“L’unico viaggio che ho fatto” – Emmanuela Carbé (Minimum Fax)

Siete nati, come me, negli anni Ottanta? Quando eravate bambini siete stati almeno una volta a Gardaland, paradiso del divertimento per piccoli? Avete salutato Prezzemolo, e vi è venuta nausea sulle tazze rotanti, e avete sognato Mary Poppins sulla giostra a cavalli? Bene, allora questo di Emmanuela Carbé edito da Minimux Fax L’unico viaggio che ho fatto non sarà solo un libro, ma un’autentica discesa nel vostro passato, quelle pagine dell’infanzia che, volente o nolente, avete (abbiamo) vissuto, e che avete (abbiamo) assorbito tanto da conformare il nostro modo di immaginare e pensare.

Sì, la linea invisibile sulla quale si sintonizza questa insolita narrazione tra romanzo e non-fiction narrata in prima persona è proprio quella che accomuna gli odierni trentenni e, silenziando momentaneamente l’oggi, li rimbalza indietro in un universo simbolico caratterizzato dal fatto che, quando quel mondo ruotava intorno a noi, noi eravamo piccoli, e non avevamo ancora capito come andavano le cose, le cose davvero. Ed è quindi ora, oggi, alla luce su per giù di tre decenni segnati sulla carta di identità, che ripercorriamo quel che abbiamo visto e vissuto cercando in tutti i modi di dargli un senso.

Ripensandoci i miei ricordi sono come foderati: c’è qualcosa di familiare ma non precisamente ricordabile, che devo aver assimilato negli anni, giorno dopo giorno, dalla campanella di scuola in poi, come un avvelenamento graduale.

La storia raccontata dalla Carbé è la storia di una bambina e poi una ragazza che si è snodata parallelamente al luogo più famoso degli anni Novanta: Gardaland, il parco giochi veneto che, per quelli come me, era la versione italiana di una specie di Eurodisney, accessibile a tutti e piena di cose  che “dovevi fare” se ci andavi. Poi, che io sia una fifona e abbia saltato tutte le montagne russe e le cose più inquietanti, non importa. C’è però che sì, ho fatto le tazze, il bruco mela tremendo, il percorso con l’acqua senza sapere che c’era la discesona paurosa e un obiettivo nascosto ti faceva una foto. E i Corsari, col loro percorso sotterraneo e pieno di cose paurose, incluse le scale mobili davanti alle quali mi bloccavo. I Corsari li avevo rimossi,  prima di leggere il libro di cui vi sto parlando.

Cosa significa per me, oggi, ridiscendere negli inferi dei Corsari? È un’operazione nostalgica senza alcun fine? È una riaffermazione della mia storia, del linguaggio che ha costruito le basi, il mio modo di osservare il mondo; è un salvataggio: la ricerca del piacere, rocchetto; un’operazione conoscitiva, o storica, o un dialogo tra l’io di oggi e l’io di un tempo; è il disperato tentativo, con il mio ingresso che segna un più uno, di garantire la salvezza di quel luogo, la sua tutela nel tempo; il tentativo di ricollocarmi dove dopo di me ci sono state le invasioni barbariche e hanno costruito il nuovo che non ha più il mio senso.

Perché è così, con questo racconto strano, che pesca un po’ da oggi e un po’ da ieri, sballottandoci tra il parco com’era e quello che è oggi – attrazioni nuove, evergreen, abitudini di chi lo frequenta – non torniamo solo a Gardaland come luogo fisico, ma  recuperiamo tutto un universo simbolico: Gardaland diventa luogo astratto, un luogo pieno di senso. Un luogo che faceva senso per noi, allora, e che per noi, oggi, è diventato tutt’altro.  Ma non sappiamo ancora bene cosa, nè come.

Tu non sei lì. Sei cresciuta. Pensavi che varcata la soglia, superati i perimetri, nel mondo saresti diventata il terribile pirata che andava a prendersi ciò che le era dovuto. Pensavi addirittura che ce l’avresti fatta? Che bastasse fare del tuo meglio e nulla di male sarebbe accaduto? E invece impari come ci si comporta ai funerali, esci fuori dalle riunioni e non capisci perché sei lì, dici sì a tutti anche quando pensi che abbiano torto, paghi i ticket dell’ospedale, chiedi scusa, i ricordi evaporano dalla testa di tuo nonno, che ti dimentica, si dimentica…

Oggi siamo altrove, in un universo che non ha più nulla a che fare con le coordinate rassicuranti di allora. Quello degli anni Novanta era un mondo popolato da creature pop e di massa come Uàn, il pupazzo di Canale 5, Giochi senza frontiere ed Ettore Andenna, Paolo Bonolis, slogan di vario genere che hanno accompagnato pubblicità e, allo stesso tempo, cambiamenti infrastrutturali nel Paese. Era un mondo foderato di mitologie comuni che Roland Barthes avrebbe potuto scriverci un prontuario dedicato alla mia generazione. Tutti ci riconosciamo lì, in quel sentire comune, nei suoi simboli, che sono emanazioni del modo di fare, essere e pensare: i vestiti per la gita dell’indomani a Gardaland, il cappellino, lo zaino, il panino. Alzi la mano chi no.

Come una gita delle elementari, allora, sarà un viaggio anche per noi, forse l’unico viaggio davvero importante, che ha saputo lasciare un’impronta nel nostro modo di leggere il mondo e interpretarlo, una discesa verso qualcosa che fa parte della nostra infanzia, e che per quanto lo abbiamo dimenticato o rimosso è lì, e si attiverà non appena entrerete in sintonia con la voce di Emmanuela Carbé, un po’ disincantata, un po’ stupita, un po’ alla ricerca di risposte e un po’ vogliosa di arrendersi e tornare alla magia di quando si entrava a Gardaland a 8 anni e ci si meravigliava di ogni cosa credendola vera, credendola il mondo.

Rispetto a quando ero piccola sono cambiate molte cose: l’entrata principale è a sinistra del castello e dell’orologio, non bisogna più trapassare il simbolo dell’incanto e della fiaba e non c’è più bisogno di sospendere il tempo per entrare nel tempo della fantasia. Ho vaghi ricordi del sottopassaggio che dai parcheggi porta all’ingresso, dove ora però mi sembra che la musica sia molto alta, che i led cambino colore troppo velocemente, che le canzoni siano poco avvincenti (sei a Gardaland, il parco più pazzo che c’è, un’avventura che affascina, sei a Gardaland). In definitiva, anche se non so esattamente quando, sono diventata adulta.

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