Fuori Roma: storie di narrazione giornalistica

Ventimiglia, Torino, Palermo. A ogni stagione una città a cui sono particolarmente affezionata, e inevitabilmente, a ogni stagione, un’attenzione rinnovata a un format che mi piace, e di cui ho deciso di parlarvi in questo post. Mi riferisco al programma di Concita De Gregorio Fuori Roma, che ha inaugurato un nuovo ciclo di puntate proprio lunedì scorso, 18 settembre, con un esordio che mi ha colpita al cuore: Palermo. A dire il vero questo programma di approfondimento giornalistico e reportage narrativo l’ho scoperto nel dicembre 2016, quando andò in onda la puntata dedicata a Ventimiglia che scoprii grazie alle informazioni sulla cronaca locale di Imperia. Non conoscevo infatti il progetto della De Gregorio, ma la curiosità di vedere come era stata condotta la narrazione di un luogo molto vicino ai miei posti “di casa” mi ha spinto a cercarlo su RayPlay. Quella puntata mi ha colpito, e mi è piaciuta. Mi ha colpito per una serie di spunti che ho colto qua e là, tra l’emozione di vedere il mio mare in tv (il campanilismo televisivo è un fenomeno che mi colpisce sempre e che raggiunge l’apice ogni qual volta accade qualche disastro, tipo un’alluvione, e lontana lo osservo attonita attraverso le immagini televisive rammaricandomi di non essere là, a casa) e mi è piaciuta perché ha ricreato un senso, un profilo della città e del territorio visto da una prospettiva nuova.  Una prospettiva Fuori Roma, appunto, come anticipa il titolo del format.

Fuori Roma perché la redazione si sposta, è in viaggio, ed esplora l’Italia fuori dal centro pulsante in cui la politica si fa e si mostra ai telegiornali. Fuori Roma perché, essenzialmente, la De Gregorio parte verso la provincia, scava, scopre, racconta le storie che solitamente non arrivano all’attenzione del pubblico di massa. In un immaginario di cui lo stesso titolo si nutre, questo format si colloca quindi ai margini, in periferia. E quale puntata migliore, per scoprirlo, che quella su Ventimiglia, città di confine? A quella prima stagione è seguita una seconda, al cui esordio non ho saputo resistere: Torino. Prima capitale di Italia, arroccata nel suo Nord Ovest di cui è uno dei centri pulsanti, protagonista di una rinascita favolosa che ho vissuto in pieno, dalle Olimpiadi invernali in avanti. Una sorta di mia seconda città, di cui Fuori Roma ha colto, come sempre, filoni tematici, snodi, centri di creazione del senso.

Lo ha fatto confermando uno di quegli aspetti che mi avevano colpita: attraverso i personaggi, le storie, la ricerca. Come ho già detto, è un programma di approfondimento giornalistico che dichiaratamente viaggia per le “periferie” italiane, intendendo con periferie tutto ciò che è intorno a Roma e le sta fuori. Roma non è solo il centro simbolico d’Italia, il cliché che per metonimia indica l’Italia intera. Roma è essenzialmente la politica, e da una signora giornalista come Concita De Gregorio non ci si poteva aspettare un format “turistico” anche se condotto al di fuori dell’arena politica. No, Fuori Roma è un programma a base giornalistica che, nel suo scavo tra le città italiane, si nutre di politica, la politica più vicina al senso etimologico, di gestione della cosa pubblica. Ogni puntata inizia infatti con Concita già per strada, già in città, la si sente telefonare in Comune “Sindaco? Sono Concita De Gregorio, siamo arrivati in città”. E a chi, se non al sindaco, il primo cittadino, potrebbe rivolgersi qualcuno interessato a capire la città, a raccontarne l’attualità politica restituendone il volto più vivo, calato nel presente, nei fatti e nella vita quotidiana?

Questo format lavora così, con i personaggi. La redazione identifica una serie di personaggi, che solitamente sono il sindaco, uno o più assessori, qualche rappresentante dell’opposizione politica dell’attuale giunta, e poi giornalisti o persone di cultura, il contorno necessario a riempire la struttura politica di contenuti, opinioni e suggestioni. Fuori Roma non è un racconto classico della città, delle sue bellezze, contraddizioni, difficoltà: non passa attraverso spiegazioni lineari, non restituisce una traiettoria di senso orientata a priori. No, è piuttosto un ingresso in città (ricordate? “Sindaco, siamo arrivati”) a cui segue un’esplorazione rizomatica fatta di luoghi e incontri che sono assolutamente parziali e non hanno l’intenzione di ricostruire il tutto della città. Sono, invece espliciti spunti da cui partire per ricostruire una mappatura che sappia suggestionare sulla città. E c’è di più: ogni puntata non è solo la ricostruzione del volto della città attraverso questo procedimento, ma è la rappresentazione stessa di questo processo di scoperta e creazione di una storia, di un senso. Non ci sono solo i racconti di Ventimiglia, Torino, Palermo, dei loro abitanti e protagonisti: con le immagini dei loro luoghi, c’è anche il racconto di come queste puntate sono state costruite, di come Concita e la redazione sono arrivati, si sono mossi, hanno indagato, scoperto, visto e capito qualcosa.

Ecco forse perché questo programma mi piace così tanto: racconta un lavoro, e ne mette in luce gli aspetti che mi spingono a volerlo fare e a ribadire, nonostante le difficoltà, che è il mestiere più bello del mondo. Arrivare, scoprire, conoscere, costruire un senso. Nella puntata su Palermo c’è un momento in cui si vede Concita seduta al tavolo di un locale con il suo team: scrive su una tovaglietta di carta. Quelle che disegna sulla carta, rigorosamente a penna, sono mappe concettuali che partono da idee, da fatti appresi, da linee di senso intraviste attraverso il dialogo con le persone. Quel che si vede è una giornalista nel pieno della sua attività di ricerca e costruzione di senso: è quello il momento e il processo attraverso cui la De Gregorio sta creando il suo racconto della città. Prima ha conosciuto il sindaco, è andata a rileggere la cronaca politica recente della zona (spesso sono citati e si vedono in video frammenti di notizie tratti da testate degli scorsi mesi o anni), ha conosciuto chi si scontra con quella parte, ha rappresentato l’opposizione politica su cui si regge il governo della città, di cui si alimentano le azioni amministrative quotidiane. Una volta presentate le parti in causa, è scesa nei dettagli, individuando personaggi, luoghi riqualificati o in situazioni difficili, piccole storie affluenti della più grande storia in fieri della città stessa. E le ha innestate sul discorso principale.

Dal punto di vista figurativo si intuisce molto bene questo procedimento: sulla mappa disegnata che contestualizza ogni nuova sezione della puntata non vediamo un percorso, un itinerario, ma spot legati a diversi luoghi, dentro i quali la redazione va e scopre, chiede, interroga. I punti di vista attraverso cui costruire la rete che darà vita alla città, prendono vita sull’infografica che indetifica i luoghi chiave. È una mappa, proprio come quella costruita da Concita: un mosaico di temi, fili, nuclei concettuali, volti, parole, opinioni e progetti che fanno la città. Ne sono la politica, quindi inevitabilmente il movimento vitale, il volto del momento, contemporaneo e pieno non solo di positività ma di snodi problematici. La città e il suo volto emergono attraverso spot. Ed è sempre di immagini fugaci che è fatta la narrazione video di ogni puntata, con un linguaggio ben preciso, dal ritmo veloce e serrato che alterna palazzi, monumenti, scorci panoramici, persone. C’è anche una colonna sonora in questa narrazione, da questa stagione la si trova su Spotify e include alcuni brani che molto spesso sono citati e filmati in puntata (il punto di vista degli artisti, come ho già detto, fa parte del bacino di testimonianze e incontri di cui si serve la redazione per offrire punti di vista, opinioni e racconti sulla città) e che, secondo me, si aggiungono ai tanti spunti offerti dal viaggio andando a formare un altro tassello del mosaico: dopo parole, immagini e ricordi, anche i suoni.

In sintonia con l’aspetto metanarrativo che ho individuato prima, cioè il fatto che ogni puntata racconti sia la città sia il lavoro stesso che ha portato a realizzare quella puntata, si muove anche il montaggio. Alle immagini in rapida sequenza della città, tra bellezze, scene quotidiane, panorami, si aggiungono scene del lavoro di Concita De Gregorio: lei che arriva in luoghi e uffici e stringe mani, saluta, abbraccia, ma soprattutto lei che scrive. È il racconto del lavoro giornalistico più classico, quello fatto andando, muovendosi, conoscendo, incontrando e scrivendo appunti su un quaderno, a penna. Saranno quegli appunti a diventare gli snodi di cui parlavo sopra, a comparire in sovraimpressione in forma di parole chiave per fissare concetti e punti importanti, e ancora saranno loro, rivisti, ristudiati, alla fine del reportage e dopo i tanti incontri in città, a tornare nella mente del giornalista e a finire nel testo descrittivo che accompagna la puntata, letto dalla stessa De Gregorio. Sarà forse una mia impressione, ma “si sente” che gli interventi in voce della De Gregorio nascono sulla carta. Sono brevi ma efficacissimi commenti che, più che un testo per la tv, sembrano editoriali, limpide visioni che in poche parole e concetti restituiscono una folgorante immagine della città. Sta proprio qui, in questa capacità e limpidezza testuale, la bellezza e la potenza del lavoro giornalistico che mi affascina, la mia ammirazione per Concita De Gregorio e il mio pollice alzato per questo format dedicato alle città fuori dal centro politico romano.

A vincere è proprio il linguaggio, la formula che unisce ritmo serrato, metanarrazione del lavoro giornalistico, presenza della giornalista che conduce l’indagine, la cui impronta è presente sia grazie al suo stesso comparire in video, sia grazie ai focus sulla sua mano che scrive, sul suo sguardo attento rivolto all’interlocutore, prontissimo a vedere, registrare, costruire percorsi di senso. Non emerge solo il lavoro giornalistico “on the road”, ma il valore dell’intervista, del dialogo o più spesso della chiacchierata, tra la città  vissuta da chi ci arriva e non le appartiene – la De Gregorio cammina, si muove dentro la città – e la competenza del tutto soggettiva di chi la abita. Un format pensato così non poteva certo essere di mera promozione “turistica”: il nucleo è un altro, ed è puramente giornalistico, fatto di ricerche, messe in dubbio, scavo e creazione di senso. La promozione, se si può parlare di promozione, si fa da sé: scorrono le immagini, i panorami, le bellezze nel montaggio veloce che sovrappone scorci anche distanti, rapidi, le pagine del libro della città che non hanno bisogno di commenti o spiegazione perché sono lo scenario dentro il quale la De Gregorio cerca e racconta percorsi.

Sono vie del senso, storie, e hanno la forza delle parole di persone che abitano quelle città, che con esse hanno rapporti vivi, veri, radicati o meno ma in ogni caso sempre tenacemente attaccati a una storia di vita. E la storia, da che mondo è mondo, ci incuriosisce, ci tiene incollati allo schermo. Come Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, che si chiama così per Berlinguer, e Concita lo scopre mentre prende il caffè a casa dei genitori. Come la Torino raccontata da Nicola Lagioia, che è pugliese ma a Torino dirige il Salone del Libro, e dunque ha imparato a leggere la città, e da buon narratore ne racconta la storia, la faccia: una faccia. Come Isabella Ragonese che di Palermo fa il suo racconto personalissimo e zeppo delle contraddizioni che si incrociano per le strade della città.

Ogni puntata è un libro complesso, che non dà risposte ma presenta fatti, opinioni e lancia problemi, questioni. Sullo sfondo la descrizione per immagini, la bellezza ma anche il degrado, il sole sul mare azzurro e il grigiore della pioggia invernale, luoghi “turistici” rianimati dalla vita vera e attuale. E poi un lavoro che è gioia e dolore, fatica e appagamento, ricerca e ricostruzione, conoscenza e svelamento. Lavoro di approfondimento, di montaggio, luci, archivio e redazione. Lavoro di squadra, appuntamenti, incastri, scoperte e forse anche delusioni. Lavoro che ha il suo cuore pulsante su quel taccuino e nell’inchiostro che da quella penna, tenuta tra le mani di Concita De Gregorio, riporta sulla carta parole, impressioni, analisi e collegamenti. Un’ideale passaggio tra il giornale e lo schermo televisivo a ribadire che, al di là del linguaggio, il motore di tutto è sempre il buon giornalista.

Fuori Roma: storie di narrazione giornalistica

“Isole minori” – Lorenza Pieri (Edizioni E/O)

Fuori Roma: storie di narrazione giornalistica

“L’ora di pietra” – Margherita Oggero (Mondadori)

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