Maggio 2017

Un attimo, e maggio è volato via. Iniziato tra una scalata di ponti festivi così come è finito, risucchiato dall’estate che non ce la faceva più, e che è esplosa sul finire del mese annunciando un giugno bello carico. E quindi, eccomi qui, a fare i conti con un mese fantasma in cui, giocando con l’etimologia, c’è stato un inseguirsi fantasmagorico di eventi e persone. Maggio si merita un ombrello colorato come emblema, perché è stato il mese del clima, il mese dell’attesa di cambi del meteo e dell’arrivo inaspettato dei suoi sbalzi.

Il mese è iniziato tra le nebbie di un fenomeno meteorologico strano e insolito, il caligo. Non lo avevo mai sentito, ma a ragionarci era facile capire che fosse imparentato con la caligine, e quindi con la nebbia. Durante i primi giorni del mese di maggio tutto il Ponente della Liguria è stato interessato da un paio di fenomeni poco comuni: una moria di gasteropodi spiaggiati sulle coste a migliaia, e il caligo. A Genova abbiamo (il soggetto è: noi liguri) la macaia, la fascinosa e misteriosa nebbia che alita sul mare e che Paolo Conte così efficacemente ha raccontato in Genova per noi affidandole il lessico di uno stato d’animo che viaggia tra impalpabile cataratta, sogni esotici, stranezza e immaginazione.

 macaia, scimmia di luce e di follia: foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia.

Ecco, io all’inizio non capivo proprio bene la differenza tra macaia e caligo, pensavo fossero modi diversi di dare nome a un fenomeno che, se è tipico del golfo di Genova, si verifica in realtà in tutta la Liguria in condizioni di temperatura e vento che sono generalmente quelle dei primi mesi caldi. Mi sono risposta con dei sì e dei no. Ho capito infatti che la macaia è la nebbia che si forma dalla condensazione dell’acqua marina e resta come una cappa sul mare, fata morgana che confonde la vista ai marinai e fa sognare anime di poeti affacciate sui moli. Il caligo è circa la stessa cosa, una nebbia generata dallo scontro di aria calda sulla superficie del mare, ancora fredda, che crea una caligine, un fumo che si alza e si stanzia lì, a mezz’aria, generalmente sulla collina. E così ai primi di maggio si avvistava caligo sulle prime alture delle città costiere, una nuvola bassa, a coprire e rendere invisibile il solito panorama. La foschia che preannunciava l’arrivo di aria calda primaverile ancora impercepibile, e che poi, a dire il vero, è diventata pioggia, incessante e fredda pioggia che ha inzuppato la mia vacanza a Padova e Vicenza.

In quell’occasione ho sfasciato un ombrello e, avendone bisogno subito dopo, ne ho ricomprato uno che sfidava il clima a colpi di colori: un ombrello tutto a spicchi arcobaleno. L’unico colpo di colore in un contesto che restava grigio, e che è rimasto così per giorni, tra la speranza di togliere finalmente la giacca e quella di indossare magliette leggere, assaporare il primo sole. Che però non è arrivato ancora per un po’, nascosto dietro nuvole che rendevano impossibile prevedere anche l’immediato futuro e alimentavano solo speranze lontane.

Ma maggio è stato anche il mese del marrobbio, un altro strano fenomeno meteorologico di cui non avevo mai sentito parlare e che, con il suo appellativo carico di esotismo, echi di storie piratesche e la sua misteriosa origine densa di algoso fascino marinaro, ho riapplicato metaforicamente al mese. Il marrobbio è un’onda improvvisa e ancora scientificamente non spiegata di alta marea. È arrivata a Lampedusa lo scorso maggio, e ha fatto parecchi danni, anche gravi, a imbarcazioni ormeggiate in porto. Leggendo cose in rete senza la precisa volontà di informarmi, ma con la voglia di farmi suggestionare dal nome e dal mistero legato alle correnti marine, ho scoperto che il marrobbio non è prevedibile, se non da alcuni segnali del meteo. Una calma statica, per esempio, le nuvole basse (il caligo!), scenario per l’onda anomala e improvvisa. A metà maggio, come un marrobbio, dopo qualche giorno di stasi e immobilità, è arrivata l’onda. Ed è arrivata tutta insieme: il caldo, il Salone del libro di Torino, gli amici. Tutto insieme, inaspettatamente,  o quasi.

A nulla è servito cercare di progettare, prevedere, assestare: l’onda travolge, si può solo nuotare per seguirla e portarsi al di là, e così ho fatto. Il Salone del libro è stata una cavalcata di una settimana e poco più, che ha portato con sé preparazione e accorto studio del programma, ansia di un’ipotetica intervista a Daniel Pennac che non si è ahimè più fatta, scritture notturne per non perdere il passo con il giornale, e ancora strategie in perenne ridefinizione per assicurarsi di seguire o almeno vedere frammenti di incontri con autori che mi interessavano o su temi particolarmente succosi. Quando, nonostante il file excell preciso e ordinato con piani a, b e c, continui a riguardare il programma perché non ti si fissa più nulla in testa, significa che l’esaurimento è in corso, e che dentro a quell’onda di marrobbio ti stai facendo affogare. Ecco, in quei momenti l’unica è stata affidarsi alla corrente, la corrente degli incontri a trottola che solo il Salone può offrire. Sono state davvero tante le facce che ho incontrato, le mani che ho stretto, i sorrisi e le chiacchiere durante i giorni del Lingotto. Giorni che, oltre a rappresentare la mia personale ondata di novità e contenuti, sono stati essi stessi un’onda per il mondo della cultura, e per la città di Torino. Un’onda, come si dice con un cliché, di novità, una visione che prima non era così nitida, e che doveva scrollarsi di dosso un po’ di strati per emergere in tutta la sua forza.

Dopo l’ondata, cosa resta? Qualche coccio, qualche lavatrice, qualche pila di carta e libri. Che piano piano viene riassestata, reinserita nel flusso ordinato delle cose. Ma ci sono poi anche frammenti che faticano a mettersi apposto: sono i movimenti che da quell’onda sono stati avviati. Come gli amici che ti hanno felicemente travolta, inaspettatamente, con cui hai condiviso cose nuove e che hai trovato e anzi ritrovato sempre uguali eppure cresciuti, con te lì in mezzo, nella stessa giravolta cosciente eppure sfuggente. È stata una bella festa che avete celebrato con una di quelle combinate del tutto casuali messe su per ridere più che credendoci veramente. Il suo momento epico è stato al Fringe Festival, nella scalcagnata sala del Teatro della Caduta, a piangere lacrime di risate e divertimento puro con “Il mercante di monologhi”, uno spettacolo di due ragazzi che definire bravi non basta affatto, ma che, per rendere l’idea, hanno spazzato via tutta la nebbia dei pensieri allargando la mente a risate di gusto, liberatorie. Da replicare, o da cercare, fossi in voi.

Facile capire come, in un movimento marino e meteorologico del genere, io a maggio abbia in effetti letto pochi libri. Lo si nota dalle scarse recensioni sul blog, dai libri iniziati sul comodino. Il protagonista è stato colui che già in aprile andavo scoprendo e di cui ho esaurito l’opera: Pennac. I Malaussène sono definitivamente rientrati tra i migliori personaggi di sempre, lasciandomi, una volta finita la scoperta delle loro avventure, un senso di vuoto davvero difficile da colmare. Me li vedevo, e talvolta me li vedo ancora ora, a spasso per casa con me. Sentivo e sento alle volte i commenti che potrebbe fare Benjamin, immagino l’assurdo degli incastri fatali in cui si troverebbe lui, e non posso fare a meno di ridere e pensare che tra un po’, depositata questa delizia nella mente, affronterò l’ultimo Malaussène, quello nuovo, che Pennac mi ha autografato al Salone. Troppi sono stati gli autori, i consigli, gli stimoli e i pensieri che hanno ruotato intorno alla grande macchina del Salone: stare dietro a tutti sarebbe stato impossibile, come inutile sarebbe stato cercare di dedicarsi ad altre letture. Bisognava stare con la mente là, nell’onda, e così è stato. È certo, in ogni caso, che ci sarà un tempo migliore per recuperare tutte le letture perse e, anzi, aggiungerne di nuove.

Se il primo caldo ha subito gridato estate, la parola estate ha evocato in me quella che le è più immediatamente legata: mare. Niente spiaggia, non ancora, ma, invece, un’occasione rara e bellissima: l’uscita in mare in barca osservando cetacei a bordo di un’imbarcazione che fa ricerca. Non una gita, e nemmeno un giro, ma un’esperienza profonda e bellissima che porterò nel cuore ancora per molto e che vi ho narrato con dovizia di particolari e di emozioni nel mio post precedente.

Caligo, marrobbio, pioggia e caldo torrido inaspettato, corse in metropolitana e chilometri a piedi, giacca in treno e maglietta in barca: è arrivata l’influenza. Proprio allo scadere del mese di maggio: violenta, inarrestabile, ha gridato il suo “alt!” e così è stato, senza scappatoie. Tra una tachipirina e un benagol, è finita così, che il calendario è stato girato su giugno, il guardaroba è stato aggiornato all’estivo, le sciarpe e le giacche sono state ritirate e tutto all’improvviso è stato più leggero, più solare, più luminoso. È arrivato giugno: i progetti non mancano – non mancano mai – i libri e le città continuano a raccontare cose, la promessa del nuovo mese è quella del mare, si sognano le vacanze e questo blog resiste, ed esiste, da sei mesi. Niente male, direi!

Maggio 2017

Una giornata tra i cetacei del Mar Ligure con Tethys

Maggio 2017

“Le penultime lettere di Jacopo Ortis” – Michela Cantarella (Augh! Edizioni)

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