mentre tu combattevi in mezzo alla burrasca e hai addosso ferite che ancora ti lecchi, difficoltà e una stanchezza con cui non hai finito di confrontarti. Poche recensioni, pochi libri qua sopra, molte storie che hanno lambito l’immaginazione ma che si sono ritirate in letargo in attesa di ritrovare uno scivolo in quello sguardo che ora, a furia di non dare a vedere le preoccupazioni, si è fatto cinico, fintamente distaccato.

Dicembre inizia e finisce a Laigueglia, il caso ha voluto così. L’ultima storia che ti racconti quest’anno è che c’era un senso in tutto questo, e finire con le scarpe a bagno durante la tempesta non è poi male se lo fai in compagnia. A Laigueglia ci sono dolcissime illuminazioni natalizie realizzate sulle barche dei pescatori: è un borgo di mare, ti riporta alla tua terra e ti porta a pensare che quella luce che cerchi non stava ferma sotto l’albero ma proprio là, in quel mare che hai solcato durante la burrasca di dicembre. La luce è la barca, la sua vela luminosa gonfia di mete e direzioni che prende il largo per il nuovo anno. È gonfia e rotonda come le pance delle tante amiche in dolce attesa che negli ultimi mesi ti danzano intorno, rivelandoti la meraviglia che è l’umano e la forza incredibile delle speranze nel futuro.

Allora eccola, la storia che chiude un anno: è la storia di una barchetta che, acciaccata e un po’ graffiata di scogli e acqua salata raccolta in navigazione, cerca riparo, chiede qualche mano di vernice a chi le si è affezionato, si asciuga al caldo e non smette di pensare al ritorno in mare, quando arriverà la bella stagione. «Dammi vento, e ti darò miglia» diceva il velista solitario Bernard Moitessier. Prima di questo 2017 nemmeno sapevo chi fosse, Bernard Moitessier ed è la trama di quest’anno così solido, definito e ricco, per me, a riportarmi ora, nel momento di massima stanchezza e nell’ultimo giorno di dicembre, a ripensare alla vela luminosa portata a terra per l’inverno, che si predispone con nuovo vigore e ritrovate energie e fermezza a prendere il largo, farsi sospingere dal vento e buttare oltre allo scafo nuove inaspettate, travolgenti, curiose, interessanti e appassionanti miglia.

Dicembre 2017

I bilanci di fine dicembre

Dicembre 2017

Le tre del mattino – Gianrico Carofiglio (Einaudi)

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