Una giornata tra i cetacei del Mar Ligure con Tethys

La vita a volte è fatta di coincidenze pazzesche. Tethys Onlus è un istituto di ricerca privato che dal 1987 ha un’imbarcazione a Portosole, Sanremo, con cui in stagione estiva esce ogni settimana per crociere di ricerca e osservazione dedicate ai cetacei del Santuario Pelagos. A bordo ci sono biologi, studenti e persone comuni, coinvolte da vicino in avvistamenti spettacolari ed emozionanti di questi incantevoli mammiferi marini. Sanremo si trova a una ventina di chilometri da casa mia, un posto che si suppone io conosca bene, dunque avrei dovuto essere al corrente delle attività di Tethys, giusto? E invece no, dell’esistenza di Tethys io sono venuta a conoscenza solo nel 2014, durante la progettazione di L’uovo di Colombo a Radio 110, Torino. I colleghi avevano proposto una puntata sul mare (poi realizzata, e secondo me davvero gustosa, la trovate qui) dentro la quale inserire un suggestivo frammento del bellissimo documentario che quello stesso anno su Radio3 Scienza Roberta Fulci aveva realizzato proprio in mare, grazie a Tethys. In quel racconto e in quelle voci si tastava concretamente l’emozione del mare, dell’incontro con animali affascinanti perché simili a noi, mammiferi, eppure adattati all’acqua. Era davvero un bel reportage, intenso, emozionante, ben fatto, si intitolava “Per un soffio”, e se avete voglia di scoprirlo, lo trovate qui.

La bussola di Pelagos

È lì, da quell’incontro puramente sonoro, che mi è scattata la curiosità: ma come, vicino a casa c’è una roba così bella e importante, così innovativa, con la sua proposta attiva di citizen science, così conosciuta tanto da arrivare a Radio3, e io non ne sapevo niente? Sono dunque andata a informarmi, ho letto, ho cercato, e poi mi sono stupita e rallegrata quando dalla redazione del magazine di turismo per cui collaboro, in Riviera dei Fiori, mi hanno proposto di approfondire il tema cetacei e di intervistare la responsabile del progetto Tethys, Sabina Airoldi. Mi sono così chiarita le idee su tutto, a partire dal Santuario Pelagos, l’area marina protetta istituita nel 2000 grazie a un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco dove vivono otto specie di cetacei. E poi su Tethys, che fu tra i principali promotori di quell’accordo con il progetto Pelagos, e oltre a fare ricerca, con strumentazione attiva a bordo, si occupa di conservazione, tutela e quindi divulgazione. Ecco perché ospita nelle sue crociere studenti e dottorandi, ma anche persone comuni che hanno così l’occasione di vivere l’esperienza unica di una settimana in mare, a contatto diretto con i cetacei e con un microambiente speciale, dove tutti diventano biologi e acquisiscono un ruolo centrale nella vita a bordo.

Che cosa splendida, mi sono sempre detta. E pensavo che mi sarebbe piaciuto viverla, magari assaggiare un po’ di questa esperienza, conoscere meglio le caratteristiche di Pelagos, respirare insieme ad altri appassionati l’emozione del salto di una stenella o del soffio di una balenottera (sì, in Mediterraneo abbiamo anche le balenottere, i secondi animali più grandi al mondo dopo le balenottere azzurre dell’oceano). Insomma, gira che gira, dopo aver immaginato l’avvistamento nella mia testa e in forma scritta (qui al minuto 30.10 c’è la lettura del mio racconto dedicato ai cetacei del Mar Ligure che si piazzò secondo al concorso La Baia delle Balene, nel 2015, dove cito esplicitamente Tethys e prefiguro in tutta incoscienza una giornalista e un ricercatore che salgono a bordo), un piccolo sogno si è avverato. Siccome è successo grazie alla mia professione di giornalista, è ancora più bello, e le sue circostanze più fortunate: lo scorso 27 maggio il giornale mi ha mandato in mare con Tethys per una giornata a bordo di Pelagos, un 21 metri, ad avvistare animali e a farmi raccontare in cosa consiste l’attività del centro di ricerca.

viene calato l’idrofono

Già sull’Aurelia, al mattino presto, mentre andavo a Sanremo, il mare aveva una faccia estiva come ancora, quest’anno, non gli avevo visto: calmo, calmissimo, una distesa azzurra pacifica, a spechio e, come sapevo, piena di vita da andare a scoprire. Pelagos è ormeggiata, come dicevo, a Portosole, tra imbarcazioni da diporto e grandi yacht: se non avessi saputo che era una barca “da ricerca”, non ci avrei creduto, così come non avrei mai immaginato che quella ruota a poppa serve ad avvolgere il cavo dell’idrofono, lo speciale microfono subacqueo che, una volta preso il largo, viene calato per captare le voci dei cetacei. Ma andiamo con ordine, perché 10 ore in mare sembrano poche, ma con un’esperienza come quella di Tethys si sono trasformate in un tempo dilatato e ricchissimo di spunti, naturali e umani. Perché sì, ho anche questa caratteristica: vedo storie ovunque. E sebbene la scena sia stata rubata dalla assoluta meraviglia degli animali che abbiamo avvistato, beh, secondo me c’erano cose interessanti non solo in mare. A bordo di Pelagos per un’uscita educational dedicata ai giornalisti, con colleghi da tutta Italia, ricercatori e volontari, gli spunti sono stati tantissimi.

Insieme a me c’era infatti, tra gli altri (chiedo perdono ai diretti interessati nel caso in cui stessero leggendo: spero di non offendervi, ma come dicevo vedo storie ovunque, e in quel contesto il vostro mélange non poteva passarmi indifferente) un collega del Corriere della Sera in arrivo da Milano, del quale piano piano è emersa la natura di siciliano di mare, giornalista senza macchinona fotografica al collo, né smartphone pronto a twittare bensì carta, penna, occhi e orecchie con cui captare storie e risposte a domande neanche troppo dirette. Insomma, un vero giornalista. E poi altri due personaggi degni di menzione, i due ragazzi fotografi e operatori di Roma, due amici che lavorano insieme, credo più giovani di me e che, tra accento simpaticissimo, voglia di fare caciara e racconti entusiasmanti ed entusiastici delle loro esperienze a spasso per il mondo (e a tavola), hanno reso l’atmosfera divertente, distesa.

L’equipaggio: da sx Valeria, Paolo, Sabina, Cristina e Nino

Quel che più mi ha affascinata, a bordo, è stato l’insieme umano del tutto casuale e meraviglioso: le provenienze, le esperienze, gli interessi, le origini, gli obiettivi. I due ragazzi di Roma erano arrivati apposta dalla capitale, soggiornando in barca per tre giorni. Il collega del Corriere era sceso da Milano in giornata, per far poi uscire il pezzo il giorno successivo, la domenica, in edizione nazionale (quelle cose che a me non accadranno circa mai, oppure, a voler essere ottimisti, tra un sacco di tempo). Arrivati apposta sotto casa mia, praticamente, per i cetacei. Pazzesco. E poi c’erano Sabina, la direttrice del progetto, che per amore dei cetacei dopo una laurea con tesi sui ragni (sì, state leggendo giusto) si è trasferita a Bordighera, e vive praticamente su Pelagos e in giro a fare divulgazione. E Nino, che è abruzzese ma cittadino del mondo, e a bordo non sta fuori a osservare, ma dentro, in coperta, le cuffione sulle orecchie ad ascoltare i suoni dei capodogli, e a monitorare le loro registrazioni. È un ricercatore dei tanti che si avvicendano su Pelagos, e fa un po’ strano vederlo “at work”, quando nella mia esperienza umanistica fare ricerca significa passare ore su libri o testi al pc, e nell’immaginario comune il ricercatore è colui che sta in camice bianco dietro a provette di laboratorio. Fa strano e fa bello, accende di entusiasmo anche coloro che stanno intorno senza nulla sapere, ma sono coinvolti nella foga generale di mollare l’ormeggio e andare a vedere cosa c’è là, in mare.

Cristina di vedetta

Credo che sia lo stesso spirito ad animare anche le due ragazze che si trovavano volontariamente su Pelagos per un periodo di studio/esperienza. Valeria sta finendo la specialistica in biologia, è di Milano, città dove studia, e conosce Tethys da anni, con loro ha già fatto crociere di ricerca crescendo mano a mano nelle mansioni a bordo e nelle responsabilità. Cristina invece è spagnola, è laureata in biologia e dopo un Erasmus a Siena ha deciso che le piacciono l’Italia e l’italiano, lingua che parla benissimo. Di solito fa attività di whale watching spiegando ai bambini cosa avvistare e come riconoscere gli animali, e lo fa nelle acque davanti allo stretto di Gibilterra.

Vedetta sull’albero

Ma quest’anno sta seguendo un master in Portogallo, e ha deciso che dopo aver sentito parlare di Tethys voleva vedere com’era, e dunque passerà tre settimane a bordo. Per dire: tu alle 8 di mattina sali in barca a Portosole, e ci trovi un universo, ancora prima di salpare. Ci trovi Michela, che è di Sanremo, ama la natura e ti racconta della sua scelta vegana, e ci trovi Paolo, il comandante, una zazzera bianca in testa, occhiali da sole e un accento che rivela gli anni passati a Firenze. Come ogni uomo di mare che si rispetti ha un gabbiano tatuato sul braccio, in navigazione legge Internazionale e La Stampa, e disegna ritratti bellissimi a penna sui suoi sketchbook. Mi piace disegnare, ti rivela alla toscana dopo averti appena mostrato sul radar la costa, i canyon sottomarini davanti ad Arma di Taggia e la vostra rotta, verso l’area pelagica, quella profonda, di mare aperto. E poi ti racconta che la barca, Pelagos, è sua, e che non gli dispiace affatto utilizzarla per scopi di ricerca: abbiamo iniziato che Sabina era una ragazzina, ti svela, ogni estate qui passa un sacco di gente diversa, da tutto il mondo, ed è bello conoscere le loro storie, socializzare e sapere di stare facendo qualcosa di buono per il mare, mentre ci si emoziona per gli animali meravigliosi che ti nuotano affianco.

Sabina ci fa lezione

A bordo c’è questo entusiasmo strano, di cui non puoi fare a meno di sentirti parte. Sarà lo spirito del mare, sarà la vita in barca, o forse la naturalezza speciale di sentirsi parte, insieme, di un mondo che è ancora capace di regalarti poesia. Non è un pensiero artificiale: la poesia arriva da sé. È racchiusa nello sguardo, determinato ma al contempo acceso di conoscenza, di Sabina, che giù in coperta ci fa accomodare sui divanetti e accende un pc per illustrarci l’attività di ricerca di Tethys e le caratteristiche del Santuario Pelagos. I cetacei, ci spiega, arrivano qui perché nonostante il Mediterraneo sia un mare “povero”, nel bacino corso-ligure-provenzale, vuoi per i fondali, vuoi per le correnti, c’è alta presenza di fitoplancton. Si mangia, insomma: krill (i famosi mini-gamberetti bianchicci di cui fanno scorpacciate le balene, che sono gli unici cetacei a non avere denti ma fanoni, e infatti si chiamano misticeti e non odontoceti, come capodogli, delfini ecc), calamari e via dicendo. Quando Tethys ha iniziato a indagare il mondo dei cetacei, nel 1987, la ricerca era indietrissimo e davvero poco si conosceva sulle abitudini e il comportamento di questi esseri. Stupisce quindi che dopo 30 anni di attività e fatiche, tanti, tantissimi non addetti ai lavori ancora non sappiamo che è proprio così, a poche miglia dalla costa del Ponente ligure abitano questi meravigliosi esseri, che qui hanno trovato un ambiente adatto per cibarsi e anche, pare, per passare il resto delle stagioni, come ci mostrava Sabina attraverso l’elaborazione di dati raccolti con localizzatori gps applicati agli animali.

Nino scruta il mare

Un po’ di infarinatura ce l’ho: so di Tethys da qualche tempo, e nel corso degli anni mi sono appassionata al territorio, al mare, e chiacchierando con biologi marini che spesso mi capita di incontrare per giornali ed eventi, alcune nozioni le ho incorporate. Però qua sopra c’è qualcosa di nuovo, qualcosa di più, e di diverso. Da piccolina ero uscita a fare whale watching e una balenottera era passata sotto la nostra imbarcazione: a quel punto era calato l’assoluto silenzio, e l’emozione di quella immensa, gigante silouhette scura sotto la superficie del mare io non me la dimentico più. All’epoca nessuno mi aveva spiegato cosa fosse il “soffio” della balena, e nemmeno di cosa si cibasse e perché vivesse lì. E nemmeno sapevo che la balena non tira mai fuori la coda, le classiche immagini che abbiamo in mente, di grandi code con schizzi di acqua, sono di capodogli, che peraltro sono capaci di stare immersi quasi un’ora, tornando poi su a respirare e stando in superficie circa un quarto d’ora.

Valeria in cima all’albero

Ecco perché allora, a bordo di Pelagos, c’è una poesia tutta speciale, una meraviglia nuova, più profonda, che nasce dalla consapevolezza, certo, ma anche dall’approccio. Non si esce in mare per una ricerca forsennata, affatto. L’approccio è rilassato e perennemente curioso, perché anche quando si dovesse uscire senza avvistare nulla, per i monitoraggi dei ricercatori sarebbe comunque una raccolta di dati significativa. Su Pelagos si avvista, si cerca. Il bello è lì: nelle posizioni di vedetta che assumono Valeria e Cristina, che salgono coraggiosamente i pioli delle scalette dell’albero della barca armate di binocolo e piazzate lassù, sul tetto del mondo, scrutano l’orizzonte in cerca di segni. È facile che all’improvviso si senta urlare “stenelle a ore 11!”, e a quel punto tutti mollano quello che stavano facendo e vanno, cercano di capire come si muove il branco, di contare gli esemplari, di fotografarli. Su Pelagos ogni animale viene fotoidentificato, a eccezione delle stenelle, che sono in quantità molto alta (circa 38mila), così da essere schedato ed eventualmente riconosciuto. Ognuno ha un numero, certo, ma anche un nome che i ricercatori gli danno: può capitare che, ahinoi, animali schedati vengano identificati in carcasse spiaggiate, oppure che vivano una felicissima vita in altre zone del Mediterraneo dopo aver visitato e mangiato bene in Liguria.

Nino alla postazione audio

Mentre viaggiavamo fuori da Sanremo, a un certo punto il nostro idrofono ha captato il segnale, seppure disturbato, di un capodoglio. È stato Nino a indentificarlo in cuffia, e allora Paolo, non so come, ma questo è l’ambito segreto della saggezza del comandante, ha cercato di seguirne la rotta. Il verso di questo animale è un “click”, lo chiamano così, una specie di schiocco, che ha la funzione del fischio dei pipistrelli: permette all’animale di ecolocalizzarsi, di capire cos’ha davanti, e se eventualmente si tratta di cibo. Nel momento in cui questo click regolare è finito, ci siamo dati un quarto d’ora per scrutare il mare e vederlo emergere, questo capodoglio. Chi su, sulla torretta della barca, l’orizzonte diviso a fette (tu fai da ore 9 a ore 12, tu da 12 a 3), chi giù. Ma purtroppo nulla, il capodoglio ci è sfuggito. Il giorno prima della mia uscita in mare, con un meteo che non era nemmeno perfetto, il gruppo aveva avvistato ben 4 balenottere, una cosa sorprendente, da cui tutti erano rimasti colpiti ed emozionati. Non tarderò a svelare che no, niente balenottere per me, purtroppo. Il rischio del mestiere è questo: nessuno potrà calcolare quali e quanti animali vedere, e seppure io sia uscita in cerca di cetacei diverse volte, non ho mai più avvistato una balenottera da quella di cui raccontavo sopra (se non una volta mentre non la cercavo, e però stavo andando alle isole Eolie!).

Stenelle, invece, in quantità, e non stancano mai (nota: le stenelle sono delfinidi, così come delfini, tursiopi, globicefali, grompi, e sono quelle che vedete nelle foto). Sono animali bellissimi: appaiono, le pinne fuori dall’acqua, in branco. Affiancano la barca, le corrono a fianco, giocano, fanno a gara con la scia di schiuma, testa a testa con la prua che taglia l’acqua. Sembra che sorridano, hanno un muso dolcissimo, sul dorso lo sfiatatoio con cui respirare, i fianchi striati, da cui il loro nome, stenelle striate.  Potete sentirli, i “click” delle stenelle, ci ha esortato Sabina a un certo punto. E così, mentre tutti sgomitavano a prua per scattare la foto perfetta della stenella con la livrea lucida che salta tra le ondine, io sono entrata, raggiungendo Nino. Posso? Certo. Wow, la scienza a portata di cuffia: e chi le ha mai sentite parlare, le stenelle? Sul monitor sono comparsi pallini, a ognuno uno schiocco, e ogni tanto una specie di squittio. È stranissimo, commentavo con Nino, tu sei qui dentro, non vedi nulla, ma dall’addensarsi dei suoni capisci che siamo in mezzo a un branco, oppure se si sta avvicinando qualche stenella isolata.

Sabato scorso l’acqua era di un blu eccezionale: limpida, i corpi sinuosi delle stenelle sott’acqua che si intravedevano nettamente. Era un’acqua già estiva, solcata di tanto in tanto di velelle e altri piccoli gasteropodi. È stato naturale scoprire, a un certo punto, nella bonaccia piatta in cui navigavamo, che ci sono animali ghiotti di queste creature e dunque, in quelle condizioni, facili da incontrare: le tartarughe caretta caretta. Ne abbiamo viste tre, e io non le avevo mai viste in ambiente naturale se non anni fa da un traghetto Tirrenia entrando nel porto di Cagliari. Ora, sulle tartarughe permettetemi una piccola divagazione. La scorsa estate a Favignana ho visitato il centro di Primo Soccorso dell’Area Marina Protetta delle Egadi nel quale sono curate proprio loro, le tartarughe. È stata un’esperienza che mi ha commossa: questi esseri giganti, pesanti e indifesi nuotavano nelle loro vascone in cerca del mare dopo essere state recuperate, curate e salvate da minacce come ami o plastiche. Sono animali longevi, che raggiungono la maturità sessuale dopo i 20 anni, dunque pensate quanta meraviglia, e quale delitto ucciderli o far loro del male prima che possano riprodursi. E poi sono belle, belle e buffissime. Insomma, io mi sono innamorata delle tartarughe e un’amica, per i miei 30 anni, mi ha regalato l’adozione WWF a una tartaruga in Mediterraneo. Ovviamente non la conosco, non so dove nuoti né ho una foto: è una tartaruga caretta caretta, una specie protetta, e tanto mi basta. Allora ecco perché con ben tre caretta caretta avvistate in mare sabato scorso mi sono emozionata un sacco: e se una fosse stata la mia?! Al di là dello scherzo, resta il fatto che vederle in mare aperto è stato stupendo: sono simpatiche, il carapace da lontano sembra “una cosa” che galleggia, e poi quando ti avvicini scopri che spesso è cosparso di alghe, su uno c’era addirittura una velella spiaggiata. Mentre le prime due rugosissime signore si sono fatte fotografare in tutta la loro meraviglia, galleggiando pacifiche, la terza si è indispettita, e via, due colpi di pinna e giù, in verticale, è sparita nel blu. Questa cosa è talmente bella che smetto di raccontarvela: la impoverisco troppo, fatevi suggestionare da una manciata di parole e dalle foto!

Alle sei di sera, avendo da un po’ rinunciato alle balene e al capodoglio, saturi di sole, iodio e incontri bellissimi (a cui, per dovere di cronaca, aggiungo diversi pesci luna, un tonno o spada che saltava e anche un tunicato), abbiamo orientato la prua verso Sanremo. Il mare non si muoveva, una tavola. Una tavola blu, col sole radente e un universo casuale di persone reduci da ore irripetibili. Perché pensandoci, non è così scontato mangiare pomodori e basilico su una fetta di pane integrale fatto in casa e gettare tutto nel piatto al grido di “stenelle a ore 3!”. Non è nemmeno così scontato vivere una giornata in barca, facendo la vedetta e potendo tartassare i ricercatori di domande perché sei giornalista e devi scrivere il pezzo. Ancora più unico è il condividere l’emozione dell’avvistamento e la quotidianità di un pranzo o di una merenda con caffè e salame di cioccolato vegano tra persone che chissà se e quando mai, forse, rivedrai. Persone con storie diversissime alle spalle, caratteri ed esperienze che chissà perché si sono trovati su Pelagos quel giorno, che si sono scambiati qualche contatto tra cellulari e facebook così, una volta ormeggiati, perché una qualche condivisione c’era stata, si sentiva, eppure boh, a terra non è così, a terrà chissà come sarà.

Pensavo a questo durante cinque scarsi minuti che ho passato sola, seduta a prua, a scrutare l’orizzonte della terra che si avvicinava, la superficie di un mare che sembrava olio tutt’intorno. Si tornava a casa dopo aver fatto il pieno: di natura, di bellezza, di storie, voci e percorsi. Di passioni, caratteri, svelamenti e divertimenti. Un baule di cose che non so dove metterò, a cosa serviranno, ma che intanto ho raccolto, curo e conservo. È stato facile, non ha richiesto troppo sforzo: a pochi, pochissimi chilometri da casa, che è un concetto strano visto che in navigazione parlavo con due romani di quanto è bella Torino e scoprivamo di conoscere le stesse persone nel campo della street art. Ma questa è un’altra storia. C’è però un altro pensiero, che al di là dello scrigno naturale, e dell’immenso patrimonio di biodiversità che il mare – il mio mare – mi sa regalare, resta sempre quest’altra cosa tutta umana, tutta magica, che sono le persone. Vi avevo avvisati: è vero, amo il mare, amo la natura e mi emozionano i cetacei, ma ho questo pallino che anche quando mi mandano su una barca a scoprire come funzionano le cose, io vedo e trovo storie ovunque. Questa era la mia storia di Pelagos, ma se quella barca potesse raccontare, buttare giù l’ancora e alleggerire lo scafo delle esperienze transitate di lì, vissute, accadute, ne uscirebbero fuori chissà quante altre spettacolari storie. Storie di cetacei, storie di umani.

[Devo fare due ringraziamenti per questa esperienza, oltre a quello che naturalmente rivolgo a Tethys. In metafora, potete leggere il mio racconto grazie alla mia amica Simona, che ha messo in moto un collegamento, e potete gustarne le foto grazie al mio amico Stefano, che ha la vista lunga anche da terra 🙂 ]

 

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Maggio 2017

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