“Sabato” – Ian McEwan (Einaudi)

Perché leggere il primo Ian McEwan dei miei trent’anni se quel McEwan  è datato 2005 e però in libreria è appena uscito il nuovo romanzo dell’acclamato autore inglese? Così, perché ogni tanto penso seriamente che prima di affrontare il nuovo vada indagato e scoperto il più vecchio, soprattutto se questo “più vecchio” è un libro che da tanti anni campeggia in libreria e che per le più diverse ragioni non ho ancora avuto modo di affrontare.

Questo “vecchio” è Sabato, un romanzo che senza eccedere in commenti e aggettivi definirei solo così: folgorante. Sì, mi ha colpito tantissimo: mi ha fatto apprezzare la grandezza di uno scrittore che – ragionevolmente, ora so anche io perché – non a caso è ritenuto tra i più grandi e geniali autori europei dell’età contemporanea.

Sabato è effettivamente ciò che annuncia: il racconto di un sabato, l’intera cronaca della giornata di Henry Pewrone, affermato neurochirurgo londinese. Di questo sabato, una giornata che dovrebbe essere di riposo, dedicata a spese, incontri, sport e momenti di famiglia, seguiamo l’intero srotolarsi, dalle prime luci dell’alba, quando Henry si sveglia pervaso da una strana euforia e assiste a un incidente aereo dalla finestra, alla notte fonda, quando lo ritroviamo in quella stanza da letto, una giornata affollatissima di voci, persone e fatti alle spalle, e un epilogo dai tratti drammatici appena svoltosi sotto ai suoi e nostri occhi. Solo 24 ore, in fondo, o poco meno. Ma è una giornata così densa, così ricca, in cui scendiamo così tanto nella coscienza e nei pensieri più intimi di Henry, che a fine lettura ci sembrerà di aver passato con lui mesi, forse anni.

Nel corso della giornata infatti impariamo a conoscere a fondo sia lui sia la considerazione e la prospettiva di lui sui familiari – la moglie e i due figli, lui musicista in casa con i suoi e lei in arrivo la sera da Parigi, prossima alla pubblicazione di un libro di poesie -, sugli amici, sul lavoro e i colleghi. Ma anche sul prossimo, sullo sconosciuto incontrato per caso, per strada, episodio che avviene e che, come accade solo nei grandi romanzi, scatenerà una serie di reazioni e fatti che modificheranno il sabato di Pewrone. Come fucili di Checov, dai più piccoli ai più eclatanti, gli incontri e gli accadimenti di Henry si intrecciano ai fili di un sabato che lui aveva da tempo progettato e pregustato e, anticipando rotture del sistema e novità, scorrono come sulle corde di una chitarra, pronte a essere schiacciate per risuonare e dare svolte nuove e inattese alla vicenda.

A colpire del romanzo (di cui non vi racconto nulla della trama perché sono convinta rovinerei la sorpresa e la magia della lettura) e di questo gioco così raffinato ed efficace dell’autore, è la compattezza del pensiero e del personaggio dentro la cui testa entriamo. Un’assonanza non casuale col mestiere dello stesso Henry, che in ospedale “apre” letteralmente le teste dei pazienti per curare i loro disturbi neurologici. Ecco, Ian McEwan apre la testa del suo protagonista e ci ospita all’interno: pensieri, circuiti, cliché, paure, ricordi. Non è la voce di Henry, nè di terzi che gli girano intorno, a raccontarci quel che accade in quel sabato, è invece un narratore onniscente che, come un neurochirurgo, si insedia nella testa del personaggio principale raccontandoci tutto ciò che la sua coscienza filtra e rielabora, dagli stimoli visivi o fisici, ai sentimenti verso moglie, figli, estranei, alle connessioni logiche. Siamo nella testa di Henry, impariamo a conoscerlo, lo studiamo e ci emozioniamo con lui.

La nota personale che mi sento di fare, in quanto particolarmente sensibile agli argomenti ospedalieri, è che McEwan si risparmia davvero molto poco sul mestiere di neurochirurgo. Ho letto, informandomi sul libro, che l’autore fu ospitato in sala operatoria per poter vedere e prendere appunti su quanto accade durante delicatissime operazioni al cervello. Ecco, credo che quello sguardo vero e vivo si senta tutto. Ovviamente non sono un medico e non sono mai stata in sala operatoria, ma le operazioni, nelle loro procedure più fisiologiche e nelle descrizioni dell’apparato medico che le connota, sono così precide, nette, dettagliate, che spesso, sfruttando il consiglio di Pennac, ho saltato righe e pagine. I dettagli più crudi delle operazioni e delle patologie dei pazienti mi avrebbero davvero colpita negativamente: ve l’ho detto, sono sensibile al tema.

Questo dettaglio però non inficia sul romanzo nè sulla sua potenza, che è tutta nella narrazione, nella capacità quasi magica di tenere insieme la storia di una giornata sola, un sabato che doveva andare in un certo modo e che invece, sempre restando nella metafora medica, che è quella a cui peraltro si attiene lo stesso Herny nel suo flusso di coscienza, risente di stimoli esterni reagendo e dando sintomi e manifestazioni di vario genere.

Il flusso di coscienza di Herny è certamente il cardine di questa narrazione: è attraverso quest’occhio che non solo conosciamo lui, ma che ci facciamo un’idea della moglie, di Theo e di Daisy, i figli, del suocero poeta, del collega anestesista, del giovane medico specializzando che lo affianca, e del delinquente che incontra in auto. Svegliandoci insieme a Henry in una stanza da letto, non sappiamo niente degli altri personaggi se non quello che, con sapienza e ritmo perfetti, l’autore distilla dalle connessioni mentali del protagonista. Pensieri, sensazioni, fatti, e poi ancora pensieri, e narrazione, che li ricuce a ricordi ed episodi che, senza interrompere la narrazione, vanno ad arricchire il profilo che il lettore costruisce per ogni personaggio. Ho trovato questo aspetto attivo della lettura entusiasmante, perché in grado di svilupparsi silenzioso, passo passo con il procedere del romanzo, non invasivo e tuttavia parte costitutiva dell’essenza di questo libro. Ed è un altro aspetto – il secondo, dopo la trovata di sviluppare la storia tutta in una sola giornata – che mi sembra dichiari a gran voce la genialità di Ian Mc Ewan.

Certo, non nego la lettura sia impegnativa: i fili e le connessioni sono molte, ma a tenerli insieme, e a saldarle nella voglia di vedere come va, c’è la costante senzazione che qualcosa debba succedere, che qualcuno dei microstimoli e dei programmi transitati nei pensieri di Henry debba schioccare, prendere fuoco all’improvviso dando una svolta ai fatti. Accadrà: basta solo avere pazienza. Accadrà in un modo così ben scritto che, seppure proverete ansia e paura insieme ai personaggi, godrete un sacco per quanto sia compatta, robusta, bella e geniale la costruzione di questa narrazione. Almeno: questa è stata la mia reazione, uno stupore ammirato per il modo così ben congeniato con cui McEwan mi ha catapultata dentro a una storia di cui, alla fine, nella perfetta chiusura circolare sul tempo che regola il sabato di Henry, ho sentito la mancanza.

Questo è un romanzo con la r maiuscola, che nel suo ingranaggio narrativo raffinato, frutto di un signor autore, riesce a non farsi sfuggire anche agganci al tempo contemporaneo, con riferimenti al terrorismo nell’epoca immediatamente post Torri Gemelle, all’attacco americano all’Iraq, a quell’età della vita adulta in cui ci si trova nel mezzo esatto di una scala umana alle cui estremità ci sono genitori anziani non più autonomi e figli che da adolescenti si fanno adulti e in grado di prendere da soli una strada, diversa dalla propria, personale e autonoma. Henry è in quel mondo di mezzo, immerso nella Londra del 2003, e nel grande lago ondoso e meravigliosamente enigmatico della mente umana. McEwan, per il tempo di questa storia – una singola giornata – ci offre l’accesso a questo universo: vorrete forse perdere l’occasione?

“Sabato” – Ian McEwan (Einaudi)

“Il silenzio coprì le sue tracce” – Matteo Caccia (Baldini&Castoldi)

“Sabato” – Ian McEwan (Einaudi)

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