“Strade bianche” – Enrico Remmert (Marsilio)

Iniziare un libro che racconta un viaggio, in viaggio, lungo un’autostrada. Credo sia stata la situazione migliore in cui trovarsi per scivolare con la giusta prospettiva dentro la storia di Strade bianche, di Enrico Remmert. Un romanzo di qualche anno fa, dopo il quale lo scrittore non aveva più fatto uscire nulla prima della sua ultima raccolta di racconti che invece è uscita questo settembre e si intitola La guerra dei murazzi. Su questa novità ho avuto il piacere di intervistarlo per Mentelocale, ma restava tuttavia da colmare una mia lacuna relativa alla scrittura. Perché i racconti sono belli, tutti e quattro molto forti, ma non conoscevo la voce di Remmert romanziere.

Ecco, in Strade bianche non ho trovato una voce, ne ho trovate tre, perché la caratteristica che più salta agli occhi iniziando a perdersi tra le sue pagine è un intreccio, simile in effetti a una treccia: ciocca dopo ciocca, proseguiamo con lo svolgersi della vicenda. O meglio, voce dopo voce, quella di Vittorio, di Manu, di Francesca, il motore narrativo si avvia, e insieme alla Baronessa, la vecchia Fiat Punto di Manu, inizia il viaggio, raccontato tessera dopo tessera da una voce e un punto di vista differente. Eppure, non ci manca niente, la tridimensionalità di ogni personaggio prende forma attraverso sguardi e pensieri di ciascuno. È una tecnica narrativa curiosa e, suppongo da profana, molto difficile: bisogna non eccedere, non investire troppo di sé autore modello in nessuno dei tre personaggi. Quello che si ottiene, ed è in effetti quello che ho trovato in questo romanzo, è una miscela davvero calibrata, piacevole ma soprattutto interessante di tre personalità, tre storie, tre situazioni in bilico che in questa vicenda sono costrette a muoversi, a far accadere qualcosa, e lo fanno insieme, in un viaggio strampalato e improvvisato.

Non pensate, per favore, che io sia una persona infelice. Io sono una persona sofferente. Sono due cose molto diverse. Ma spesso vengono confuse, perché sono simili: perché la sofferenza porta all’infelicità e l’infelicità alla sofferenza. Mi chiamo Vittorio, ho ventinove anni, un diploma in violoncello e un’ansia che non mi dà tregua.

In effetti c’è del movimento in questa storia, essenzialmente perché potremmo parlarne come di un romanzo on the road. Vittorio è un violoncellista a cui viene offerto un posto in un’orchestra a Bari. Lui vive a Torino, ha una ragazza, Francesca, con cui ha una relazione lunga, nata in tardoadolescenza, ed entrambi hanno un’amica irrequieta ma piena di vitalità, Manu, che lavora di giorno nell’autoscuola di famiglia (un tratto divertente è il fatto che la Baronessa, la Punto, essendo dell’autoscuola abbia i doppi pedali), di sera come ballerina nei locali. Tutti i personaggi sono immersi in qualche pasticcio personale, e alla fine si ritrovano con i loro carichi e bagagli sulla Punto di Manu, diretti verso Bari dove accompagneranno Vittorio. Si snoda quindi un percorso a tappe lungo un’Italia invernale, con scenari insoliti come una Rimini deserta, una Senigallia dai toni spenti e infine una Puglia innevata. Un romanzo “picaresco e intimista a un tempo”, recita la quarta di copertina, ed è così: la Punto attraversa luoghi e fiancheggia un intreccio narrativo con i suoi ostacoli e problemi, ma dentro l’auto si agitano tre interiorità complesse, indagate attraverso l’espediente del punto di vista cangiante. Anche la musica si adatta a questa medaglia dalla doppia faccia: è l’intensità sentita ed emozionale del violoncello di Vittorio, ma è anche il volume assordante, il buio, il sudore e l’alcol delle discoteche che frequenta Manu.

Se la strada è lo scenario del romanzo, sulla strada si snodano e talvolta si dipanano i problemi che coinvolgono ciascun personaggio e le reciproche relazioni tra i tre. C’è per esempio la storia di Vittorio e Francesa, vacillante, ma c’è anche lo sconquasso che agita da dentro Vittorio, in bilico tra crisi di panico e sensibilità così vibrante e profonda da cogliere sonorità nella vita di tutti i giorni. Un’arma a doppio taglio che lo spaventa, talvolta paralizzandolo, di contro a Manu, che invece è la molla dello spostamento, colei che, disposta a rivoluzionare tutto, offre il passaggio sulla vecchia auto, dove sale anche Francesca, anche lei in bilico, incapace di decidere e capire dentro sé la strada migliore.

Se solo riuscissi a copiare e incollare questa consapevolezza dalla musica alla vita, travasare la siurezza con cui suono nel vaso di insicurezza in cui vivo, allora il gioco sarebbe fatto. Se solo riuscissi a trovare lo spartito giusto su cui esercitarmi a vivere, la successione di prove che, ripetute incessantemente, fosse in grado di staccare una volta per tutte l’uncino conficcato nel mio petto, allora il gioco sarebbe fatto.

Sono parole di Vittorio, lungo la strada. E sono state il motivo per cui da subito ho amato questa storia, e il modo bellissimo in cui è raccontata. Perché l’intreccio delle tre voci rende simbolicamente l’intreccio e la complessità di tre vite che, per pura coincidenza, sono mie coetanee. E come tali sono spaventate, hanno l’ansia dei cambiamenti, l’ambizione contraddittoria di cambiare e vedere come va, si mettono in moto, si trovano a vivere situazioni fuori dall’ordinario, hanno passioni, dubbi, sogni, insicurezze e un briciolo di maturità che inizia a bussare sull’incoscienza dei vent’anni che stanno sgocciolando via. È l’età adulta che richiede i suoi spazi, quelli delle decisioni, dell’autocontrollo, del “in qualche modo me la caverò”, della razionalità che cavalca le ansie, cerca di riportarle a terra, alla dimensione del controllo. Ho amato specialmente Vittorio, personaggio complesso forse più delle altre due perché anche artista, agitato da una sensibilità di cui è perfettamente cosciente, ma che tuttavia gli scappa di mano, gli impedisce di realizzarsi a pieno come persona adulta. Manu, poi, è una potenza, è energia cinetica, anche se incasinata e insoddisfatta, ma è ottimismo e ricerca. Manu, da amica esterna alla coppia, è del resto una sorta di aiutante proppiano, con la sua vecchia auto, mezzo magico che traghetterà tutti quanti in nuove storie, lungo una strada alla fine della quale nessuno sarà più quello che era partito da Torino.

Questo non significa che la struttura sia prolissa e classica rispetto a ogni storia di viaggio e a ogni percorso di formazione, cosa che in effetti questo romanzo è. No, le tre voci, le vicende e le soluzioni agli snodi sono sempre originali, fresche e contemporanee, e intensamente umane. Rileggendo alcune pagine segnate per scrivere questa recensione ho ritrovato tutta la magia della storia, la sua potenza emotiva, la pienezza dei personaggi. Può essere solo questione di gusto, in questo caso il mio gusto personale, ma trovo che Strade bianche sia un dipinto perfetto di un’età, di una generazione (che, come si sarà inteso, è la mia), di un momento di passaggio della vita che, attutito come fosse in mezzo alla neve straniante di quelle strade candide, avviene perché sa di dover avvenire. Senza troppo clamore, esplode dentro, mentre siamo impegnati a gestire le relazioni con gli altri senza far notare l’ansia che ci divora, perché sappiamo di essere adulti e il cedimento non fa più per noi, nemmeno le insicurezze. E allora ci aggrappiamo, con un carico di paure, dubbi, sogni, e percorriamo la strada. Siamo in viaggio, le strade sono bianche, pronte a essere ridisegnate da noi.

La strada verso il mare cambia a ogni curva: rettilinei, deserti alternati e declivi leggeri, corridoi fra gli alberi alternati a spazi aperti, improvvisi squarci di sole che sfaccettano il parabrezza come l’occhio di una mosca, e poi panorami cristallini che spiace quasi attraversare, come se la nostra presenza in qualche modo rovinasse l’effetto, come se viaggiare facesse venire su un certo tipo di saggezza, senza però sapere con precisione come fare a utilizzarla. Allora osservo ogni cosa convincendomi che sia la prima e ultima volta che passo da lì, e tutto prende corpo in modo differente: «Esistiamo» è già la risposta, e ogni paesaggio mi rimane in gola come il sapore di un bacio.

“Strade bianche” – Enrico Remmert (Marsilio)

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