“Gli sdraiati” – Michele Serra (Feltrinelli)

Va bene che Michele Serra è Michele Serra, e lui stesso fa notare nella sua bio in quarta di copertina che si guadagna da vivere scrivendo fin da quando aveva 20 anni (cosa che desta in me molta invidia), va bene che è una delle firme giornalistiche più note, dallo stile sempre personale e mai assoggettato ai poteri, va bene anche che ha scritto tanto, è conosciuto e stimato, ma non avrei mai pensato di trovare il suo Gli sdraiati citato su Repubblica di domenica 27 agosto da Guido Baldi, autore del manuale di letteratura italiana Paravia-Pearson, tra gli autori degli anni “Duemila”, insieme a De Carlo e Ammaniti. Voglio dire: Gli sdraiati è un libro del 2013, è recente e fotografa un fenomeno del reale che allora si stava manifestando, da cui la lucidità intellettuale con cui Serra lo ha colto e messo in forma narrativa. Ma per quanto possa accorgermi, è un fenomeno ancora in corso, sul quale non sono così sicura abbiamo capito tutti come pensarla, e che, chissà, magari prenderà nuove vie. Sta di fatto che mi ha stupito sapere che questo libretto, breve di facile lettura, ha dimostrato una forza tale da entrare in un canone ancora in formazione. Significa che racconta qualcosa di ben vivo e palpabile.

Chi sono infatti gli sdraiati? Sono gli adolescenti, i ragazzi, i diciottenni e dintorni di oggi, quelli che un tempo eravamo noi (e quando parlo io, che di anni ne ho 30, mi riferisco a un tempo che sembra ieri e invece scopro essere già più di un decennio fa: il mondo era innegabilmente diverso, i media e di conseguenza le relazioni sociali, anche) e che ora sono invece esseri che vivono intorno a noi, e che sentiamo estranei. Mi permetto di parlare a un generico “noi” in prima persona perché, dalla lettura di Serra, ho intuito che forse non sono l’unica a non capire questi personaggi riversati in pose amorfe sui bus all’uscita da scuola, strascicanti tra cuffiette e rime di rapper. Sono sdraiati perché tendono alla posizione d’ozio, almeno fisico, su letti e divani, intenti in attività che hanno sempre più o meno a che fare con dispositivi mediatici: ipod, smartphone, tv, pc, ogni tanto un libro, ma mai solo un libro.

Se state pensando, come me, una cosa tipo “ah, che belli quei momenti che riesci a ritagliarti esclusivamente per leggere, tu, una sdraio, un libro e basta, niente relazioni con il mondo”, allora benvenuti, siete come me e Serra, o almeno il suo alter ego, che in questo libro è un padre divorziato alle prese col figlio sdraiato con quale vorrebbe sviluppare un rapporto migliore, fatto di comprensioni, dialogo, consigli magari. È che a fare il padre “all’antica”, come intenderebbe lui e come forse stiamo intendendo noi lettori, non ci riesce. Perché quello sdraiato che si ritrova in casa non lo capisce, non condivide con lui alcuna forma, visione, né metodo di applicazione di queste prospettive alla vita, al mondo.

Insomma, c’è una scissione anagrafica che sembra irreparabile: il padre – il vecchio – non comprende il figlio – il giovane. Che poi è una dicotomia “normale”, quella tra vecchi e giovani, ma forse oggi, in questi anni, l’opposizione si è inasprita fino a rendere i due mondi paralleli e non in grado di condividere qualcosa nella dimensione naturale dello scambio tra padri e figli. Il padre è aperto e vorrebbe dare, ma il figlio sembra sordo ai richiami, è altro a sollecitare la sua apparentemente inesistente attenzione. Secondo l’ironia sottilmente caustica e mordace che lo contraddistingue (pensiamo solo all’Amaca) Serra inscena addirittura una guerra a toni apocalittici che vedrebbe lo scontro totale e definitivo tra giovani e vecchi, e dove lui, Brenno Alzheimer, capo delle forze tra i vecchi, sordo e smemorato, cederebbe infine consegnando il mondo in mano a questa nuova generazione incompresa, aliena.

Ma c’è stato qualche errore nella “trafila” educativa? Perché questo figlio è così diverso, perché la relazione con lui è così muta, criptica, complicata? Eppure tutti – o per lo meno molti – dei ragazzi fanno così. Allora cos’è? Da dove si origina questa incomprensione? Chiaro, il parere del Serra-padre è orientato, lo si intuisce già sottilmente dal titolo: da sdraiati, si combina poco. L’esperienza salvifica cui ambisce esalta infatti il movimento verticale: è la camminata, lo stare in piedi, sfidando un percorso verticale che sale alla montagna. Tra un capitolo di episodi di incomprensione e osservazione non partecipata del padre e uno di fanta-guerra generazione, ci sono crescenti suppliche rivolte a questo diciottenne amorfo: ti prego, sali con me al Colle della Nasca, ripercorri insieme a tuo padre questo simbolico cammino di crescita, questo ideale passaggio di testimone nella scalata verso la vetta della vita, ti indico io la strada, ti accompagno e mi preoccupo…

mi illudo possa ordinare i tuoi pensieri e il tuo discernimento in modo simile al mio, chissà perché

E infine forse – ma sta a voi lettori scoprirlo – magari tu, sdraiato, mi superi anche rivelandomi qualcosa su quello snodo che non riesco proprio ad acciuffare, e allora sì, un ordine potrebbe subentrare, e rendermi meno inquieto sul tuo destino in questo mondo.

Serra mette su carta le parole e i pensieri di un padre estenuato eppure al contempo incuriosito dallo sdraiato di casa, che veste scarpe scalcagnate, fuma, si fa fare tatuaggi e mentre chatta sul telefono guarda la tv, legge e ascolta la musica. È un esempio di uomo nuovo, multitasking, che forse non sa leggere “le cose” della realtà, o forse sì che le sa leggere, ma le interpreta in modo differente rispetto all’universo del “vecchio”, l’adulto e padre che osserva e non capisce.

Non so cosa darei per potermi sedere con te, in un momento qualunque della nostra vita, davanti allo stesso paesaggio, e condividerne in silenzio la forma e l’ordine.

Tutta questa crescente difficoltà nel condividere qualcosa con il figlio punta verso una domanda chiara e ricorrente: sarà una generazione fallita? L’abbiamo causato noi vecchi, questo deragliamento? Oppure è l’emersione di qualcosa di nuovo, ancora non entrato in circolo, ancora non così definito da poter essere capito e integrato nella visione del mondo di un adulto non nativo digitale né millennial? E se fosse il segno di “una nuova e geniale maniera di vivere” che questi ragazzi hanno intuito, subodorato, e a cui stanno cercando di adattarsi nonostante gli ostacoli causati proprio da noi, da una struttura che non regge più, non è al passo con i cambiamenti del mondo?

Il libro di Serra, in sintonia con la penna sempre sul pezzo del suo autore, riesce a essere insieme leggero, ironico ma anche profondo e politico, disegnando due universi legati eppure così nettamente diversi, e dando corpo al rovello di tanti genitori che giorno dopo giorno si trovano a convivere con creature nuove, delle quali ignorano il futuro oggi più che mai, e con cui non sanno come parlare, ne ignorano il linguaggio, i quadri valoriali, le priorità. Ma sono i figli, le creature a cui cercare naturalmente di garantire una protezione, un aiuto e un baule di consigli per la vita. L’interrogativo non si chiude, sfiora una soluzione, un’accettazione razionale e forse, sotto sotto, anche ottimista per il futuro, fatta di autoironia, apertura mentale e costante, incessante dubbio. Il segno più autentico del tempo che viviamo.

Forse non sei, non siete abulici, cioè al di sotto del mondo, ma snob, cioè al di sopra. Snob di nuovo conio, che hanno fatto di necessità virtù. Dopotutto siete arrivati in un mondo che ha esaurito ogni esperienza, digerito ogni cibo, cantato ogni canzone, letto e scritto ogni libro, combattuto ogni guerra, compiuto ogni viaggio, arredato ogni casa, inventato e poi smontato ogni idea… e pretendere, in questo mondo usato, di sentirvi esclamare “che bello!”, di vedervi proseguire entusiasti lungo strade già consumate da milioni di passi, questo no, non ce lo volete – potete, dovete – concedere. Il poco che riuscite a rubare a un mondo già saccheggiato, ve lo tenete stretto. Non ce lo dite, “questo mi piace”, per paura che sia già piaciuto anche a noi. Che vi venga rubato anche quello.

Leggetelo: ne vale la pena. E poi, piccola aggiunta, proseguite le letture con Ognuno potrebbe, altro romanzo di Serra che, dopo aver duellato con gli adolescenti-ventenni, si occupa di quegli altri alieni e frustrati contemporanei, i ventenni, i laureati-dottorati superspecializzati ridotti a suon di stage e tirocini formativi a 400 euro di stipendio mensili, l’orizzonte cinematografico di una carriera all’estero, le radici piantate a casa, in Italia, nel tempo sospeso dell’egofono, quello dove le relazioni umane si rarefanno e tutto prende consistenza solo dentro lo schermo di un telefono. Ancora una volta, un’apertura dolceamara sulla realtà in cui siamo immersi, utile, molto utile, per noi che sdraiati non lo siamo (ancora).

 

“Gli sdraiati” – Michele Serra (Feltrinelli)

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