Di quando ho incontrato Elizabeth Strout da Einaudi

“Mi interessano le persone”, Elizabeth Strout l’ha ripetuto più volte, sia a colloquio con il selezionato gruppo di lettrici e blogger di lunedì 11 settembre, sia durante la chiacchierata pubblica al Circolo dei lettori del giorno seguente. Le persone, i personaggi, i libri, e poi ancora le persone, dentro e fuori dalla fiction, tra incontri magici e scritture: c’è tutto questo strano insieme ricorrente di pensieri, che attingono alle pagine e poi ritornano al reale, e poi si rituffano tra i romanzi e le storie, nella mia esperienza che ha a che fare con quest’autrice statunitense, premio Pulitzer nel 2009 per il suo Olive Kitteridge. In questo post, vi racconto perché.

Tutto inizia insieme al calendario di Giorni Selvaggi, la rassegna che Salone del Libro e Circolo dei lettori di Torino, insieme con altri (e tanti) soggetti legati alla filiera del libro in città hanno organizzato per il periodo autunnale. Tra gli ospiti, grandi, grandissimi nomi della letteratura mondiale, tra cui Elizabeth Strout, unica donna. Sarebbe bello intervistarla, ci siamo detti in redazione a Mentelocale. Sì, sarebbe proprio un colpaccio: dai, io ci provo, ho poche speranze ma almeno un tentativo voglio farlo. E così grazie al Circolo dei Lettori ho contattato Einaudi, che però in mezzo al trambusto di Festivalletteratura di Mantova e al tour con date serrate della Strout in Italia, non mi ha risposto. “E allora che hai fatto?” vi domanderete, forse. Nulla di che: il giornale deve comunque andare avanti, c’erano anche altre notizie cittadine da seguire. Stavo giusto dietro a quelle – tra interviste, conferenze stampa e telefonate da fare – lunedì, verso mezzogiorno, quando il cellulare ha suonato ed era un numero sconosciuto.

-Pronto? Alessandra?
– Sì, sono io.
-Ti chiamo da Einaudi.
[segue momento di agitazione mista a esaltazione: mi sta davvero chiamando Einadui] -Ah, certo, dimmi tutto!
-Sei a Torino?
-Sì…
-Oggi pomeriggio vorremmo invitarti a un incontro con Elizabeth Strout da noi in redazione.

Lo so, lo so. Avreste pensato a chissà quali storie epiche, a quali grandiosi giri di contatti e chissà. Invece no: una telefonata, poche ore prima. E un indirizzo magico: via Biancamano. Che, per i non addetti ai lavori, è LA via di Einaudi, quella dell’elegante palazzo dove lavorava, tra i tantissimi grandi dell’editoria e della letteratura italiana del Novecento, Calvino. Cose che per me potevamo già fermarci qui: ti abbiamo invitata in via Biancamano, oltrepasserai la soglia e calpesterai lo stesso pavimento su cui camminava Italo Calvino (la ragione della mia fissa per Calvino è tutta raccolta nella tesi di dottorato a lui dedicata). Invece no, c’era di più, c’era l’esclusività di un incontro per pochi selezionati, e l’altrettanto preziosa rarità dell’ospite: un Premio Pulitzer in arrivo da New York. Roba da capogiro, contro il quale ho infatti combattuto a suon di grandi respiri profondi e lucidità da mantenere per formulare delle domande interessanti e utili, perché in fondo, nonostante la grandiosa e immensa possibilità offertami, si trattava di lavoro.

Al mio arrivo davanti alla sede di Einaudi ho trovato altre fanciulle, che ho scoperto essere i volti in carne e ossa di blog e pagine letterarie che seguo da tanto: c’erano infatti Giudittachelegge, Debora di Critica Letteraria, Francesca di Nuvole di inchiostro, Giovanna, e più tardi, su, avrei incontrato Giusi Marchetta, scrittrice, tutte avvezze a meeting del genere, seppure anche loro emozionate per l’imminente incontro. Il palazzo della redazione di Einaudi è incantevole. Elegante e sabaudo come si confà alla zona in cui si trova, vicinissimo a Piazza Solferino, ha una scalinata interna scenografica, e degli uffici che alla provinciale che è in me hanno subito fatto atmosfera newyorkese: luminosi, ariosi, silenziosi. In pieno stile “Coralli”, la collana forse più amata di Einaudi. La sala dove siamo state fatte accomodare non faceva eccezione, con il suo grande tavolo ovale (quanti libri devono essere stati discussi qua dentro, mi dicevo) e le sue enormi librerie piene di dorsetti delle più famose collane. Ed è lì, in un’atmosfera soffusa, la luce del sole ancora forte di settembre che trapelava dalle finestre, smorzata dalle tapperelle, che tra gli applausi è arrivata Elizabeth Strout. Informale, sorridente, una camicia bianca e i capelli tirati su con qualche molletta, forse come quando scrive, chissà. Sta di fatto che tutto è stato di colpo più naturale, più sciolto e, con un freno all’emozione tangibile tra tutte noi intervistatrici, denso di empatia. La Strout ci ha ascoltate, e ha risposto a ognuna. Al suo fianco la bravissima e simpatica interprete che ha tradotto le nostre domande alla Strout e le sue risposte a noi. Perché la cosa magica è stato il fatto che, dopo un’introduzione e una breve presentazione, attorniate dallo staff Einaudi e dalla traduttrice della Strout, Susanna Basso, siamo diventate protagoniste solo noi, libere di fare le nostre domande e di esprimere nostre riflessioni alla Strout. Io un privilegio così grande non lo avevo mai avuto.

Parlo di privilegio per l’esperienza forse unica di incontrare una donna che vive dall’altra parte del globo e della quale è stato attestato e riconosciuto il talento letterario, per il dialogo speciale, curato e coccolato con una professionista della scrittura, che non ha negato infatti di aver lavorato, e smussato e a lungo scritto e riscritto prima di trovare la sua voce, di riuscire a dare la forma giusta alle proprie storie. Per chi, come me, con le parole ci lavora e fatica quotidianamente, un incontro simile non può che essere un grande, enorme auspicio per la vita. E per chi, ancora, come me vede, parla e fa domande a persone diverse ogni giorno, trovare un interlocutore con così tanti meriti eppure così umano, aperto e umile, è una ricchezza straordinaria. Una lezione di vita, il segnalibro pronto a ricordare che è lì, tra queste pagine, che si trova la citazione bella, quella da tenere a mente, quella da rileggere e magari riscrivere, e farne un poster, e segnarla in agenda, scriverla su biglietti da regalare agli amici.

Il senso di questo incontro, al di là dei suoi contenuti letterari di cui ho cercato di riportare tutto nel mio pezzo per Mentelocale, dove racconto il dialogo con l’autrice e svelo anche cose sul nuovo romanzo Tutto è possibile, per me è stato questo: l’incontro con una persona che mi resterà a lungo negli occhi e nella testa. Al di là di tutta la magia del contesto, del luogo, dello staff gentilissimo della casa editrice, del brindisi finale con il “cheers” di rito, del pensiero che chissà cosa vedeva Elizabet Strout in quella terrazza torinese dove io vedevo bellezza e storia dell’editoria, e nomi e libri, lei che arriva dai paesaggi e dalla letteratura americana, ecco, al di là di ogni singolo istante e flash che popola la mia memoria e i miei pensieri, c’è stata e resta la persona.

Per citare colei che di questa entusiasmante avventura è la protagonista assoluta, “mi interessano le persone”: i loro occhi attenti rivolti a chi fa domande, la loro gentilezza con l’interprete nel dialogo a cavallo tra due univesi linguistici di cui è bellissimo osservare l’incontro. E poi la consapevolezza, il saper stare in mezzo alle altre persone, l’ascoltare il lettore delle storie che hanno riempito le tue giornate e la tua penna, e dargli spazio, accoglierlo ben sapendo che è la chiave di tutto. La sportività nei gesti, la naturalezza, i baci per salutarci, noi sconosciute ragazze scribacchine. E poi la risata: quella sbarazzina e un po’ irriverente risata che, lo avreste detto anche voi, aveva un accento inconfondibilmente americano. L’accento di un Premio Pulitzer, che grazie a Einaudi, l’11 settembre 2017 (mai data fu più simbolica) ho avuto l’onore immenso di ascoltare dal vivo. Segno che tutto, davvero, è possibile. 

 

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