Open House 2017: la bellezza nascosta di Torino

Il weekend di sabato 10 e domenica 11 giugno si è svolta a Torino la prima edizione di Open House, di cui vi annunciavo qui. In breve, l’iniziativa, che arriva da Londra e si è via via diffusa in tutto il mondo, consente di aprire palazzi, parchi, strutture e residenze private di particolare pregio o particolarità architettonica affinché possano essere viste e godute da tutti i cittadini, che viceversa non ci entrerebbero mai.

Faceva caldo, lo scorso weekend, e il fatto che alcune vie fossero inondate di sole non ha certo sollevato gli animi di chi voleva entrare a vedere alcuni di questi luoghi (111, un numero record per una prima edizione) e ha trovato coda. In alcuni casi una coda passabile, considerati gli 8-10 ingressi per volta, a turno. In altri casi la coda sembrava quella del Museo Egizio, un serpentone che ingombra marciapiedi e intere vie. Roba da minuti e minuti di attesa, nei casi sfortunati sotto il sole cocente metropolitano senza scampo e tenacemente ancorati al suolo per non perdere il turno.

Dal comunicato stampa che ho ricevuto ieri, i numeri sono alti, e interessanti, perché non credo che nessuno degli organizzatori, un’associazione spontanea di architetti messa su per far partire il progetto, avesse idea della potenzialità dell’esperimento. 37.000 visite nei due giorni, per circa 15.000 visitatori totali. Il progetto includeva una rete di volontari, qualche centinaia, di ogni età. A placare la folla, guidare i visitatori e far firmare i moduli che hanno restituito un’immagine numerica delle visite a ciascun luogo, ho visto studenti (la bravissima ragazza mediorientale che ha fatto da guida a Palazzo Affari è stata la migliore, coinvolta, appassionata e competente), ma anche impiegati (gli addetti volontari del Palazzo dei Lavori Pubblici non sono stati da meno rispetto alla studentessa, con i loro pozzi di informazioni e la loro professionalità) , e singoli cittadini che tra ansia e ignoranza sui luoghi hanno comunque fatto la loro parte. A una manifestazione del genere, che apre le porte di luoghi esclusivi solo per due giorni l’anno come scommessa e invece si trova frotte di torinesi e non solo, mappa alla mano in cerca delle cose da vedere, si può perdonare qualche inceppamento organizzativo. Sono sicura che il prossimo anno sarà tutto più funzionale.

Prima di descrivermi brevemente le cose stupende che ho potuto vedere nel centro di Torino in questi giorni (muoversi con i mezzi e allontanarsi dal centro, viste le folle fuori dai luoghi e il sole battente, non mi è sembrata l’opzione più facile, dunque ho optato per zone centrali tutte raggiungibili a piedi), vi incollo la dichiarazione finale di Luca Ballarini, il presidente di Open House Torino:

“Siamo commossi dalla risposta così entusiastica e numerosa del pubblico. Ma la cosa più importante è il messaggio che ci ha lanciato – forte e chiaro – questa prima edizione di Open House Torino. Prima di tutto ha dimostrato che, al contrario di quanto alcuni credono, Torino è una città aperta, generosa e cordiale: un fatto testimoniato dall’esperienza umana positiva che oltre 15.000 persone tra pubblico, volontari e proprietari di case hanno vissuto insieme in questo weekend. In secondo luogo ha reso evidente che l’architettura è la passione di migliaia di cittadini, non un argomento per esperti e professionisti. Siamo orgogliosi di aver organizzato questo evento e siamo convinti che Torino sia la città che più di tutte in Italia, con la sua splendida posizione geografica e il suo incredibile patrimonio di edifici storici, moderni e contemporanei, sia in grado di mostrare il valore e la potenza dell’architettura a sempre più persone”.

Dunque, quali cose straordinarie ha incluso il mio tour? Seguirò un ordine casuale, un po’ da flaneur, come per certi versi è stato il mio giro, anche se era partito con un programma ben scritto e costruito da ingegnere in base alla vicinanza dei luoghi e agli orari. L’improvvisazione ha vinto, perché alcuni accessi erano così presi d’assalto che ho deliberatamente deciso di saltare alla tappa successiva, o di inserirne una non prevista.

A Palazzo Birago, sede della Camera di Commercio, ero stata già per la conferenza stampa di presentazione di Open House. Su progetto di Filippo Juvarra, il palazzo di via Carlo Alberto è sontuoso e bellissimo, arricchito in questi giorni da un altrettanto preziosa mostra di abiti di lusso. Sale barocche, finestre sul meraviglioso parco di Palazzo Cisterna, un ingresso e un cortile geometrici e sontuosi… Insomma, uno dei palazzi più belli del centro, fascino confermato dal fatto che è stato uno dei luoghi più visitati (2000 visite, dice l’organizzazione). Segue numericamente, per visite, Palazzo Affari, seconda sede della Camera di Commercio, un edificio geniale per struttura e scelte architettoniche, realizzato su progetto audace di Carlo Mollino, l’architetto del Teatro Regio. Complice la spiegazione di cui vi dicevo prima, anche una profana di architettura come me ha colto l’innovatività del progetto e ha capito alcuni passaggi relativi alle scelte strutturali. E poi, diciamocelo, lo scalone intero è qualcosa di superbo!

Anche Villa Cairoli è stata tra i luoghi più gettonati e anche lì sono stata: un palazzetto nobile con scale di marmo sontuose e un adattamento moderno a studio che mi ha fatto pensare che sì, va bene gli uffici intonacati di bianco e moderni, ma vuoi mettere lavorare alla scrivania tra specchi e stucchi barocchi? Stesso discorso, ma declinato in chiave più arte contemporanea, per Palazzo del Carretto, in via Bogino, restaurato e riadattato ad appartamento di classe con vere e proprie suite, al piano nobile. La stanza col soppalco che dà direttamente sulle travi in legno a vista con resti degli affreschi a parete è davvero suggestiva, e inutile raccontare della bellezza dell’affaccio sul cortile interno, verdeggiante e tranquillo.

Quarantacinque minuti di coda sono stati necessari per entrare a Palazzo della Luce, da che ho capito dalla spiegazione, ex palazzo della radio prima dell’EIAR (e poi RAI) e poi palazzo dell’ENEL, da cui il nome che fa riferimento alla luce. Pare la gente venisse qui, in questo sontuosissimo ed enorme palazzo  con scale e saloni monumentali, a pagare le bollette. I ricconi, invece, soggiornano a Torino all’hotel NH di Piazza Carlina, recentemente restaurato nel palazzo sui cui una lapide ricorda il passaggio di Antonio Gramsci. Che dire: un palazzo secentesco ri-ideato in chiave moderna e funzionale a un hotel, con stanze che sono un sogno, un cortile intero in ciottolato originale in cui fare colazione, un bar di classe che occhieggia agli anni ’20 e una terrazza panoramica con cespugli di fragole direttamente da cogliere sul posto e vista Mole. Anche qui ci sono dettagli preziosi e di classe, come la scala o la piastrellatura. Nel cuore mi è rimasta una stanza, in cui il letto si affaccia direttamente sulla finestra che a sua volta si apre sulla piazza. Un sogno, ve lo garantisco.

Il mio giro non è finito qui, ho visto infatti ancora Palazzo Bricherasio, ora sede di una banca. Sontuosissimo e un po’ straniante tra stucchi e decori barocchi, lampadari raffinatissimi in vetro di Murano e moderne strutture da ufficio. Ricordo di averci visto anni fa una mostra sul papiro di Artemidoro, ma evidentemente è passato tempo e ho rimosso i ricordi, o più probabilmente l’allestimento non aveva dato spazio al palazzo ma al contenuto della mostra. Ero già stata anche alla Bottega di Erasmo, in via Gaudenzio Ferrari, in quel particolare palazzo con la facciata geometricamente insolita che ospita la biblioteca del dipartimento di psicologia. Era una bottega di tipografia, e poi una libreria, e qualche segno ancora resta, così come dettagli di costruzioni e infissi che sembrano quelli di uno spot anni ’50.

Dal mondo della pubblicità sembra uscito anche il Ristorante il Cambio, dove era solito passare il Conte di Cavour, e in generale le personalità che frequentavano il primo parlamento di Italia, piazzato lì di fronte, a Palazzo Carignano. Ambiente di lusso è dire poco: anche qui l’attenta cura dei dettagli storici si abbina a una modernizzazione che in niente ha stravolto lo spirito di esclusività del locale, ma che anzi lo ha esaltato. Ho anche scoperto che dentro c’è una sala “moderna” con un’installazione a specchi di Pistoletto, e che al piano di sopra c’è una sorta di lounge bar con poltrone raffinate in velluto verde molto stile avanguardie e Belle Epoque che potrebbero aver ospitato Baudelaire, tra un caminetto, un libro e un bicchiere di assenzio. E invece è un locale nuovo, messo su per ampliare l’offerta del ristorante. Chiaramente, non ho nemmeno osato informarmi sui prezzi. Son cose rare, come le sole due ore in cui è rimasto aperto il posto per Open House.

Altra sorpresa, e mi sono stupita di non averlo mai considerato né visitato in tanti anni che vivo qui, il Conservatorio Giuseppe Verdi. Poche, rapide parole: l’auditorium è meraviglioso. Ma non per modo di dire, per mancanza di termini o di immagine. È meraviglioso è basta. A forma di conchiglia, con raffinati decori liberty, tra lampade, la balaustra in ferro battuto, la luminosità della sala… Insomma, non mi aspettavo di trovare un luogo così bello. E invece. Al piano di sopra, poi, dettagli di aule studio, pianoforti in “scuderia” come ho pensato vedendoli succedersi in quantità tutti coperti dalle loro cerate, bacheche con spartiti e valigette, e una preziosa galleria degli strumenti che contiene curiosità e anche pezzi antichi e di pregio.

Tra le altre cose davanti a cui si passa spesso senza nemmeno pensare possano essere dei luoghi preziosi, la chiesa di Santa Pelagia, in via san Massimo, per lo più sempre chiusa, adibita per poche ore a settimana al culto ortodosso-moldavo e sede di concerti. È una piccola bomboniera barocca, e possiede un coro che non si sviluppa dietro l’abisde, ma di lato, in forma ovale e reso ancora più suggestivo dalla presenza di una decorazione geometrica con fili sospesi e di due pianoforti. Altra meraviglia è Palazzo Saluzzo Paesana, di cui mi è stato possibile visitare solo il cortile e il primo piano del loggiato: il loft esclusivo aperto dall’architetto che ne è proprietario era preso d’assalto. Non mi sono sentita delusa: il palazzo non è stato da meno, pare fosse secondo solo a Palazzo Reale per sontuosità. Con un passaggio dal bello e antico al brutto e moderno, sono passata anche dal Palazzo dei Lavori Pubblici, di cui anche Culicchia parla male nel suo “Torino è casa mia”. Progetto moderno, affacciato su una piazza che, tra Porte Palatine di età romana, Duomo rinascimentale, Palazzo Reale e Palazzo Chiablese che rispecchiano dell’età dei Savoia, ha monumenti che raccontano duemila anni di storia, ci sta che questa specie di casermone rosso-mattone risulti un po’ un pugno nell’occhio. Ma provate a salire sulla terrazza… Superga, la Mole, piazza Castello, le Porte Palatine, e ancora il Quadrilatero, la casa-torre più antica della città, i tetti, comignoli e cupole tra cui quella barocca di San Lorenzo, e la città che si allarga, spazia, si racconta attraverso le sue vie e i suoi monumenti.

Che poi, se ci pensate, era proprio l’intento di questa manifestazione: svelarsi, raccontare bellezze non visibili, oltre a quelle visibili che già popolano la città e la rendono speciale. Bel progetto, bell’idea, belle cose. A conferma che Torino è davvero una gran bella città! Segue abbondante fotogallery delle mie visite in giro per la città, se passate il mouse sopra si legge il nome!

Open House 2017: la bellezza nascosta di Torino

“Le penultime lettere di Jacopo Ortis” – Michela Cantarella (Augh! Edizioni)

Open House 2017: la bellezza nascosta di Torino

Con tanto jazz – sul Percfest di Laigueglia

Successivo