“Lacci” – Domenico Starnone (Einaudi)

Lo scorso weekend (dal 28 al 30 settembre) sono stata al Festival di Internazionale a Ferrara. Mi interessava vedere come si svolgeva e perché no assistere a qualche incontro meritevole, ma ancora di più c’è una cosa in questo festival che mi fa gola ogni anno: i workshop. E potendo, quest’anno, partecipare a uno dei tanti offerti, ho scelto di seguire 9 ore di lezione con Domenico Starnone, dedicate al “fare storie”.

Rea confessa, pur essendo consapevole del talento di Starnone e dell’accertato merito letterario (del resto è uno Strega, premio che vinse nel 2001 con Via Gemito: ci torniamo dopo), non avevo mai letto nulla di suo. E così, in vista del corso, ho pensato fosse necessario rimediare. A questo punto, penserete, cosa ho fatto? Ho comprato/preso in prestito un libro di Starnone. Non proprio: lo avevo già. Lo scorso novembre entrai un giorno in libreria con un’amica e, per quell’inspiegabile frenesia che prende il lettore tra gli scaffali, ne uscimmo con una valanga di romanzi a testa. Tra i suoi c’era Lacci, di Domenico Starnone, del quale a quanto pare le avevano parlato bene. Dopo qualche mese, quindi, alla prima offerta ho preso Lacci in ebook. Poi è uscita la stagione 2017-2018 del Teatro Stabile di Torino, e ho scoperto che tra le produzioni nuovi ci sarà proprio Lacci, protagonista Silvio Orlando. A quel punto era chiaro che, prima di fare il corso con Starnone, dovevo leggere Lacci.

In effetti questo romanzo ha un congegno fantastico, una pensata narrativa di quelle raffinate e sagaci come non me ne capitavano da un po’. La scena si apre su quelli che intuiamo essere lacerti di lettere, dove una moglie tradita e lasciata si scaglia con veemenza, rabbia e frustrazione contro il marito che sembra aver accartocciato ogni responsabilità verso la compagna e i figli. Vorremmo capire, approfondire, ma all’improvviso i frammenti epistolari si fermano, facciamo un salto e ci ritroviamo questi due personaggi che hanno lo stesso nome della moglie e del marito precedenti. Però di quelle lettere non sappiamo più nulla, non sono più menzionate. La storia procede, racconta dei fatti, e dietro lo svolgersi della narrazione intuiamo un certo senso di inquietudine, la presenza di un meccanismo che dovrà prima o poi scattare. Non temete: scatterà, motivo per cui con il plot io mi fermo qua altrimenti rischio davvero di rovinare le sorprese.

Quello che mi interessa raccontarvi di questo romanzo, invece, come ho annunciato è il congegno narrativo. Prima le lettere, poi la storia raccontata dal punto di vista del marito, e poi ancora un nuovo punto di vista, nella parte conclusiva. Ogni volta la storia di questa coppia, che abbiamo capito essere stata divisa da un tradimento e abbandono negli anni Sessanta, rivive negli occhi e nei ricordi di qualcuno, ma ogni volta è un personaggio differente. Varia quindi, ogni volta, la selezione dei fatti, la loro logica, la loro causalità, fino a quando noi lettori ne abbiamo una visione ampia, allargata a tutti i componenti della famiglia coinvolta. Come tutto dipende dagli sguardi di chi ce lo racconta, anche il geniale snodo intorno al quale ruota tutto il meccanismo-romanzo avrà da rivelare sorprese, che – ovviamente! – capirete solo nelle ultime pagine. Da uno scrittore dello spessore di Starnone, non c’era da aspettarsi di meno, lo dico ancora più consapevolmente dopo averlo conosciuto e dopo aver sentito spiegare da lui in persona quali siano i segreti – o almeno, alcuni – delle narrazioni. Qui, in questo romanzo, ce ne sono alcuni all’opera: pensarci in una sorta di metariflessione sul narrare, è una cosa che mi ha divertita e appassionata.

Ma passiamo ai temi di questa storia che, salvo momenti ironici e stupori testuali, resta una storia lacerante, la storia di una fine, di un fallimento collettivo. Perché a lacerarsi è un matrimonio che va, letteralmente, allo sfascio. Una giovane moglie angosciata dall’abbandono e poi lucidissima nel rivolere indietro il suo compagno. Un marito che, sembra per irresponsabilità, trova l’amore altrove, e non osa rivelare alla moglie quanto prova per l’altra donna, perché consapevole di aver trovato un’altra felicità la cui deflagrante bellezza potrebbe ferire nel profondo la prima donna. E poi i figli, prima bambini, poi adulti, più di quanto i genitori fossero nel momento in cui lo strappo è avvenuto, loro e un trauma che, per quanto sotterrato, li ha scossi e ne ha probabilmente segnato il percorso, l’atteggiamento verso i genitori e, più in generale, l’approccio alle relazioni, all’amore.

Dietro a questa storia di una fine, in fondo, ci sono dei lacci: legami, sotterranei, forse non giusti, ma forse necessari, lacci di paura, di immaturità, di tenerezza, di rassegnazione placida. Lacci di una storia che si frammenta ma qualcuno la deve pur tenere insieme, perché Aldo, il marito, è sposato con Vanda, che dopo averlo amato sviluppa dentro sé una rabbia profonda e consapevole, amarissima, la stessa che le indica la necessità di riavere il marito a casa accanto ai figli, che intanto hanno risentito dello scossone familiare, e osservano, bambini, le dinamiche, le relazioni dei grandi, forse senza capire del tutto, ma assaporando gli ingranaggi del meccanismo e, da grandi, ritrovando un ordine. È l’ordine sbagliato delle cose, tenute insieme come un vaso con i cocci incollati, un equilibro statico che, per tornare a frantumarsi dopo anni, rivelando le verità che contiene, ha bisogno di una scossa.

Ecco, una scossa, un salto. Starnone lo ha ripetuto più e più volte durante il corso, che la storia bella, quella che funziona, che cattura il lettore, lo stupisce e lo chiama a voltare pagina e a gustare il seguito è proprio questo: un salto. E non è certo da tutti il talento di raccontare il salto, tenendo ancorati al contempo ai lacci di tutto il romanzo se stessi e il proprio lettore.

Postilla. Via Gemito, ve ne ho parlato prima. Non conoscevo questo romanzo, ma è accaduta una cosa buffa, un po’ imparentata con la serie di coincidenze che hanno evocato la lettura di Lacci. La prima sera a Ferrara, in piazza c’era una bancarella di libri usati dalla quale sono stata attirata come una falena estiva alla fiamma della candela alla citronella. E allo stesso modo: splash! Ci sono cascata dentro. Cosa ho trovato? Che domande: Via Gemito, una delle prime edizioni, dotata di fascetta che annunciava il Premio Strega. Credo ci siano, in fondo a questa storia di storie, dei lacci che in qualche modo prima o poi si faranno scoprire!

“Lacci” – Domenico Starnone (Einaudi)

Settembre 2017

“Lacci” – Domenico Starnone (Einaudi)

Come il Divoratore di Libri

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